Vanessa Seffer

Vanessa Seffer

Consumatori inconsapevoli, parla il comandante dei Nas

Consumatori inconsapevoli, parla il comandante dei NasLe violazioni igienico-sanitarie negli ambienti pubblici che prevedono la presenza di cibo non solo nella ristorazione, ma anche fra i produttori, i confezionatori, i trasportatori, sono un numero davvero considerevole. I controlli in ristoranti pubblici, nelle mense o nei luoghi di lavoro connessi all’ospitalità delle persone, sono aumentati a dismisura negli ultimi anni. Le frodi alimentari, che ormai ci affliggono da decenni, sono sotto l’occhio del ciclone, ma finalmente l’opinione pubblica ne sta prendendo coscienza.

La vendita diffusa di prodotti sofisticati sembra essere all’ordine del giorno, prodotti come l’olio extravergine d’oliva, che pur di averne in quantità o di sembrare tale, viene diluito con olio di semi, per poi essere venduto sugli scaffali come olio evo al 100 per cento. Anche l’uso indiscriminato di sostanze coloranti o addensanti in certi alimenti per conservarli più a lungo, migliorarne l’aspetto, coprirne i difetti. Fare maquillage per carne, frutta, piatti pronti è una prassi. Questi e molti altri esempi potremmo farne con il latte, il pesce, la pasta fresca e così via fino a chiederci se le adulterazioni sono più dannose per la salute dei consumatori o per l’economia. Chi si occupa quotidianamente di controllare che sui territori in questi settori ciascuno faccia il proprio dovere sono i Nas, i Nuclei Antisofisticazioni Sanità dell’Arma, un’unità specializzata dei carabinieri istituita il 25 ottobre 1962 a seguito di un’intesa intercorsa fra il ministero della Salute, il ministero della Difesa e il Comando generale dell’Arma dei carabinieri, il cui compito è di “vigilare sulla disciplina igienica della produzione, commercializzazione e vendita delle sostanze alimentari e delle bevande, a tutela della salute pubblica”.

Parliamo di questi temi con il Comandante dei Nas di Roma, Maurizio Santori.

Comandante Santori, quali sono le principali criticità che vi trovate ad affrontare quotidianamente?

I carabinieri dei Nas, nella duplice funzione di ufficiali di polizia giudiziaria e di ispettori sanitari, svolgono i compiti loro affidati su richiesta del ministro della Salute o dei Reparti dell’Arma territoriale, oppure su delega dell’Autorità Giudiziaria, a seguito di denunce o segnalazioni da parte dei cittadini e/o su notizie-informazioni acquisite sul territorio. I settori di intervento principali sono “Alimenti (e bevande)” e “Sanità”. Le criticità connesse al primo settore possono essere riconducibili sostanzialmente alle condizioni igienico-sanitarie non sempre adeguate, alla mancanza di tracciabilità, alle carenze strutturali ed infine alle violazioni normative in merito alle autorizzazioni necessarie. Nel campo della sanità il discorso si fa più complesso e articolato, ma cercando di essere sintetico le posso dire che i nostri sforzi maggiori sono indirizzati alle strutture sanitarie, socio assistenziali, di riabilitazione, case di cura accreditate, case di cura private, residenze sanitarie assistenziali, case di riposo private, studi ed ambulatori medici, laboratori di analisi cliniche ed alla farmacovigilanza in generale. Altri ambiti di intervento, in cui riscontriamo talvolta criticità, sono gli stabilimenti termali, i centri di estetica ed i laboratori di tatuaggi e piercing.

Agromafie e rischi per la salute. Oltre alla Guardia di finanza vi occupate anche voi di attenzionare le leve finanziarie, la logistica e lo smercio nei supermercati di proprietà di organizzazioni criminali, oppure il vostro compito è limitato al traffico di prodotti alimentari non originali o scaduti? E il consumatore inconsapevole, quanto è esposto al rischio di sofisticazioni alimentari?

Tra i compiti del Nas c’è sicuramente anche quello di cercare il più possibile di individuare quelle reti criminali che si insinuano nella filiera dell’alimento, dalla sua produzione al trasporto, alla distribuzione fino alla vendita e ancora alla somministrazione. La criminalità agroalimentare è una criminalità di impresa, che sfrutta le opportunità offerte dalla vulnerabilità dei mercati sensibili. Il business del falso “made in Italy” muove grossi interessi economici e coinvolge molteplici fattori della filiera alimentare parallela, ecco perché è fondamentale in questi casi anche la sensibilità del privato cittadino che può segnalare le anomalie che dovesse riscontrare sul territorio.

“Malasanità” è un termine abusato col quale identificare una varietà quasi infinita di situazioni. Ci dà una sua definizione del concetto di malasanità?

