Vanessa Seffer

Vanessa Seffer

“Fake” medicina: il ruolo dei giornalisti, giudici e politici

“Fake” medicina: il ruolo dei giornalisti, giudici e politiciLo sviluppo della conoscenza ha sempre avuto un’impennata quando la comunicazione tra i popoli è diventata più veloce. Hanno iniziato i Romani con lo sviluppo di ponti e strade, in epoca successiva l’invenzione del motore a scoppio ha fatto il resto. Ma il boom si è verificato nel secolo scorso con la scoperta del computer e del web, che hanno permesso di velocizzare al massimo i rapporti inter-personali e quindi di permettere uno sviluppo più rapido delle conoscenze. I risvolti sulla medicina di queste nuove vie di comunicazione ha avuto importanti conseguenze in quanto ha permesso un più rapido scambio di nuove acquisizioni diagnostiche e terapeutiche. È a tutto questo che dobbiamo il raddoppio dell’aspettativa di vita in appena un secolo ed anche il miglioramento della qualità della nostra vita. Il successo della medicina e dei vantaggi da questo derivati alla popolazione, sono il risultato di un processo che la comunità scientifica ha adottato ormai da tempo. Esso consiste in una attenta disamina della fase di sperimentazione che, dopo un processo critico da parte di “pari” (colleghi), va incontro alla pubblicazione e quindi all’acquisizione da parte della comunità scientifica.

A questo segue sempre una verifica che, nell’ ottica del processo scientifico inventato proprio da un italiano, Galileo Galilei, ha bisogno di una ripetizione e validazione dell’esperimento perché questo venga considerato attendibile. Non è, in altri termini, immaginabile che, senza una verifica di quanto pubblicato, si possa “tout court” trasferire quanto sperimentato nella pratica clinica. Insomma si tratta di un processo articolato che ha bisogno dei suoi tempi e per il quale non esiste alcuna deroga. Dobbiamo pertanto chiederci come mai, in Italia, questo processo sia misconosciuto e possa approdare a situazioni gravi anche da un punto di vista sociale. Prima di fare una analisi del problema, forse è interessante ricordare a chi legge cosa è successo in questi decenni nel nostro paese riguardo a presunte terapie innovative che avrebbero cambiato l’andamento di malattie gravi.

Potremmo cominciare dal famoso siero di Bonifacio, per il quale si formarono lunghe file a Roma nella speranza che questo siero “miracoloso” potesse guarire dai tumori. L’intuizione del veterinario Bonifacio era senz’altro interessante in quanto si basava sul fatto che, siccome le pecore non si ammalerebbero di cancro, il loro siero poteva avere qualche fattore proteggente dalla malattia. Ma l’approccio era alquanto banale e non aveva mai avuto alcuna validazione di efficacia. L’altro “miracolo” venne più tardi con il famoso “cocktail” di antiossidanti ideato da Di Bella, che sarebbe stata un’altra formidabile cura per i tumori. Purtroppo neanche in questo caso la cura Di Bella aveva superato gli steccati della rigorosa ricerca scientifica ma, malgrado ciò, il nostro paese, a vari livelli, ha optato per una deroga che ha portato a spendere soldi pubblici per una sperimentazione che alla fine si è rivelata negativa. L’ultimo “miracolo” riguarda il caso Vannoni, anche qui con la scoperta di una nuova terapia per malattie neurologiche, della quale mancava tuttavia qualunque tipo di appiglio scientifico sia perché non era chiaro cosa veniva somministrato ai pazienti sia per l’assenza di pubblicazioni che supportassero la eventuale validità della scoperta. E finiamo con l’ultimo scandalo dei vaccini, in cui, soggetti non medici, a vario titolo, hanno caldeggiato la inutilità o addirittura la pericolosità dei vaccini nella prevenzione di malattie infettive serie anche attraverso servizi pubblici.

Vale la pena, a tal riguardo, andare a visionare filmati in cui si mette in dubbio la vaccinazione contro la poliomielite, che ha salvato milioni di vite umane, o contro l’epatite B, che è una delle cause più frequenti del cancro del fegato. Tutto questo, purtroppo, non ha avuto alcun filtro sugli organi di informazione in quanto manca nel nostro paese un rigoroso giornalismo medico che sia in grado di filtrare notizie che mai dovrebbero arrivare alla carta stampata o alle televisioni in quanto prive di alcun fondamento o validità. Al sensazionalismo in negativo degli organi di informazione, siamo arrivati addirittura alle sentenze dei giudici, i quali hanno obbligato l’attuazione di protocolli terapeutici senza l’esistenza di una prova che ne validasse il trattamento. Su questa confusione trovano terreno fertile proprio i siti web che possono diventare un pericoloso strumento quando la diffusione di false notizie impatta negativamente sulla salute pubblica. Su questi siti si sono cimentati anche i politici che, paladini del popolo, si sentono in diritto di ergersi a tutori della salute pubblica argomentando su problemi che ovviamente non conoscono. Vorrei ribadire con forza che la “fake” medicina, cioè dire cose inesatte e false sulla salute, costituisce un esempio di disonestà intellettuale verso il quale tutta la comunità scientifica dovrebbe ribellarsi in quanto colpisce soprattutto la povera gente, quella che non ha strumenti per difendersi dalle sciocchezze  che girano sul web.

Dietro questo, il vero problema è culturale e riguarda tutti gli attori che ho riproposto come elementi che, a vario titolo, possono contribuire ad alimentare aspettative non vere o, paradossalmente, a provocare danni alla salute pubblica intervenendo su tematiche dove la medicina ufficiale non si è ancora espressa. Forse serve da parte di giornalisti, giudici e politici un bagno di umiltà, una maggiore consapevolezza che la salute è una cosa seria, verso la quale l’approccio serio è inderogabile e dove, soprattutto, non esistono scorciatoie. Gli strumenti per arrivare a tramettere messaggi corretti, non “fake” medicina, o a prendere decisioni che non producano false aspettative ed illusioni sono chiari. A tal riguardo, l’autorevolezza di chi discute di medicina è un fatto fondamentale, anch’esso inderogabile, e facilmente ottenibile mediante la ricerca nella banca dati degli esperti di settore; basta visionare gli appositi siti, dove tutto è scritto e riportato nei dettagli per sapere a chi rivolgersi per avere un autorevole contributo sulle tematiche in questione. Alternativamente esistono le società scientifiche ufficiali, come la Società Italiana di Medicina Interna, che è la più antica società di medicina italiana, o società specialistiche, dove trovare gli esperti che possano dare preziosi contributi in tutte le branche della medicina. Basta, insomma, non rivolgersi all’amico della porta accanto per saperne di più, ma avere più serietà e rigore nel trovare i giusti esperti. Certamente, per questo, giornalisti, giudici e politici dovranno studiare e lavorare un po’ di più; ma ne vale la pena, si tratta della salute degli italiani.

Prof. Francesco Violi

Direttore della Prima Clinica Medica del Policlinico “Umberto I” e Presidente del Collegio degli Internisti Italiani

Aspirina, dalla prevenzione cardiovascolare a quella oncologica

Aspirina, dalla prevenzione cardiovascolare a quella oncologica Sono in corso da vent’anni studi osservazionali che mirano a trovare un’associazione fra l’uso di aspirina a lungo termine e un ridotto rischio di sviluppare alcuni tumori, come il cancro colon-rettale. Ogni anno in Italia 34mila persone si ammalano di carcinoma al colon retto e circa 17mila ne muoiono. L’ipotesi di ricerca su cui gli scienziati stanno lavorando, è che le piastrine siano coinvolte nelle fasi iniziali della cancerogenesi colon-rettale e che l’azione protettiva dell’aspirina possa inibire l’attivazione piastrinica. È interessante vedere come l’acido acetilsalicilico, comunemente chiamato aspirina, nato circa 120 anni fa, utilizzato come antipiretico per ridurre la febbre, come analgesico per dolori lievi e come antinfiammatorio, possa rappresentare un importante strumento d’indagine per comprendere alcuni aspetti della formazione di un tumore ed essere fondamentale nella prevenzione della sua ricorrenza. L’aspirina è oggi classificata come farmaco antiaggregante per il suo effetto fluidificante sul sangue. Ciò per merito del farmacologo professor Carlo Patrono, docente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che scoprì circa trent’anni fa che l’aspirina a basse dosi (75-100 mg) riduce la sintesi del trombossano, che è un potente aggregante delle piastrine, le quali sono fondamentali per l’occlusione e la formazione del trombo alle coronarie (infarto) o cerebrali (ictus). Dunque è proprio dal papà dell’“aspirinetta” che ci facciamo spiegare dove è arrivata oggi la scienza e se c’è una relazione fra l’esposizione all’aspirina e la ridotta incidenza di un certo tumore.

“Gli studi osservazionali consentono di stabilire che un’associazione c’è – spiega il professor Patrono – però non consente di stabilire che ci sia una relazione causa ed effetto fra le due cose che si è osservato. Ci potrebbe essere qualcos’altro che non conosciamo o che non è stato ancora misurato, che le spiega entrambe. Gli studi randomizzati consentono di avere causa ed effetto, perché con una distribuzione controllata randomizzi un certo numero di persone in modo casuale ad essere trattate con aspirina o placebo”.

Ma si guarda solo al cancro del colon-retto o anche ad altre forme tumorali?

Anche il cancro gastro-esofageo, i tumori alla prostata e al seno sono sottoposti a studi con evidenze molto più deboli, limitate a studi osservazionali, mentre quello al colon-retto adesso deriva da molteplici tipi di studi, ma anche su questi altri si stanno facendo studi randomizzati, non di prevenzione ma di trattamento. Per vedere se persone che hanno avuto diagnosticato un cancro del colon-retto, della prostata o della mammella, una volta aver subito il trattamento primario chirurgico o medico, vengono randomizzati ad assumere aspirina o placebo per 5 anni, per vedere se l’aspirina è in grado di ridurre il rischio di ricorrenza del tumore una volta che è stato curato, di prevenire metastasi o di aumentare la sopravvivenza.

Non a scopo preventivo o eventualmente per le metastasi?

Sì, questi sono alcuni degli studi, fra i quali uno molto grande che si sta facendo in Inghilterra su diecimila pazienti, ed è un trial clinico controllato, con tutti i crismi, randomizzato, per poter interpretare in maniera assolutamente univoca l’eventuale differenza in quello che osserveranno.

Cioè l’età, il genere, la differenza fra fumatori e non…?