Il concetto di “malasanità” è ampio e dalle molteplici sfaccettature. Possiamo affermare che il primo aspetto possa essere riconducibile ad una prestazione sanitaria che ha dato esito nefasto per il paziente che l’ha subita (morte/menomazione/danno permanente). In secondo luogo, l’insieme delle strutture operative e delle professionalità che dovrebbero garantire uno standard di elevato livello ed invece talvolta si rivelano assolutamente insufficienti somministrando cure inutili, superflue o addirittura dannose. In ultima analisi, la distorsione del sistema con comportamenti che poco hanno a che fare con la qualità e l’efficienza, ma che sono anzi riconducibili a una vera e propria “mala gestio” (consapevole o meno).

Residenze sanitarie per anziani, abusivismo nell’assistenza. Cosa colpisce l’uomo Santori prima ancora del responsabile sul territorio della Capitale dei Nas dell’Arma?

Mi fa una domanda molto delicata. Ho l’onore di comandare un Reparto di professionisti del settore e, quando gli impegni istituzionali me lo consentono, mi unisco a loro nei controlli che quotidianamente sviluppiamo sul territorio (soprattutto in orario notturno) e dopo tanti anni posso assicurarle che ancora oggi sono due i momenti che più mi colpiscono dal punto di vista umano. Quando mi reco negli ospedali pediatrici e quando ho l’occasione di ispezionare le case di riposo per anziani. Nel primo caso senti un umano bisogno di fare di più per questi bambini, di impegnarti allo spasimo affinché abbiano una sanità che funzioni e che sia efficiente ed efficace. Nel secondo tocchi con mano la parabola della vita, che nell’ultimo periodo della nostra esistenza si trasforma in un percorso lento, inesorabile e dall’esito scontato. Questi settori sono molto delicati e la fragilità dei protagonisti è particolarmente avvertita da noi e da tutta l’Arma dei carabinieri in generale, da sempre vicina alle persone più deboli ed esposte.

I Nas sono visti come uno spauracchio da chi ha qualcosa da nascondere e dunque da temere. Per la parte sana del Paese siete visti come una immagine salvifica, il Settimo Cavalleggeri che suona la carica combattendo la corruzione nella sanità, le sofisticazioni alimentari, i farmaci artefatti. Come si sente lei fra queste due visioni?

Siamo contenti, vuol dire che il nostro lavoro è apprezzato. Quando partecipo ad eventi e/o seminari in cui ho l’opportunità di spiegare che siamo ispettori sanitari, ma siamo anche e soprattutto “carabinieri”, le persone mi osservano stupite. Spesso mi capita di rispondere alle domande elencando i nostri settori di intervento e mi piace sottolineare che proprio la nostra duplice dipendenza (funzionale) dal ministero della Salute e (gerarchica) dall’Arma dei carabinieri, ci consente di essere operativi e protagonisti sul campo nella doppia veste di ispettori ed investigatori, spesso e volentieri con il prezioso ausilio dei colleghi dell’Arma territoriale che ci affiancano nelle ispezioni congiunte.

La sanità fa notizia soprattutto per le cose che non vanno bene. Per la sua esperienza abbiamo motivi per essere ottimisti anche alla luce dell’articolo 32 della Costituzione?

Se i padri costituenti, dopo le elezioni politiche del 1946, hanno ritenuto opportuno inserire un articolo che prevedesse la tutela della salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, non solo hanno dimostrato lungimiranza e sensibilità umana e politica, ma hanno in qualche misura certificato l’assoluta importanza della materia. Mi piace pensare che il diritto alle prestazioni sanitarie e della cosiddetta libertà di cura, in altre parole e molto più semplicemente il diritto di essere curato e/o di non essere curato sia un fattore “naturale” e non riconducibile ad un effetto normativo. È vero ciò che lei sostiene, la sanità fa notizia soprattutto per le cose che non vanno bene, tuttavia nella sanità italiana, come in altri settori nevralgici del Paese, non mancano le eccellenze sia dal punto di vista delle strutture sanitarie sia dal punto di vista delle professionalità mediche.

Indossare la divisa dell’Arma è un onore. Qual è oggi la sfida più grande per lei nello svolgimento dei suoi importanti e delicati compiti?

Sono un privilegiato da questo punto di vista, ne sono consapevole. Indossare questa uniforme rende orgogliosi, fieri e consapevoli che, per onorarla al meglio, serve esprimere quotidianamente il massimo delle proprie potenzialità. Insieme ai miei collaboratori cerchiamo di affrontare le nuove sfide con determinazione, perseveranza ed impegno. I settori di intervento sono molti e spesso molto delicati, le aspettative della gente sono molto alte nei nostri confronti, la sfida più grande è quella di garantire sempre e comunque lo stesso standard di risultati, anzi cercare sempre di migliorarlo, mettendo al servizio del cittadino le nostre professionalità, né più e né meno di ciò che fa ciascun carabiniere ogni giorno sul territorio nazionale.