Tutte queste cose citate possono influenzare quello che alla fine si misura e negli studi randomizzati tutte queste cose non pesano su quello che si osserva, perché sono egualmente distribuite nei due gruppi di trattamento, aspirina e placebo. Quando si randomizzano diecimila persone e le segui per 5 anni, ad esempio pazienti col tumore della mammella, randomizzate con aspirina o placebo, se in questi 5 anni si osserva che chi è stato trattato con aspirina sopravvive di più, anche un anno in più di chi è stato trattato con placebo, si può attribuire questa differenza al trattamento con aspirina e non ad altre cause, variabili, perché tutte le altre cause o variabili, sono assolutamente identiche nei due gruppi di trattamento proprio perché sono stati randomizzati. Poi riguardo all’aspirina ci sono altri pezzi di evidenza: il primo è che circa 15 anni fa, sono stati fatti 4 trials clinici controllati con placebo in persone che avevano avuto diagnosticato adenoma colon-rettale sporadico, molta gente dopo una certa età viene sottoposta a colonscopia per la prevenzione del cancro colon-rettale, perché la colonscopia può mettere in evidenza un adenoma sporadico, cioè non familiare, quindi chi la fa può rimuoverlo. Siccome spesso l’adenoma è un precursore di carcinoma, se si rimuove quello si riduce il rischio di sviluppo del carcinoma. Questi 4 studi sono stati fatti per vedere se l’aspirina era in grado di prevenire o ridurre il rischio di una ricorrenza di adenoma in persone in cui un adenoma colon-rettale sporadico era stato diagnosticato e rimosso, tutti studi limitati a 3 anni di trattamento con aspirina o placebo, la cosa interessante che tutti e 4 gli studi fatti da ricercatori indipendenti e con fondi pubblici, non sponsorizzati dall’industria, hanno dimostrato che l’aspirina è in grado di ridurre il rischio di ricorrenza di un adenoma. Il che non dimostra che sia efficace nel prevenire lo sviluppo di un carcinoma, però ci dice che l’aspirina fa qualcosa in una fase iniziale della cancerogenesi intestinale, cioè la fase in cui una mucosa intestinale apparentemente normale si trasforma in una lesione adenomatosa, che non è un cancro ma che può diventarlo nel tempo. Questo è un dato molto importante ed è solido, perché ha studi clinici randomizzati, controllati con placebo e non uno, ma quattro. Un altro pezzo di evidenza è un singolo studio inglese che randomizzato vs placebo in pazienti che hanno la sindrome di Linch, una forma ereditaria di cancro colon-rettale, persone che per il loro patrimonio genetico hanno un rischio elevatissimo di ereditare nel corso della vita un cancro colon-rettale. In questo studio, dopo un certo numero di anni di trattamento con aspirina vs placebo, si è visto che c’è un ridotto rischio di sviluppare un cancro al colon-retto. Questo interessa a quelle poche persone che sviluppano questa patologia, ma è un’evidenza che va nella stessa direzione. Un ultimo pezzo di evidenza è che un neurologo, Peter Rotwell che lavora ad Oxford, ha detto una decina di anni fa a quelli che avevano fatto trials clinici per la prevenzione cardiovascolare, di guardare i pazienti che sono stati trattati per 3, 5 a volte 10 anni con aspirina, anziché essere trattati con placebo, per vedere cosa è successo loro in termini di tumori e mortalità da tumori. Dal 2007 Rotwell e i suoi colleghi hanno iniziato a pubblicare una serie di studi su Lancet, ed hanno dimostrato che si osservava in maniera costante una ridotta incidenza di alcuni tumori, fra i quali il colon-rettale, con una ridotta mortalità di cancro colon-rettale.

Sono studi che si svolgono prevalentemente in Inghilterra?

Diciamo che lì hanno avuto un ruolo importante nello sviluppo di questa storia. Quello che manca alla storia sono due cose: qual è il meccanismo d’azione dell’aspirina che dà l’effetto preventivo nei confronti dei tumori e qual è la dose che provoca questo effetto. Poi il gold standard nella medicina basata sull’evidenza è fare un trial clinico in cui è primario lo sviluppo del tumore o la sua mortalità. Si vuole dimostrare se l’aspirina è in grado di prevenire la ricorrenza del tumore una volta che sia stato diagnosticato e curato. Non possiamo dire “prendete l’aspirina per prevenire il cancro colon rettale” non c’è ancora una benedizione di tipo regolatorio a questo tipo di osservazione, l’equivalente europea dell’Fda americana, l’Emea (European Medicines Agency), non si sono pronunciate. Prima di dare messaggi bisogna ci sia una posizione ufficiale che ci dica che l’evidenza è sufficientemente robusta da giustificare una nuova indicazione nel foglietto illustrativo dell’aspirina, che dica che il farmaco può essere utilizzato per prevenire il cancro colon-rettale. Ma è anche vero che c’è un’organizzazione indipendente negli Usa, finanziata dal governo, che si chiama Us Preventive Services Task Force, che ha emesso raccomandazioni nei campi più diversi della medicina, che nel tempo aveva raccomandato l’uso di aspirina in prevenzione primaria cardiovascolare. L’anno scorso ha pubblicato nuove raccomandazioni che dicono che “alle persone di età fra 50 e 59 anni, che abbiano un rischio cardiovascolare stimato a 10 anni uguale e superiore al 10 per cento, che abbiano un’aspettativa di vita di almeno 10 anni, e che siano disposti a prendere aspirina almeno per 10 anni regolarmente, si raccomanda l’uso di aspirina per malattie cardiovascolari e cancro colon-rettale”. Questa raccomandazione ci dice indirettamente che la prevenzione del cancro colon-rettale è un beneficio aggiuntivo di un trattamento a lungo termine di aspirina, fatto per prevenire la malattia cardiovascolare. È una svolta che potrebbe essere seguita nel giro di 12/24 mesi anche da altre società scientifiche.

@vanessaseffer

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Lotta ai batteri, parla il professor Menichetti

 

Pochi giorni fa, un incontro al ministero della Salute fra il ministro Beatrice Lorenzin, la Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (Simit), molti specialisti italiani e il nuovo presidente del Gruppo Italiano per la Stewardship Antimicrobica (Gisa), il professor Francesco Menichetti, già Ordinario di Malattie Infettive all’Università di Pisa, ha chiarito tante ombre riguardanti il tema della meningite – che ha attirato tanta attenzione specialmente in Toscana – e degli antibiotici. Si è agganciata bene una riflessione sui vaccini e sulla proposta che il ministero ha fatto sui nuovi Lea (Livelli essenziali di assistenza), cioè le prestazioni che il Servizio sanitario italiano è tenuto a fornire ai cittadini, gratuitamente o con un contributo (ticket), che prevedono l’offerta gratuita di una serie di nuovi vaccini che vincolano tutte le Regioni italiane a dispensarle agli utenti che vogliono vaccinarsi. Nel gruppo dell’ampia offerta è compreso anche il vaccino contro la meningite meningococcica e dell’Hpv (Papilloma virus) nei maschi.

“Quello che sempre si spera è che non ci sia un’eccessiva discostanza fra l’offerta e la messa in pratica – ci ha spiegato il professor Menichetti – il ministero dà delle indicazioni, poi le Regioni devono realizzare la campagna vaccinale. Esiste un’evidente distonia fra le regioni del Nord e del Sud nell’amministrazione della sanità. Ci sono Regioni che hanno piani di rientro, che non hanno un assessore alla Sanità, ma un commissario che controlla le spese. Questa situazione può non semplificare. Il dottor Ranieri Guerra, direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute, ha parlato di questo; lui è assolutamente a favore di tutte quelle iniziative che renderanno indispensabile essere vaccinati, ad esempio l’esibizione di un certificato delle vaccinazioni per l’accesso nelle scuole di ogni ordine o grado. Le scuole pubbliche o private parificate dovranno seguire le stesse regole in tutta Italia. Non sarà più la Toscana o l’Emilia Romagna che propone una cosa del genere, mentre il Veneto ha in corso una sperimentazione diversa. Un approccio omogeneo su tutto il territorio nazionale è altamente raccomandabile e il ministero condivide questo. Se vogliamo frequentare un training in America – continua il professore – non c’è la vaccinazione obbligatoria, ma se ti vuoi presentare in un’Università o in un ospedale, ti chiedono una sfilza di vaccini. È venuta fuori con forza la necessità di combattere lo scetticismo attraverso una campagna mirata. Sembra che in Europa siamo secondi solo alla Francia per lo scetticismo nei confronti dei vaccini. Il sistema pubblico sanitario francese è il migliore di tutta Europa, ma anche il nostro è più che dignitoso. Non è mero frutto di ignoranza o inadeguatezza delle nostre strutture sanitarie, del nostro sistema. È frutto di un’azione strisciante che va avanti da tempo, di cattiva informazione di alcuni (anche medici e pediatri) che ‘hanno trovato il modo di fare bottega’ – ha aggiunto Menichetti – proponendo in alternativa diete o terapie improbabili per alcuni problemi, turlupinando l’opinione pubblica, instillando il germe del dubbio e seminando l’ignoranza, perché diffidenza e scetticismo sono frutto solo di grassa ignoranza”.

Può spiegare cos’è il programma di “Antimicrobial stewardship” nella gestione delle infezioni?

Il ministro Lorenzin e il dottor Guerra hanno detto che nel prossimo biennio saranno al centro della vigorosa iniziativa del ministero: da una parte i vaccini e dall’altra la lotta alla resistenza antimicrobica, ai microbi resistenti agli antibiotici. È di assoluto rilievo che si sia costituito un network multidisciplinare italiano che vuole contribuire per l’uso appropriato degli antibiotici.

Ma è possibile che ci sia l’avvento di nuovi antibiotici e che questo possa far dubitare della campagna?

I nuovi antibiotici sono pochi, l’offerta è molto limitata. A maggior ragione dobbiamo utilizzarli con “appropriatezza” proprio per preservarne l’efficacia. Se li utilizziamo quando non servono, questo uso diffuso di molecole fa pagare il prezzo: quello dell’emergenza dei microbi resistenti. I microbi sono organismi semplici, unicellulari, ma si adattano rapidamente ai veleni cui noi li esponiamo. Così mutano. Mutando i resistenti, tendono a sopravvivere. Così si provocano le gravi infezioni nei pazienti fragili, nei confronti delle quali il medico non ha sempre gli strumenti adeguati. Quindi un network fra tanti specialisti (l’infettivologo, l’internista, l’intensivista, il microbiologo, il farmacista, l’igienista), un gruppo di cui io sono presidente, raccoglie tutte queste competenze per proporre programmi di uso appropriato della terapia antibiotica, per mantenerne l’efficacia, per evitare il fenomeno della resistenza antimicrobica. Quindi ci muoviamo con assoluta sintonia con gli obiettivi del ministero.

In base a quali elementi si prescrive un antibiotico?

Il più delle volte: febbre = antibiotico. Se non superiamo questa “pigrizia diagnostica” e non cerchiamo di combattere la spirale dell’empirismo che fa scattare questa consecutio (febbre quindi antibiotico), non faremo passi in avanti. Bisogna combattere con un approccio clinico più accurato e attento. Questa è l’epoca dell’esamificio. Qualunque paziente, piuttosto che essere interrogato e visitato, viene sottoposto ad accertamenti, del sangue o radiologici. Bisogna tornare a fare i dottori veri, quelli che appoggiano l’orecchio sulle spalle dei pazienti, la mano sull’addome, il fonendoscopio sul cuore; visitare i pazienti accuratamente, interrogarli a fondo e poi decidere se hanno bisogno oppure no della terapia antibiotica. Abbiamo bisogno dei supporti, ma tutto deve nascere da un approccio clinico e deve essere condiviso, deve essere sentito come una necessità.

La febbre è una cosa normale?

Si può avere la febbre per l’influenza, per un’infezione grave, perché c’è un tumore, per una reazione allergica, perché si ha una malattia reumatologica; ci sono numerose e diverse cause di febbre. Non si può fare l’assioma febbre = infezione = antibiotico, perché così si abusa. L’abuso degli antibiotici è il motivo principale della perdita della loro efficacia.

Parliamo dei batteri nei reparti ospedalieri. Come si può combattere questa battaglia?

Bisogna lavarsi le mani! L’abuso degli antibiotici fa emergere i germi resistenti. Poi però questo germe si diffonde da un paziente a un altro, perché chi assiste il paziente non si lava bene le mani. Il lavaggio delle mani semplifica i programmi di “infection control”, nel passare dall’assistenza di un paziente ad un altro, e comunque si tratta di atteggiamenti comportamentali corretti da parte del personale sanitario, medico ed infermieristico. Non ci vogliono grandi macchine, grandi tecnologie, nuove diagnostiche molecolari. Bisogna solo sapersi comportare correttamente e iniziare proprio dal lavarsi le mani. In Italia l’infection control è un buco nero. Ci sono pochissime realtà ospedaliere nelle quali sono in vigore dei seri programmi di infection control che siano dotati di indicatori di risultato, cioè dei parametri di misura che facciano comprendere l’impatto del programma, se funziona o no, cosa produce.

I reparti ospedalieri più a rischio quali sono?

Quelli a più elevata intensità di cura. Perché ci sono i pazienti più gravi, più fragili, più esposti ai cateteri venosi, urinari, al ventilatore meccanico. Lì si verificano le condizioni più a rischio perché si realizzino le complicanze infettive. È anche vero che gli specialisti, gli intensivisti, sono quelli più in grado di utilizzare bene gli antimicrobici e di comportarsi in modo adeguato in termini di infection control. C’è ancora molto da fare, un lavoro culturale e su più fronti. Non si può pensare che un programma di infection control resti lettera morta nel computer di chi lo riceve. Bisogna agire di più sul campo, mettersi il camice e girare per i reparti, verificare, interloquire e confrontarsi con i colleghi. Comandare da fuori non serve a niente.

Cosa farà per prima cosa come presidente del Gisa?

Cercherò di perseguire le finalità, gli obiettivi statutari. Siccome è una società scientifica multidisciplinare, cercheremo di stabilire immediatamente relazioni con ciascun gruppo di colleghi per mettere a punto progetti, programmi di uso appropriato degli antimicrobici che siano specifici e legati all’epidemiologia delle infezioni che loro sono chiamati ad affrontare quotidianamente. Questo è un grosso sforzo ma ci proviamo, cercando di suscitare qualche interesse.

@vanessaseffer

Stabilizzati i precari dell’Istituto di Sanità

 

Festa grande nell’aula Pocchiari dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss), perché l’emendamento per la stabilizzazione dei precari è finalmente stato approvato al Senato. Cinquecentotrenta ricercatori, che hanno vissuto come dei fantasmi per tanti anni, occupavano l’aula dal 21 novembre scorso, dormendo lì a turno, non fermando l’attività di ricerca e di controllo. Loro svolgono una funzione fondamentale per la comunità: i controlli sui vaccini, sui farmaci e sui cosmetici, oltre alla ricerca di base. Il più grande ente di ricerca sanitaria del Paese. L’Istituto ha cominciato ad assumere questo personale con contratti di collaborazione coordinata e continuativa (co.co.co.), una forma contrattuale di lavoro parasubordinato, introdotta dal pacchetto Treu nel 1997, piuttosto debole. Dopo molte lotte in ambito di assunzioni, alcuni sono riusciti ad ottenere la conversione graduale che, non essendo mai finita, ha provocato nei ricercatori dell’Istituto un bisogno di chiarezza immediato. Così, coinvolgendo il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, che si è impegnato a stanziare in sede di Legge di bilancio le risorse necessarie alla stabilizzazione dei precari dell’Iss, oggi sono state integrate duecentotrenta persone, mentre le rimanenti in due anni saranno regolarizzate. La spesa attuale per assumere il precariato storico dell’Iss è intorno ai 30 milioni di euro. Molti di questi ricercatori lavorano nell’Istituto da trent’anni, ma andranno in pensione con la metà degli anni. Mentre lo Stato combatte il “nero”, qui c’è stata tolleranza.

Quasi tutti quelli che hanno occupato sono entrati nell’Iss tra il 2002 e il 2006, ma ce ne sono di molto più anziani, basti pensare che uno di loro era in questa situazione da ventotto anni. Questo problema ha provocato il blocco delle assunzioni. L’Istituto ha accantonato, per i pensionamenti di questi ultimi anni, all’incirca 14 milioni, che sono stati resi disponibili per assumere, però questa somma copriva la metà del necessario e quindi serviva un intervento suppletivo da parte del ministero. Da tener conto anche dei tagli che ha subìto l’Istituto, intorno ai 24 milioni di euro negli ultimi otto anni. I vari governi con la spending review hanno inciso molto in tutti gli enti di ricerca. Col nuovo emendamento la Lorenzin e il Mef (ministero dell’Economia e delle Finanze) hanno recuperato i fondi necessari. Guardando gli emendamenti del “Milleproroghe” ci si accorge che l’emendamento dei ricercatori dell’Iss è firmato in modo bipartisan, da tutti i componenti della Commissione salute, con iniziativa del senatore Emilia Grazia De Biasi, ma tutti i componenti e tutti i gruppi hanno firmato; il centrodestra ha firmato per primo, poi i Cinque Stelle. La capacità dell’Istituto di essere utile al Paese e il grado di consapevolezza della situazione divenuta particolare ha ottenuto il riconoscimento di tutta la rappresentanza politica.

Con le lotte di questi anni sono riusciti ad ottenere la continuità e non gli stacchi fra un contratto e un altro. Però succede che se il contratto scade il 31 dicembre ci può essere un altro contratto che parte il 2 gennaio. L’Istituto, nel frattempo, è diventato vecchio. Quest’anno i pensionamenti ammontano a 4 milioni. Nel 2018 si dovrebbe essere in grado di fare cento assunzioni per risolvere il problema.

Ne parliamo con il dottor Claudio Argentini, biologo dell’Iss e promotore dell’occupazione, affinché ci spieghi meglio la situazione.

Ci sono circa trecentocinquanta persone che hanno denunciato l’Istituto per danni, per la reiterazione dei contratti.

Se lavori da vent’anni e ti cambiano il contratto nel 2017, cambia qualcosa a livello pensionistico. Ci sono persone che hanno dieci anni di contratto a tempo indeterminato. Hanno denunciato alla Comunità europea per infrazione, la reiterazione di contratto. I precari sono disponibili a chiudere i contenziosi in cambio delle assunzioni, rinunciare al danno subito come previsto dalla Comunità europea.

La presidenza dell’Istituto ha sostenuto questa mobilitazione?

Il presidente Walter Ricciardi è stato anche commissario. All’inizio il rapporto non è stato semplice, lui veniva dall’Università Cattolica e ha pensato che questo fosse un precarificio, che le persone fossero arrivate qui con raccomandazioni. In realtà qui la raccomandazione è solo quella scientifica, sono i professori universitari che inviano dalla scuola. L’atteggiamento del nuovo presidente è stato comunque guardingo, all’inizio stava pensando di fare alcuni licenziamenti, cosa che qui non era mai avvenuta, poi durante le riunioni ha capito che la situazione era diversa. Durante una riunione dell’organismo notificato, che controlla tutta la parte della sicurezza dei cosmetici, ha chiesto quanti dei presenti fossero precari e hanno alzato la mano più della metà, che in tutti questi anni hanno costruito una professionalità. Andando avanti, quelli che hanno vinto progetti di alto livello si ritrovavano un capofila precario, così il presidente ha sviluppato la certezza che la gente non stava qui tanto per starci. Anche a livello amministrativo, abbiamo dei precari che sono bravissimi a fare i progetti europei, e ci sono tecnici che fanno gli amministrativi, fanno gli ordini dei prodotti da usare in laboratorio, quindi pur essendosi adattati portano la loro competenza. Spendiamo pure meno di quanto si spende negli ospedali e negli altri enti di ricerca, perché queste persone sanno dove cercare il prodotto, contrattano sul prezzo. Comprare un enzima per fare un esperimento non è come comprare scrivanie. Così la presidenza ha capito che era un vantaggio dell’ente stabilizzare questo personale. All’inizio della mobilitazione non era contentissimo, ma noi avevamo bisogno di visibilità.

Cosa cambia economicamente quando si viene stabilizzati?

Niente, perché le condizioni di tempo indeterminato sono identiche, cambia la condizione di stabilità. L’assillo della scadenza del contratto. Quando si viene riassunti si può cambiare laboratorio, perché diminuiscono o vengono meno certi finanziamenti in quel settore, il personale si sposta. Questo è un bene perché provoca una continua formazione, il che è positivo, ma non avviene in un contesto programmato. I finanziamenti di tipo statale permettono all’ente di rispondere per esempio per la meningite, per fare i dovuti controlli. Per il cittadino è un investimento perché ha la possibilità di ricevere un servizio fondamentale.