@vanessaseffer

L’esigenza del “nuovo medico”, ne parla Ivan Cavicchi

L’esigenza del “nuovo medico”, ne parla Ivan Cavicchi Il 13 dicembre ci sarà il workshop organizzato da FnomCeo per discutere l’ultima macroarea delle problematiche sulla questione medica che riguarda il lavoro. Ne parliamo con Ivan Cavicchi, esperto di politiche sanitarie e docente di Filosofia della Medicina a Tor Vergata. Ha scritto numerosi libri ed inneggia ad un “cambiamento” necessario nel settore della sanità pubblica, specialmente riguardante la figura di un nuovo medico, poiché c’è una crisi di questa figura così centrale nella vita di tutti noi che non risponde più alle necessità della società odierna, per cui come lui stesso ha detto, oggi abbiamo “una medicina scientificamente forte ma socialmente inadeguata”.

Da dove si comincia a ridisegnare questa figura del “nuovo medico”?

Partiamo dall’idea che noi dobbiamo ridefinire il medico per necessità, ma non si può ridefinire il medico indipendentemente dalla ridefinizione del suo lavoro. Ma il suo lavoro ha tanti profili, giuridici, normativi e contrattuali. Ovviamente il tema è delicato, perché si colloca a metà strada fra la questione delle professioni e le questioni sindacali. Sottolineo le questioni sindacali per evidenziare l’autonomia del sindacato su queste cose. Però non si può pensare ad un nuovo medico senza pensare ad un’idea di nuovo salario, nuova retribuzione, nuova organizzazione del lavoro, pensando che in questo settore diciamo che proprio il lavoro in quanto tale in generale è la parte che è variata meno in questi ultimi tempi, cioè ci sono molte continuità. Per esempio Filippo Anelli dice che i medici sono dipendenti dello Stato. Un’idea che ho in mente è di ripensare proprio il concetto di “dipendente”, che vuol dire semplicemente che un medico è definito in base a delle norme di riferimento e la norma di riferimento definisce i compiti e il medico fa i compiti che sono descritti dalla norma. Per i contesti che abbiamo, per le complessità che dobbiamo governare, per i contrasti che abbiamo con la società, io penso che dobbiamo avere un’idea nuova, e questa nuova idea l’ho chiamata “l’autore”.

In cosa consisterebbe il compito di un autore?

Un autore giuridicamente lavorerebbe per l’azienda, ma dal punto di vista professionale è un signore che in cambio di autonomia offre responsabilità. Sostanzialmente il discorso è “dimmi quello che vuoi, ci mettiamo d’accordo, però mi dai l’autonomia di organizzare il mio lavoro e in cambio mi misuri sui risultati”. Questa idea dell’autore per esempio media molto il dibattito che c’è stato qualche anno fa e che si è arenato tra coloro che volevano diventare tutti convenzionati e coloro che dovevano diventare tutti dipendenti. In realtà tra il convenzionato e il dipendente secondo me c’è una terza via che è questa idea di autore, perché se alla base della crisi del medico c’è un’aggressione all’autonomia, noi non possiamo pensare di ridefinire il medico senza ridefinire la sua autonomia, per cui l’idea dell’autore si presterebbe a questo. È un modo, anche dal punto di vista contrattuale, di ridefinire l’autonomia del medico rimetterlo al centro. Anzi, oso pensare che addirittura ci vuole più autonomia del passato, bisogne pensare ad un medico diverso. Questo apre degli orizzonti interessanti perché ti obbliga per esempio a ripensare all’azienda (Asl).

Vorrei fare l’avvocato del diavolo. Quando in politica c’è un fallimento, ne abbiamo visti uno dietro l’altro negli ultimi anni, il partito o gruppo politico torna travestito da qualcos’altro e dice sempre di essere il “nuovo”. Nel caso del medico e delle aziende, in che cosa dovrebbe consistere la novità? Tanto il palcoscenico e il pubblico non cambiano.

Nel caso dell’autore cambia proprio l’idea di medico. Dipendente significa pendere giù. Dipendi da norme che definiscono le tue competenze. Sono le competenze che definiscono quello che devi fare. L’idea dell’autore è diversa poiché hai un ambito di autonomia che puoi governare come ti pare con l’unico obbligo di dare dei risultati, non puoi fare del tutto come ti pare, è un’idea nuova di professione in un contesto di azienda più diffusa, un’idea quasi del medico autoimprenditore di se stesso, non più il dipendente classico dello Stato. Ecco è questa idea che vorremmo approfondire, certamente nuova e da qui cambierebbe il profilo professionale, il lavoro.