I cittadini sono sensibili ai problemi legati alla Sanità.

Una delle nostre caratteristiche è che il parere scientifico non è condizionato politicamente, le pubblicazioni prima devono essere approvate da enti dell’estero. Il fatto che ci sia un ente terzo che non ha interesse diretto nella vicenda e che possa esprimere un parere scientifico che può essere pure parzialmente sbagliato, però è un parere che mette in discussione e valuta, credo sia un vantaggio per il cittadino e una garanzia di sicurezza. Ma la terzietà si ottiene con l’indipendenza economica, nel momento in cui partecipo poco ai bandi fatti dall’impresa farmaceutica, ma mi sostengo con i finanziamenti pubblici o con lo stanziamento pubblico, la terzietà è reale, sono indipendente e capace di dire la realtà dei fatti per le conoscenze e il coordinamento dei soggetti coinvolti. Adesso lo siamo nelle linee guida delle terapie, non possiamo avere tutte le conoscenze, ma siamo in grado di coordinare, fare sintesi e produrre le indicazioni di terapia che sono utili al cittadino, che se va a curarsi a Como o a Canicattì trova un modo unico per essere curato, una linea terapeutica condivisa. Nonostante i problemi economici che sono sotto gli occhi di tutti.

Il confronto con l’estero come funziona?

Le linee guida della terapia per l’Hiv dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) sono state elaborate da studiosi del nostro Istituto. Ci sono moltissimi centri che riguardano le malattie epidemiche, come morbillo e influenza che hanno il centro di referenza italiano nell’Istituto. Tutta la parte regolatoria sui farmaci, i derivati dal sangue, vengono gestiti da alcuni centri che hanno i loro rappresentanti anche in Europa. C’è una stretta relazione con queste realtà. Poi il punto di vista scientifico lo danno le pubblicazioni. Noi abbiamo una produzione in aumento anche grazie alla stabilizzazione di alcuni posti di lavoro; dal 2007 ad oggi con questo personale precario la produttività dell’Istituto è aumentata del 25 per cento. I fondi scientifici della Comunità europea sono tutti correlati alla capacità di relazione, vengono dati se hai altri collaboratori dispersi nel Continente. Noi ne abbiamo tantissimi. Abbiamo recentemente presentato alle agenzie di stampa il progetto sponsorizzato dalla Comunità europea sui livelli dei servizi sanitari nazionali in cui il coordinamento è in Istituto ed è stato fatto con tutti i centri di ricerca sul sistema sanitario, nazionali e internazionali.

Finalmente sono arrivati i vaccini gratuiti.

Il tema della vaccinazione è trattato moltissimo sul web ma è poco discusso. O discusso male. Il problema maggiore deriva dal fatto che è prodotto industrialmente e quindi c’è un interesse economico, però io sono un biologo e questo è il mio campo, se si guarda l’impatto che ha avuto il vaccino della poliomielite, specie nei ceti sociali medio-bassi, ce lo ricordiamo poco, però i nostri padri ricordano gli invalidi da poliomielite e la situazione era devastante e questo succedeva in quelle famiglie meno abbienti dove l’igiene era inferiore o non c’erano capacità di mantenere una nutrizione efficace dal punto di vista della protezione. L’altro vaccino che ha cambiato le cose è quello del vaiolo: l’arrivo in America degli europei ha provocato lo sterminio dei nativi americani, specie a causa di queste malattie che sono state sconfitte dalla protezione vaccinale. Il morbillo è una malattia mediamente grave. Come la meningite ci sono i morti per il morbillo, la vaccinazione la impedisce. Se si parte con l’approccio economico è chiaro che ci sia una diffidenza, ma credo che se oggi le case farmaceutiche investono lo fanno sulle malattie croniche non sui vaccini, perché avere un paziente che prende per trent’anni un farmaco è un vantaggio. Fino a pochi anni fa l’epatite C non era curabile e la reiterazione delle cure costose era un vantaggio per le case farmaceutiche. Curare la malattia è una bella cosa, ma non sempre l’investimento del privato conviene. I vaccini non sono così interessanti, infatti se ne sviluppano pochissimi. Per l’ebola c’è stato lo sviluppo del vaccino. Ma finché l’ebola è rimasto localizzato in piccole zone dell’Africa nessuno lo produceva perché non c’era interesse commerciale. Eppure è diventato d’interesse sanitario quando l’epidemia stava diventando incontrollabile. La discussione è gestita male, ma i vaccini sono fondamentali nell’evoluzione dell’uomo, perché controllano le malattie.

Il mondo è cambiato completamente, non è più il tempo del lavoro fisso. È subentrato un problema psicologico? Tanti si ammalano per questo, vanno in depressione. Molti giovani che non vengono assunti, per esempio.

Questo è il problema che conduce tutto: i blocchi periodici di assunzioni. Nel 2011 abbiamo assunto la generazione precaria precedente, però oggi l’Istituto sarebbe in condizione di fare assunzioni ex novo, perché chiudendo la storia del precariato nel 2018 noi saremmo in grado di riaprire le porte nel 2019.

Quante persone lavorano all’Istituto Superiore di Sanità?

In tutto millecinquecento a tempo indeterminato e cinquecentotrenta a tempo determinato. Se noi nel 2017 cominciassimo a fare formazione e borse di studio e quantizzassimo le assunzioni per il 2019, senza assicurare che la formazione porta subito al tempo indeterminato, perché c’è una fase di verifica individuale dell’Istituto, visti i pensionamenti, noi saremmo in grado di bandire almeno cento posti a tempo indeterminato totalmente nuovi, di professionalità non presenti, o sostituire i pensionamenti nelle strutture che hanno bisogno, per cui la chiusura del precariato potrebbe essere una ripartenza dell’accesso esterno. Poi le nuove generazioni portano pure un impatto positivo. Dal 2007 ad oggi è aumentata la produzione scientifica. Molti hanno studiato all’estero, e rientrano speranzosi, l’Istituto sarebbe l’unico ente in grado di ripartire in modo oggettivamente virtuoso, tenendo conto che i giovani che entrano hanno trentasei/trentasette anni e dieci anni fa erano appena laureati. Molti vengono presi direttamente dall’università, quindi la selezione è dovuta alla raccomandazione delle scuole. I precari vengono inviati anche all’estero, l’Istituto ha avuto la lungimiranza di permettere al personale di acquisire competenze fuori, com’è successo a me vent’anni fa da precario per costruire una professionalità che può essere spesa qui o fuori. Certe volte ci si presta vicendevolmente i progetti, chiedendo di partecipare, perché nel proprio ambito sono finiti i soldi. L’esigenza di stabilizzazione è molto più presente di quello che dicono le leggi del mercato del lavoro. Andrebbe fatto un ragionamento politico ex novo su questo. C’è l’imprenditore che tende ad abbassare il costo del lavoro, ci sono i voucher, ma ci sono imprenditori intelligenti, privati o pubblici, che tendono a tenere le persone che hanno formato.

Quanto guadagna un ricercatore italiano rispetto ad uno tedesco?

All’inizio l’italiano guadagna 1.600 euro, dopo una lunga gavetta. Io dopo quattordici anni, con il precariato alle spalle sto sui 2.200 euro. In Germania un mio corrispettivo, con le mie caratteristiche e il mio curriculum, guadagna 8mila euro al mese. Negli anni Novanta mi offrirono un contratto in Australia dopo essere stato in Inghilterra e mi offrirono 35mila dollari, quindi circa il doppio dell’entrata qui. Quando si parla di fuga dei cervelli si deve mettere nel conto questa cosa. Resistere in Italia ha un merito non da poco, perché le condizioni, anche per la modalità del lavoro, sono inferiori rispetto all’estero e gli stipendi sono correlati a questo. Un ricercatore in Svizzera appena entrato prende quasi 4mila euro. Questo condiziona tutte le scelte di vita: restare o andare? Psicologicamente, come diceva lei, il precariato è compromettente, tenga conto che prendere un mutuo da precario è un’assurdità. Viene richiesto un certificato dell’ente che assicura la continuità del lavoro, ma l’ente non può dare una continuità che non c’è e allora si chiede al genitore o al fratello, che se possono firmano a garanzia sulla loro disponibilità economica. Io sono stato fortunato perché sono entrato con i concorsi degli anni duemila, ma un mio collega che ha due anni meno di me è rimasto fuori. È chiaro che l’Istituto, come tutta la ricerca, non può essere legato alla fortuna di nascere un anno prima o un anno dopo.

@vanessaseffer

Soundreef non è un “fuoco di paglia”

 

Il presidente della Siae, Filippo Sugar, aveva definito così la società fondata dal 38enne Davide D’Atri, quando si è visto abbandonare da Fedez e Gigi D’Alessio tra aprile e maggio dello scorso anno.

Due dei più grandi nomi della musica italiana hanno affidato la gestione dei loro diritti d’autore a Soundreef, società nata nel 2011 con sede a Londra ma con una proprietà anche italiana. Investendo in tecnologia e trasparenza, che consentono una ripartizione dei diritti più veloce, Soundreef in pochi anni ha raccolto migliaia di iscritti: 8mila artisti italiani e 25mila nel mondo. Una società che è di ispirazione a tanti, compresa la Siae, l’Ente pubblico a base associativa che da 134 anni si occupa di protezione, esercizio ed intermediazione del diritto d’autore (nel suo consiglio direttivo sedevano Giuseppe Verdi e Giosuè Carducci), e che ha iniziato ad apportare dei cambiamenti nelle offerte, per esempio inserendo anch’essa i dati on-line. A dimostrazione che la libera concorrenza consente a tutti di migliorare. Questo si deve alla presenza della Direttiva Barnier 2014/26, con cui la Comunità europea ha apportato cambiamenti alla gestione del diritto d’autore, dando il via alla competizione fra le società di collecting che operano in Europa e alla conseguente divisione fra i sostenitori del monopolio di Siae e chi è a favore della libera concorrenza. Anche il ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini, ha dichiarato che “va fatto un lavoro urgente di profonda riforma della Siae” per adeguarsi e competere in modo sano.

Davide, Soundreef è un’azienda inglese che ha una proprietà italiana e che è stata costituita in Inghilterra. Come mai nel 2015 è stata acquistata dalla Soundreef società per azioni?

Ci tenevo che la proprietà diventasse italiana, ciascuno deve fare la sua parte. Noi abbiamo fatto un’operazione al contrario, cioè una società straniera ha acquistato quella italiana. È stata costituita in Inghilterra perché subito dopo la scuola, a 19 anni, mi sono trasferito in Inghilterra come l’altro cofondatore che ho conosciuto lì, Francesco Danieli. Nel 2011 eravamo ancora residenti in Inghilterra, quindi fu normale per noi costruire la seconda azienda lì.

Altri italiani potrebbero realizzare lo stesso progetto in Italia o no?

Non ancora. Quando abbiamo iniziato lo abbiamo fatto in modo molto anglosassone. Il nostro pensiero era molto semplice. Le opere sono nel nostro controllo, di conseguenza non c’è nessun altro che può vantare diritti su queste e noi le vendiamo in tutta Europa. Se non vi sta bene, fateci causa! Le vendiamo in tutta Europa in base al semplice ragionamento che all’interno della Comunità europea il mercato è libero. Anche se ci fosse una specifica legge nazionale che potesse impedirci di fare questa attività dall’Inghilterra, comunque sarebbe superata dalla Direttiva Barnier. Ho studiato Economia a Londra e ho fatto tanti lavori. Da studente ero molto interessato all’antitrust. Però non capivo come mai sui libri le prime due regole dell’antitrust sono: non puoi metterti d’accordo sui prezzi e non ti puoi dividere i territori. Poi ho guardato in Europa e ho trovato 27 società che si erano divise 27 nazioni. Il monopolio reale esiste solo in Italia. Nel resto d’Europa esiste un monopolio de facto e quindi mi dicevo che era impossibile, com’è questo mercato? Poi lavoravo contemporaneamente nel settore della musica, nel 2005 ho creato la mia prima azienda e nel 2011 abbiamo lanciato Soundreef. Ma per più di dieci anni ho studiato questo settore. Quando ho capito che il mercato era ormai maturo, ho lanciato Soundreef.

Nessuno ha avuto prima questa intuizione?

No, siamo stati i primi in Europa e incredibilmente siamo ancora gli unici a fare questa attività di concorrenza con una società privata, fondamentalmente. Immagino che molto presto verranno altri concorrenti privati, ma al momento non ci sono.

Vam Investments e LVenture Group hanno investito nel tuo progetto, altri hanno avuto fiducia in te?

LVenture prima e Vam dopo. Vam è un veicolo di private equity, dietro Vam ci sono molti industriali italiani importanti che investono attraverso questa società. Infatti, quando in aprile abbiamo scritto una lettera al premier Matteo Renzi, l’hanno firmata 300 imprenditori che contano.

Perché scegliere Soundreef invece di Siae, cosa avete ed offrite di meglio?

Ci distinguono tre valori fondanti: qualsiasi ripartizione deve essere analitica, cioè, è possibile tecnicamente pagare per ciò che effettivamente è stato suonato, senza forfettario, senza criteri statistici, fino al 90 per cento del mercato. Poi la tracciabilità della rendicontazione: devo poter andare sul conto corrente on-line e vedere esattamente come ho guadagnato quei soldi dalla televisione, dalla radio. Infine, rendicontazioni e pagamenti superveloci. Noi per i concerti rendicontiamo a sette giorni dal concerto e paghiamo entro novanta giorni. Il tradizionale paga a 12 o 24 mesi.

Per pagare “analiticamente” bisogna però confrontarsi con la Siae. Il presidente Sugar ha detto che non avete una rete “capillare” che consenta questo, ci vuole sempre un tramite. Allora utilizzate i loro strumenti e il loro personale, come fanno i principali gestori di telefonia mobile con le altre società di telefonia fornendo le antenne, o no?

Noi usiamo completamente un altro sistema: bisogna dividere l’attività del recupero delle informazioni dall’attività di riscossione, sono due cose completamente diverse. Per il recupero delle informazioni bisogna andare dall’utilizzatore e chiedergli come ha utilizzato la musica; questa è l’attività più importante in assoluto, perché è la parte più trascurata fino ad ora. Non è stato investito per innovare e apprendere le informazioni velocemente e in modo trasparente, lì il sistema è carente e allora si ripartisce male. Una vera attività di riscossione che potrebbe fare chiunque, anche Equitalia, ti invierebbe dall’utilizzatore, gli devi dare per esempio mille euro per una licenza. Dopodiché le aziende smerciano le informazioni con i mille euro e ripartiscono come vogliono. Le informazioni devono essere libere, tutti devono poter chiedere a tutti senza intermediari. Mentre la riscossione si può benissimo lasciare a Siae, perché se c’è una cosa che sa fare bene la Siae è farsi pagare, e prezzare alto. La raccolta si lascia a Siae, ma aggiungiamo delle condizioni: un decreto che le imponga regole come nelle telecomunicazioni. Determinati costi e tempi precisi per restituire i soldi entro 30 giorni e applicare un agio al 3 per cento, controllare eventuali abusi e il territorio. La parte più interessante però resta quella delle informazioni, ma come si fa ad ottenerle? Sugar parla con slogan che fanno capire tutto il suo timore. Lui dice che serve una struttura capillare, ma è una grossa falsità. Dobbiamo capire le varie classi di utilizzo, innanzitutto radio e televisione. Dove sta questa capillarità? I broadcast televisivi sono 10 in Italia, quelli radiofonici sono una cinquantina, i più importanti, e qualche centinaio quelli meno importanti. Basta una mail, non devi andare a bussare dietro le porte come un ispettore.

Quindi è una furbata fuorviante della Siae?

Per radio e televisione si fa così, poi per il “live” c’è un borderò elettronico, non devi andare lì con l’ispettore. Per la musica di sottofondo – quelle che si usano negli esercizi commerciali, il settore col quale abbiamo iniziato – hanno circuiti chiusi, per cui si analizza esattamente cosa viene suonato. È tutto digitale. Cosa rimane fuori per cui Sugar ci si aggrappa? I piccoli esercizi, il piccolo bar, il piccolo ristorante. Ma non si può assillare un piccolo bar con mille licenze, non è neanche giusto. Ciò che rimane di questo a Siae è circa il 10/15 per cento di tutto l’utilizzo musicale.

Cosa succederà dopo il tuo suggerimento di apportare due modifiche allo schema di decreto durante l’audizione alla Commissione Cultura della Camera del 17 gennaio scorso?

Noi abbiamo sempre pensato, da quando abbiamo iniziato a lavorare in questo settore, che mai vorremo essere dipendenti dalla politica. Abbiamo sempre immaginato che questo fosse un settore molto vicino alla politica. Quindi abbiamo immaginato una struttura aziendale che potesse sopravvivere ad eventuali battaglie della politica contro di noi. Non so se ci sia una battaglia contro o no, ma so che vediamo la battaglia politica come un’opportunità, di contribuire ad una buona legge e alla possibilità di far crescere il nostro business. Qualora dovessimo perdere la battaglia politica, noi continueremo come è sempre stato. Qual è l’intenzione della politica italiana, quella di far chiudere le società dei giovani in favore delle vecchie società? L’opera è una proprietà privata. Ci stanno concedendo qualcosa, perché si sono resi conto che noi abbiamo preso un catalogo molto importante di opere, parliamo di 8mila autori italiani, quindi se tu non compri una di quelle licenze da Soundreef quel brano non lo puoi usare, se lo usi fai un illecito civile e penale. Abbiamo già denunciato l’Auditorium perché hanno fatto tre concerti con nostri artisti e non hanno pagato.

A Sanremo avrete quattro brani in gara, che succederà e come si comporterà la Rai?

La legge è molto chiara, dovranno ottenere una licenza, altrimenti non potranno utilizzare i brani. Qualsiasi avvocato può spiegare questo. A prescindere dal monopolio o no, non si può utilizzare un’opera senza una licenza. Siccome la Siae questa licenza non gliela può più vendere, in quanto quegli autori di quelle opere non sono più iscritti Siae, i brani sono senza licenza. Chi li usa senza licenza incorre nel penale e nel civile.

Chi la dà allora questa licenza?

Noi ovviamente, se ci pagano (sorride). I due Capodanni più importanti d’Italia li abbiamo fatti noi, con due nostri autori, Fedez e Gigi D’Alessio. Gli organizzatori hanno regolarmente pagato la licenza. Senza la licenza non si poteva fare il concerto!

Fedez e D’Alessio sono due visionari, hanno visto qualcosa in voi, non si possono classificare come quell’italiano medio che tiene il vecchio certo per il nuovo e l’incerto.

Sono due autori molto diversi tra loro ma in comune hanno uno spiccato senso del business, una capacità manageriale che tanti altri non hanno, e soprattutto hanno guadagnato veramente la loro indipendenza dall’establishment in generale. Sono molto sereni nelle loro scelte, hanno visto che servizi avevano in Siae e noi abbiamo fatto vedere cosa avrebbero avuto da noi e, dando loro determinate garanzie, hanno fatto la loro scelta. Come hanno fatto anche altri importanti autori.

Che tipo di accordi fate con gli artisti, c’è differenza con gli autori stranieri?

Le condizioni e gli accordi sono tutti simili, ci sono degli accordi standard. L’unica cosa è che i più noti possono chiedere dei limiti garantiti. Siccome questo tipo di autore può fare centinaia di migliaia di euro di conto, si gioca grosse cifre e noi chiediamo il rendiconto degli ultimi tre anni in Siae, facciamo una media, e noi gli garantiamo il 60/70 per cento della sua media, così si abbassa il rischio e loro stanno più tranquilli. Anche la Siae può chiedere all’inizio dell’anno fino all’80 per cento del rendiconto in anticipo.

Come fa un artista che magari si autoproduce a far diffondere la sua musica negli stores? Parlaci del network radiofonico per musicisti indipendenti.

Abbiamo fatto crescere con attenzione questo settore e ne siamo molto orgogliosi. L’ambito era troppo grande per fare tante royalties tutte insieme, perché dovevamo individuare una nicchia per iniziare e trovammo la musica di sottofondo. Si fanno contratti importanti, le catene di negozi pagano e scoprimmo che il network faceva loro dei prezzi altissimi ma non ripartiva bene con autori ed editori, perché non chiedevano loro cosa avessero suonato (ad Auchan, a Coop), quindi c’era un altro tipo di ripartizione, secondo altri criteri del Consiglio di amministrazione di Siae. Questo è un settore stranamente ricco, vale più del doppio di Internet. A livello europeo le royalties che riguardano l’on-line valgono un miliardo e duecento milioni di euro; in Italia valgono 90 milioni di euro. Sono cifre abbastanza importanti. Così abbiamo creato un network di musica indipendente, per svuotare gli stores di quel tipo di musica non conteggiata e abbiamo proposto di mettere musica di grande qualità, selezionata da noi. Dal 2011, Soundreef ha concesso decine di migliaia di autorizzazioni a diffondere musica negli esercizi commerciali di oltre venti nazioni. Gestiamo un importante e selezionato catalogo di oltre 150mila pezzi e le grandi catene ci hanno seguito. Abbiamo più di 40mila punti vendita solo in Italia. Così si è creato un network radiofonico di musica indipendente.

Come riuscite a pagare entro 90 giorni se la Siae ci mette un anno o due?

Loro non ci mettono un anno o due per problemi tecnici, bisognerebbe chiedere a loro, ma è una loro decisione di pagare non in tempi brevi. Cosa ci fanno con i soldi, non lo so. La Siae ha 280 milioni di euro in immobili, cosa ci fanno? Come li hanno comprati? Soprattutto, i proventi che vengono generati da questi immobili, o i proventi di altre operazioni finanziarie, sono distribuiti con gli autori ed editori? Se lo sono, come sono distribuiti? Nei rendiconti Siae non c’è niente di tutto questo.

Come proteggete dal plagio i vostri autori?

Non ce ne occupiamo direttamente noi, perché abbiamo una partnership con una società spagnola molto grande che fa proprio il deposito dell’opera, “Safe creative”. Quando ci si registra a Soundreef depositi anche da loro gratuitamente e hai la prova della paternità.

Mi dici del tuo primo figlio, Beatpick. È la prima società che hai fondato in Inghilterra?

È la prima società che ho fondato con Francesco Danieli undici anni fa, vende musica per la pubblicità, il diritto di sincronizzazione. Quando un’azienda fa uno spot e mette la musica ha bisogno di comprare il diritto di sincronizzazione, che non è un diritto che la Siae gestisce, perché è un diritto sempre privato. Siccome nel 2005 queste operazioni riguardanti questo diritto erano sempre un po’ complicate, bisognava chiamare l’avvocato. La musica indipendente era parecchio tagliata fuori per la complessità dell’operazione. Il 70 per cento delle musiche utilizzate nei film o nelle pubblicità non sono brani famosi, così abbiamo creato una libreria di musica indipendente dove si poteva comprare la licenza ad utilizzare il brano. Si risponde ad alcune domande e viene fatto un preventivo, se lo accetti viene stipulato il contratto e puoi pagare con bonifico o carta di credito, tutto on-line. Siamo stati i primi in Europa a fare questo nel 2005, adesso il mercato è invaso da società che ripropongono la stessa cosa. Forse lo fanno anche meglio di noi.

La prossima sfida?

Prima devo risolvere il problema delle royalties, poi se vuoi saperlo mi interessano due cose su cui mi concentrerò verso i 40/50 anni: il nutrizionismo e l’immigrazione. Mi piacerebbe fare dei progetti di business sostenibile in questi due settori.

@vanessaseffer

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Meningite, ne parla il professor Menichetti

Alla luce dei recenti episodi di cronaca, abbiamo sentito la necessità di eludere inutili preoccupazioni, chiedendo ad un esperto, il professor Francesco Menichetti, Ordinario in Malattie infettive all’Università di Pisa, direttore dell’Unità operativa di Malattie infettive dell’Aoup (Azienda ospedaliera universitaria pisana), nominato membro del Comitato tecnico sanitario del ministero della Salute nella sezione per la lotta contro l’Aids dal ministro Beatrice Lorenzin, l’uomo che è in prima linea quando si parla di emergenze infettive virali acute e croniche, in trincea in Toscana, la regione più compromessa al momento, di spiegarci con chiarezza quanto sta succedendo nel nostro Paese in merito alla C, il ceppo di meningite che terrorizza non solo la Toscana, ma che ha creato allarmismo nei cittadini italiani con la conseguente folle corsa alla vaccinazione.

Professore, che differenza c’è fra meningococco e meningite batterica?

Quando parliamo di meningite batterica parliamo di una sindrome clinica, un’infezione delle meningi che può essere causata da diversi microbi e virus. Tra i microbi, l’unica forma contagiosa è quella causata dal meningococco. L’allarme, del tutto ingiustificato, che ha raggiunto livelli di parossismo si riferirebbe all’unica forma di meningite batterica che è quella causata dal meningococco. Allarme ingiustificato perché non c’è nessun incremento di casi di meningite meningococcica, oppure di malattia invasiva meningococcica. In Italia, fatta eccezione per la Toscana, che dal 2015 ha avuto un incremento di casi, abbiamo avuto 61 casi da meningococco con 13 morti. Questa è l’unica situazione degna di rilievo, ma la Toscana dall’anno scorso ha intrapreso una campagna vaccinale adeguata che sta andando avanti. Nel resto d’Italia, le segnalazioni che si sono succedute a fine anno e i primi giorni dell’anno nuovo rientrano largamente nella fisiologia stagionale. Ogni anno nel Paese abbiamo 200 casi di meningococco, 900 casi di pneumococco. Siamo assolutamente nella normalità.

Alcune delle 61 persone ammalatesi in Toscana erano vaccinate. Si può contrarre la meningite anche se vaccinati?

In realtà i casi vaccinati sono circa 12. Ma bisogna chiarire un punto: l’immunità generata dai vaccini che sono a disposizione non dura oltre 5 anni e la metà di queste 12 persone che hanno avuto la malattia meningococcica erano state vaccinate da oltre 5 anni. Quindi erano al di fuori dell’arco temporale della protezione vaccinale. Abbiamo avuto un paio di casi in cui i pazienti erano stati vaccinati da poco. Ci vuole almeno un mese perché si sviluppino gli anticorpi. Non è che oggi fai il vaccino e domani sei protetto, devono trascorrere almeno 3/4 settimane. Il vaccino antimeningococcico è molto sicuro ed efficace, però un 5/6 per cento di vaccinati non risponde bene come in altre situazioni vaccinali, non è mai efficace al 100 per cento. Bisogna sottolineare con forza che tutti i casi di malattia meningococcica, sia la meningite che la setticemia, che è l’infezione più grave responsabile delle morti, che si sono verificate in vaccinati, sono stati meno aggressivi e letali. Solo una persona vaccinata è morta, tutti gli altri casi riguardavano individui non vaccinati. Vaccinarsi conviene sempre, è utile e necessario perché protegge dalla malattia o attenua la sua gravità. Ma oggi vaccinarsi, al di là dei calendari vaccinali che si rivolgono ai bambini e agli adolescenti, è un problema che riguarda soprattutto la Toscana. Per le altre regioni, la corsa ai vaccini sorprende.

Il trend della malattia in Piemonte sembra stia diminuendo dal 2010 ad oggi, pertanto questa regione non consiglia la vaccinazione, cosa ne pensa?

Che bisogna seguire queste indicazioni. Io sono uno strenuo sostenitore del fatto che debba essere seguito un unico calendario vaccinale a livello nazionale perché, avendo 20 regioni, abbiamo 20 calendari vaccinali. È evidente che laddove ci siano diversità epidemiologiche come in Toscana è anche giusto ci sia la flessibilità nell’offerta. Mi sarei rallegrato se questa corsa degli italiani a vaccinarsi ci fosse stata nei confronti del vaccino per l’influenza. Quella sì che è un’epidemia diffusa, stagionale, che è arrivata in anticipo, è molto grave e provoca tante complicanze nei piccoli, negli anziani, nelle persone fragili, malate, e provoca anche tante morti che nessuno conta.

La meningite uccide più o meno della polmonite?

Sicuramente la polmonite ha una maggiore letalità, così come anche l’influenza. Noi siamo vittime di un certo strabismo, vediamo solo quello che viene messo in evidenza, che viene agli onori della cronaca, di giornali e televisione.

Le Marche, la Liguria e il Friuli sottolineano l’assenza dell’emergenza sanitaria e la copertura vaccinale altissima (90 per cento) della popolazione. L’eccessiva informazione o una scarsa informazione sono la causa di esagerazioni o della paura dilagante?

Esatto, si perde facilmente la visione globale, che nelle questioni sanitarie non va mai persa. Adesso la priorità è l’influenza e le sue complicanze, che fanno qualche migliaia di morti tutti gli anni in Italia, non qualche decina. Ancora il tasso di vaccinazione per l’influenza è troppo basso. C’è tanto scetticismo e tanta diffidenza nei confronti dei vaccini, in particolare nei confronti dei vaccini virali, come quello antinfluenzale e questo è un male.

Chi per lavoro va in Toscana, anche periodicamente, deve vaccinarsi?

Noi e l’assessorato alla Salute consigliamo il vaccino agli studenti, quelli che vanno nelle sedi universitarie della Toscana, gente di fuori che ha un rapporto professionale stabile o periodico per settimane, mesi, reiterato in questa regione, si può vaccinare per una forma di protezione. Ma chi va occasionalmente o per motivi turistici no. La Toscana è una regione sicura, visitabile, non è necessario vaccinarsi a meno che uno non preveda di andare per periodi prolungati o reiterati.

Meglio il vaccino quadrivalente oppure quello specifico monovalente?

Ai bambini il calendario vaccinale toscano offre per le prime due dosi il monovalente, adesso è più prevalente l’offerta del quadrivalente che è un vaccino coniugato, quindi rivolto contro il ceppo A, C, Y e W. Direi il quadrivalente coniugato sia quello consigliabile, al di fuori dei calendari vaccinali, se si decide di fare il vaccino.

Come si fa se qualcuno non ricorda di essere stato vaccinato da piccolo, è possibile rifare il vaccino oppure no?

Sicuramente, non è mai pericoloso. Stiamo parlando del meningococco. Ma anche in altre situazioni non è mai pericoloso. Bisogna però cambiare l’atteggiamento nei confronti dei vaccini, essere più attenti, avere la tessera sanitaria che riporti le vaccinazioni e farsi aiutare dagli uffici che le erogano, che sicuramente sono in grado di ricostruire se il canale è stato quello. Più difficile se uno lo ha fatto come iniziativa personale dal proprio medico o dal farmacista. Però rischi non se ne corrono, anzi l’offerta ultima della Regione Toscana è quella di implementare di una dose il vaccino per il meningococco C, proprio per colmare eventuali carenze nella durata della protezione che non va oltre i 5 anni.

Quindi non c’è emergenza meningite in Italia!

Direi che non c’è assolutamente, non c’è neanche in Toscana, dove si è verificata una situazione che è nota fin dall’anno scorso e che sta persistendo, che è un incremento notevole che noi definiamo un cluster epidemico, un focolaio epidemico, che però in termini numerici ha prodotto numeri contenuti, 61 casi in due anni. È molto perché il meningococco ne fa meno di 200 all’anno in tutta Italia e quindi è una quota importante di avere il 30/35 per cento dei casi documentati nel territorio, ma la Toscana sta reagendo con determinazione ed efficacia perché si è mossa per tempo.

Quindi ci si può ammalare anche col vaccino, ma chi è vaccinato guarisce prima!

Intanto ha meno probabilità di morire e non è poco, e di avere le complicanze della malattia che possono essere devastanti. Le cito solo Bebe Vio, che è un esempio per me luminoso di un gigante, una grande italiana che testimonia anche la coscienza che tutti dovrebbero avere. Una giovane che da sola ci ricorda quanto sia importante vaccinarsi per proteggere se stessi e l’intera comunità. La gente che è scettica o diffidente dovrebbe pensare a Bebe Vio.

Cosa direbbe a coloro che ritengono causa di eventuale epidemia i migranti?

Questa è un’affermazione non sostenuta da evidenze scientifiche, si può solo ipotizzare che nella gola dei migranti che arrivano da noi ci sia il meningococco e che loro siano gli untori. Sui 61 casi della Toscana solo 11 sono stati documentati in stranieri, una quota minoritaria. Poi, se andiamo a vedere il meningococco che prevale nella fascia della meningite, cioè nell’Africa subsahariana, nei Paesi che alimentano il fenomeno della migrazione, prevale un meningococco che è di ceppo W che è diverso dal ceppo C che prevale nelle nostre latitudini. Quindi è un’affermazione priva di qualunque evidenza scientifica, è un po’ frutto dell’ignoranza. Noi rivendichiamo il diritto di avere un’opinione che è sacrosanto. Un’opinione in ambito scientifico, ma anche generale, deve essere sostenuta da evidenze, a maggior ragione in questo campo.

Le dosi di vaccino disponibile sono sufficienti?

Ci sono tranquillamente. Quello che ci deve anche essere è la coscienza da parte della popolazione, che ingiustificatamente corre senza che ci sia alcuna emergenza. Pensino all’influenza.

Ed anche alla rosolia, al morbillo e alla parotite?

Certamente!

 

@vanessaseffer

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Donazione del sangue: nuova sala della Cri


È stata inaugurata l’altro giorno la nuova sala di donazione sangue della Croce Rossa Italiana a Roma (via Ramazzini, 15), accreditata con la Regione Lazio. Nella sala ci sono quattro lettini per il prelievo, due stanze per il colloquio con i medici durante il quale ci si accerta che il donatore sia in buona salute e abbia tutti i requisiti per effettuare il prelievo, che non abbia avuto comportamenti a rischio per una donazione sicura, e poi una stanza per il ristoro post-prelievo. Tutti i venerdì, sabato e domenica la sala sarà a disposizione di chi sentirà il bisogno di farà del bene anche in questo modo. In 7/8 minuti, questo il tempo che ci vuole, gli uomini possono donare ogni tre mesi e le donne ogni sei mesi. Il sangue raccolto, in contenitori da 450 ml, viene inviato attraverso i centri trasfusionali alle industrie per gli emoderivati, la lavorazione del plasma e i farmaci e soprattutto nei reparti ematologici, spesso anche pediatrici, e nei pronto soccorso.

Ad inaugurare la sala c’erano molti rappresentanti della Cri: il presidente nazionale Francesco Rocca; la vicepresidente nazionale Maria Teresa Letta; molti volontari di Roma e provincia attivi nella promozione della cultura della donazione del sangue: molti medici dei maggiori centri trasfusionali di Roma e provincia tra cui il primario del Centro trasfusionale dell’ospedale San Camillo, professor Luca Pierelli; la delegata provinciale dell’attività donazione del sangue di Roma e provincia, Maria Rosa Solinas; Francesco Ghignoni e Nicola Lupelli dell’Area Donazione Sangue di Roma; il presidente della Cri Lazio, Adriano De Nardis. Il presidente della Cri di Roma, Flavio Ronzi, su proposta del consigliere regionale Michele Baldi ha proposto di organizzare quanto prima la raccolta allo Stadio Olimpico, certo che i giocatori di calcio, come già accaduto in passato, siano propensi a valorizzare l’importanza della donazione del sangue con il loro personale contributo.

Da gennaio a novembre 2015 la Croce Rossa di Roma ha raccolto 11.476 sacche di sangue e si prefigge di raggiungere le 13mila entro fine anno, considerando anche il Giubileo appena iniziato, aumentando così del 6 per cento la raccolta rispetto allo scorso anno e contribuendo alla necessaria scorta di sangue della Regione Lazio, dove attualmente mancano circa 35mila sacche l’anno, specie su Roma.

Attualmente la Cri raccoglie sangue anche presso aziende come: Rai, Istat, Istituto Poligrafico Zecca dello Stato, Banca Iccrea, Poste Italiane, Alitalia, Enasarco, Almaviva, Sky, Renault Italia, Ibm, Inassitalia, Inail, Wind, Banca San Paolo Imi, Northrop Grumman, Strade dei Parchi, Elmer, Sirgs, centri commerciali Porta di Roma e Euroma II. La raccolta viene effettuata anche presso Vigili del fuoco, Guardia di finanza, carabinieri, presso oltre 50 istituti scolastici, 65 comunità parrocchiali in collaborazione con il gruppo scout Masci, presso i centri anziani, presso istituzioni come l’ambasciata spagnola, la Camera dei deputati, il Senato della Repubblica, il ministero della Difesa e il ministero della Salute.

@vanessaseffer

Disabili, non stupidi!

 

In Italia secondo il Censis abbiamo 4,1 milioni di disabili, fra cui quelli molto gravi, intesi come malati di Alzheimer, Parkinson, Sla, terminali e tetraplegici allo stadio terminale. Fin quando questi pazienti si trovano in carrozzina non sempre hanno problemi legati al retto e alla vescica; queste problematiche subentrano talvolta nella parte finale della malattia oppure nella tetraplegia. I pazienti tetraplegici necessitano di assistenza costante, in quanto quasi totalmente non-autosufficienti negli spostamenti, nell’alimentazione, nel vestirsi e nell’espletare i bisogni fisiologici. Talvolta complicanze respiratorie rendono precaria la salute generale. La differenza su cui vogliamo soffermarci è essenzialmente economica e la fa non tanto l’assistenza, quanto il problema legato allo svuotamento del retto e della vescica in modo manuale.

Ne abbiamo voluto parlare con Valentina Valenti (nella foto), 46 anni e tetraplegica da quando ne aveva 18, a causa di una capriola mal eseguita nell’ora di educazione fisica, il secondo giorno di scuola dell’ultimo anno di liceo. Da quel momento la vita di una bella ragazza, che sfilava a Roma per i più grandi stilisti, è cambiata drasticamente. Valentina non ha mai smesso di lottare in tutti questi anni. Ha raccontato recentemente in tivù della sua situazione e di quelle persone che non hanno più l’uso delle gambe, delle mani e che non sentono nemmeno il naturale stimolo per andare in bagno. Non è oggetto di preoccupazione per i più e per la politica, ma intanto a causa dei disagi enormi e delle difficoltà economiche di queste persone, abbiamo tanti morti ogni anno.

Nel giro di poche ore il video, postato sul web, ha avuto oltre 43mila visualizzazioni e subito dopo è stato misteriosamente censurato. Per questo ha scritto al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che a breve la riceverà. “Ogni disabile come me – dice Valentina – deve essere messo in condizione di pagarsi le tre persone necessarie per una dignitosa sopravvivenza, che consentano di uscire di casa, cosa per nulla comoda, e di gestire la pulizia, l’igiene e tutte le funzioni organiche”.

I mielolesi, cioè coloro che hanno lesioni del midollo spinale, devono essere cateterizzati o svuotati manualmente ogni 4/6 ore. In Italia ci sono circa 200mila persone in questa situazione, che hanno necessità dell’evacuazione sfinterica o del catetere ad intermittenza (per la vescica) o dello svuotamento manuale rettale (per le feci), quest’ultimo sulla carta praticato dai medici chirurghi, quando invece sono gli stessi infermieri a provvedere.

“Basterebbe un decreto legge che equiparasse le due cose – continua Valentina – per far svolgere entrambe le attività agli infermieri, anche perché negli ospedali fanno tutto loro. La manovra costa 320 euro (230 euro più Iva) se il medico chirurgo fa lo svuotamento manuale rettale. Se chiami un infermiere a casa costa 50 euro ogni volta. Come si può risolvere questo problema se non hai 5mila euro al mese? Con questa somma si possono pagare tre persone messe in regola, che sono il minimo vitale garantito”.

Il vero perno del Welfare è la famiglia, sulla quale ricade tutta la responsabilità e il peso dell’assistenza e della cura della persona con disabilità. La situazione si aggrava in età adulta.

“I disabili adulti rimangono in carico alla responsabilità delle loro famiglie – si legge nel comunicato del Censis – con sostegni istituzionali limitati, focalizzati quasi esclusivamente sul supporto economico”.

Nel desolante panorama fin qui illustrato, non si è ancora accennato alla principale preoccupazione delle famiglie, ovvero quella per il futuro dei loro figli con disabilità, una volta che loro non potranno più prendersene cura o non ci saranno più. “Nel tempo – spiega il Censis – aumenta il senso di abbandono delle famiglie e cresce la quota di quelle che lamentano di non poter contare sull’aiuto di nessuno pensando alla prospettiva di vita futura dei propri figli disabili”.

Qui interviene il disegno di legge “Dopo di noi” nella Legge di stabilità, del 17 settembre 2016: Renzi ha stanziato 180 milioni di euro per i disabili per i prossimi 3 anni: 90milioni nel 2016, 38,3 milioni nel 2017 e 56,1 milioni per il 2018. Con la Legge 81 nessuno ti porta fuori con 3 persone.

Con 180 milioni si copre solo quanto si dice nella Legge 81 per la mobilità, secondo cui in caso di malattia grave bisogna avere almeno due persone sempre, e messe in regola. I 90 milioni del primo anno coprono solamente 18mila persone disabili su 200mila a 5mila euro al mese, se i soldi vengono distribuiti con questo criterio. Prima però non c’era neanche questo.

Un consiglio per una politica seria sull’immigrazione: si spendono 3 miliardi per accogliere gli immigrati. Fra queste persone che arrivano ci saranno pure infermieri o persone che vogliono studiare per diventarlo!

“Sarebbe un’idea formarli, poi dare loro un lavoro, così se vengono in Italia per lavorare li teniamo, altrimenti nemmeno ci vengono se sanno che dovranno lavorare per restare – pensa Valentina Valenti – io sono un progetto di riforma che non è ancora stato fatto. La politica deve riconoscere che è ha fatto un tragico errore; i soldi ci sono e le cooperative i soldi li prendono. Anziché dare appalti, subappalti, e poi pagare un romeno 4 euro l’ora, si faccia tutto regolarmente sin dalla fonte, mettendo tutti in regola e i soldi ci saranno per tutto e tutti. Anche mia madre è disabile secondo l’articolo 3 comma 3 – continua Valentina – è diabetica, cardiopatica, obesa, quando si lava fa fatica, ma è autonoma nelle sue funzioni, pertanto non si può dare lo stesso tipo di invalidità. Lei ha le mani, le usa. Io ho bisogno di una persona per grattarmi, per tagliarmi le unghie, per bere e mangiare, per fare una passeggiata e soprattutto per espletare i miei bisogni organici”. Non è già semplice la vita quando riesci a non morire da giovane, pensiamo a cosa significhi vivere per Valentina e gli altri 200mila come lei. Può succedere a tutti.

@vanessaseffer

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Week-end “mortali”, l’analisi di Bertazzoni

Tre studi degli anni Settanta di ricercatori americani, inglesi e australiani riportavano di aver osservato una maggiore mortalità dei neonati negli ospedali nei week-end. Nel 2001 altri due autori canadesi hanno dimostrato una maggiore mortalità nei week-end di persone di tutte le età rispetto alla settimana, analizzando 23 su 100 principali cause di morte. In seguito, un nuovo studio del 2010 di ricercatori inglesi ha confermato un 10 per cento di mortalità in più rispetto alla settimana e poi ancora, nel 2012, sempre in Inghilterra, venne dimostrato un 11 per cento in più di mortalità il sabato e del 16 per cento la domenica. Si è allora cercato di capire quali fossero i motivi di questi decessi e hanno trovato con un ultimo lavoro del 2016 pubblicato sulla rivista “Lancet”, in cui si è analizzato il supporto degli specialisti in 115 ospedali per acuti tra il mercoledì e la domenica, che la mortalità era aumentata del 10 per cento. I ricercatori dicono che c’è almeno un 50 per cento dell’attenzione in meno dello specialista nel week-end rispetto alla settimana. Tuttavia ci sono un po’ di limitazioni perché non tutto lo staff ha risposto alle domande e poi lo studio non considera la disponibilità di giovani dottori e infermieri.

Ma un altro lavoro sempre del 2016 ha considerato la mortalità nelle Stroke Unit (Unità di terapia neurovascolare) e ha riscontrato ancora che c’è una mortalità più alta del 26 per cento nel week-end che durante la settimana, anche se la mortalità tra l’ammissione nell’ospedale e ai 30 giorni all’interno di esso è la stessa. Ancora da quest’ultimo studio si rileva che i pazienti ammessi in ospedale durante la notte morivano di più di quelli accettati durante il giorno, probabilmente perché le linee guida seguite erano differenti che per gli altri. Mentre che per le morti per cause accidentali, quelle che avvenivano perché mandati dai medici di famiglia, la mortalità era più alta del 21 per cento. Per cui è possibile che venissero mandati in ospedale i pazienti più gravi. Allora, è la tipologia del malato o la tipologia del servizio, della qualità, il problema? Comunque sia, il problema esiste. E qualcuno deve occuparsene. In Italia il problema c’è e non se ne parla, oppure la nostra Sanità è impeccabile? Probabilmente non è stato fatto nessun tipo di studio in tal senso, nessuno se n’è preoccupato, quindi sembra che non ci siano dati a riguardo. Dobbiamo forse aspettare che siano altri a dircelo o per una volta potremmo essere noi ad accorgerci che qualcosa non va e metterci al riparo?

Aneddoti ce ne sono tanti: la qualità delle cure nel fine settimana potrebbe essere più scarsa, bisogna guardare alla tipologia del malato, allo staff e a quanto sia preparato alle emergenze, all’igiene dell’ospedale, ai posti letto, il pubblico, il privato e così via. Perché le soluzioni, indipendentemente dalle cause, siccome hanno dei costi aggiuntivi, vanno analizzate come un fenomeno politico e sociale. Bisogna sforzarsi di capirlo e indirizzare le risorse in una certa direzione. Il ministero della Salute non ha un servizio ad hoc di sorveglianza e ci vorrebbe in supporto un servizio di medicina preventiva. Abbiamo interrogato su questo il professor Giuliano Bertazzoni, direttore della Uoc di Medicina d’Urgenza del Policlinico Umberto I di Roma.

È arrivato il gran caldo e gli italiani stanno per andare tutti in vacanza. Ci dobbiamo preoccupare per ciò che può accadere nelle corsie dei nostri ospedali, soprattutto nei week-end, stando ai dati di questi ultimi studi? Non abbiamo dati nostri che possono aiutarci a capire com’è la situazione nel nostro Paese?

Partiamo da un’osservazione: causa precisa in Inghilterra i medici strutturati nei week-end sono meno presenti e lasciano l’ospedale in mano ai medici in formazione. In Italia una cosa di questo genere non succede. Possiamo parlare di disorganizzazione e sovraffollamento, in generale, possiamo pensare che nel week-end ci siano meno posti letto nei reparti che durante la settimana, nel rapporto anche al periodo dell’anno, ma sinceramente l’osservazione che nel week-end si muoia di più negli ospedali italiani non mi sembra sia vera, ecco.

Riguardo al sovraffollamento, specie nei fine settimana o nei periodi estivi, sono più le famiglie che vogliono disfarsi soprattutto dei familiari anziani che sentono come un peso in talune circostanze, oppure potrebbe esserci un problema dello staff nell’accoglienza al Pronto soccorso?

Ci sono tanti motivi per il sovraffollamento. È chiaro che una mamma non lascia il proprio bambino volentieri in ospedale e vuole portarselo via al più presto, il nipote di un nonnetto magari preferisce lasciarlo ricoverato, in linea di massima. Poi, ma questo può essere uno dei diecimila motivi che causano il sovraffollamento, noi abbiamo avuto una drastica riduzione dei posti letto nel corso degli anni, perché le leggi ce l’hanno imposto e gli ospedali hanno ridotto la loro capacità di accoglienza dei pazienti. Se ne è parlato molto quando è capitato qualche fatto di cronaca, ma non si è mai voluto risolvere il problema. Ci sarebbero più azioni da fare in diversi settori, per esempio sul territorio, potenziare gli ambulatori delle cure primarie, perché non sono organizzati secondo la richiesta di salute dei cittadini; poi c’è l’accorpamento dei reparti, un fenomeno di cui non si parla e che toglie altri posti letto. Bisognerebbe adeguare l’offerta a seconda della richiesta. Se cambia la società dovrebbe cambiare la risposta sanitaria. Avviene, ma con estrema lentezza.

Il ministero della Salute, le Regioni, non hanno un Osservatorio, una task force che si occupi di controllare delle necessità degli ospedali e del territorio. Come si possono informare delle carenze della sanità?

I nostri dati vengono sempre mandati alle Regioni e poi al ministero. Ribadisco, non ho la percezione che anche in Italia nei week-end aumenti la mortalità ospedaliera, possono esserci disorganizzazione e carenze di posti letto, ma non conseguenze sciagurate come queste. Ma potremmo anche pensare ad uno studio al riguardo!

@vanessaseffer

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Il Fontanone diventa una doccia pubblica

Roma merita qualcosa di più, ma al momento è terra di nessuno. Gli scatti pubblicati da due fotografi su Facebook, che stanno facendo il giro del web, dichiarano questo ed altro, nonostante l’apparente leggerezza che lascerebbe indicare che le ragazze non starebbero facendo nulla di male rinfrescandosi per il caldo afoso che negli ultimi giorni si è abbattuto sulla Capitale. Ma siamo a Roma, la città-museo a cielo aperto. Questo è il Fontanone del Gianicolo, quello cantato da Venditti in Roma Capoccia, ossia del tratto finale dell’acquedotto dell’Acqua Paola che fu restaurato da Papa Paolo V fra il 1608 e il 1610.

Lì ogni sera di riuniscono migliaia di giovani, specie in questo periodo. Viene quindi subito da chiedersi se i controlli su questi beni sono sufficienti e se vengono danneggiati, anche nell’immagine come in questo caso, poi sarà la collettività a dover ripagare con le tasse e con la propria credibilità. Il Fontanone trattato come una doccia pubblica, da tre turiste che non hanno pagato neppure un centesimo di multa per questa bravata. Così per dare il buon esempio ai prossimi che verranno.

Il tema è come al solito culturale: non ci sono cittadini che si scandalizzano, ma piuttosto che fanno spallucce e che lasciano fare in barba alle regole che se ci sono non dovrebbero far sconti a nessuno. Alcuni attraverso i social hanno detto pure che l’immagine è risultata allegra e opposta a quella che grigia e cupa delle ultime settimane della città. Insomma, se si tratta di ragazze giovani e belle le regole si possono trasgredire, se vecchie e laide vorrei vedere! Quando sarà un barbone a fare il bagno nella Fontana Paola, o rievocando la Dolce Vita, nella Fontana di Trevi, la prenderemo allo stesso modo?

Se qualcuno avesse chiamato le guardie e queste le avessero portate in guardina anche per una notte, perché è l’esempio che conta, e poi avessero spedito ai loro padri una bella multa, come avrebbero fatto negli Usa dove ti condannano per un nonnulla e ti inseguono ovunque tu viva, già avremmo ottenuto un risultato per il futuro! E se le multe non le puoi pagare, o se vieni condannato a sei mesi o un anno e pensi di dartela a gambe e rientrare di nascosto nel tuo paese, ti ritrovano e (a seconda della gravità di ciò che hai fatto, se fai pipì in un parco a New York per esempio la condanna è di un anno) sconterai la pena attraverso i servizi sociali nel tuo Paese, altrimenti per cominciare, sei bandito dagli States. Ma da noi oltre alle regole c’è pure qualcuno che si fa cogliere da attacchi di buonismo. Per questo il Colosseo è stato graffiato dai turisti che scolpivano il loro nome, la Barcaccia e i bus sono stati massacrati dai tifosi olandesi e le città continuano ad essere oggetti di guerriglie urbane. Ma la nostra città non è come le altre.

@vanessaseffer

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