Il rischio qual è?

Il rischio che vedo che se non lo definisci bene puoi scadere nell’arbitrio e questo è da evitare. Io ti do autonomia ma non puoi fare quello che vuoi. È un’autonomia condizionata al rendimento, a degli obiettivi da raggiungere che concordo con la mia controparte.

La controparte, la politica, è sufficientemente pronta?

No, bisogna lavorare molto su questo, perché per esempio un autore implica un direttore generale completamente diverso, non un monarca, ma una diversa visione del potere gestionale. L’idea dell’autore viene fuori dalla necessità di dare di più al malato, dare di più alla società e nello stesso tempo di raddrizzare il tiro ad una crisi professionale.

@vanessaseffer

Forum di Firenze: il nuovo ruolo dei professionisti della sanità

Forum di Firenze: il nuovo ruolo dei professionisti della sanitàIl quattordicesimo Forum Risk Management della sanità tenutosi a Firenze si è affermato come sede per la diffusione di buone pratiche per la sicurezza del paziente, dove fare sintesi e dare sviluppo alle numerose proposte che sono state presentate e condivise dai numerosi ed illustri ospiti che hanno animato gli spazi della Fortezza da Basso. Quest’anno un titolo molto interessante: “La sanità che cambia. Equità di accesso, innovazione, sostenibilità. Professionisti sanitari e cittadini protagonisti del cambiamento” con un programma che si pone un ambizioso obiettivo, quello di dare un contributo al necessario cambiamento del Sistema sanitario nazionale obiettivamente a rischio, che non lascia fuori i veri protagonisti: i medici e i cittadini, veri fruitori dei servizi sanitari.

Fra questi due mondi sembra esserci oggi una grande distanza. Come colmarla, dove si è sbagliato? Sotto i riflettori anche l’intero Ssn, fiore all’occhiello del Paese. Necessita uno sforzo da parte di tutte le istituzioni per aggiornarsi e superare le forti disuguaglianze regionali nell’accesso ai servizi. La Cisl medici nazionale, insieme a Simedet, a tal proposito ha organizzato un interessante simposio, il cui direttore scientifico è stato Giuseppe Giordano, della Cisl medici Umbria. Presieduto da Fernando Capuano, presidente nazionale simedet e da Biagio Papotto, segretario nazionale Cisl medici, moderato da Maurizio Zampetti, segretario nazionale aggiunto Cisl medici nazionale, ospitando grandi personalità, “cultori della materia con gli stessi obiettivi”, fra cui Federico Gelli, Ivan Cavicchi, la professoressa Donatella Lippi e Filippo Anelli, per discutere su come mantenere questo grande patrimonio che è il Ssn, che lo scorso anno ha festeggiato i 40’ anni e che adesso andrebbe modernizzato, arricchito, coltivato ma, soprattutto, mantenuto. “Negli anni ‘90 – come ha spiegato Federico Gelli, ospite della mattinata e autore della nota legge – qualcuno ipotizzava di farne un sistema misto come in Gran Bretagna, un Paese non così lontano dal nostro, dove il Sistema Sanitario presenta molte difficoltà”.

Con la riforma del Titolo V nel 2001 si ebbero 21 sistemi sanitari diversi, aumentando così le diseguaglianze e il caos. Il federalismo sanitario è stato un fallimento, perchéla sanità non è uguale in tutte le regioni, c’è la sanità di serie A, B e C. Allora abbiamo domandato a Federico Gelli.

Forse ci si è sbagliati? I dati dicono che la vita si è allungata e per questo non possiamo farcene una colpa. Se in più nasciamo in una regione svantaggiata rispetto ad un’altra più organizzata, va da sé che non si arriva ad invecchiare bene, dignitosamente, considerando che in quel territorio rispetto ad un altro non ci sono i servizi adeguati sulla base di quanto si è detto. È tutto da ripensare e non tutti oggi hanno i soldi per mangiare, figuriamoci per curarsi.

La politica deve avere il coraggio di resettare in senso positivo ciò che è avvenuto in questo Paese, noi abbiamo visto negli ultimi anni misure coraggiose importanti che cercano di aiutare le fasce medie della popolazione, come gli 80 euro di Matteo Renzi; abbiamo visto misure che cercano di arginare la povertà o comunque la situazione del disagio attraverso il reddito di cittadinanza. Io credo che il governo di un Paese come il nostro debba cogliere nel modo più propositivo possibile il valore straordinario che è il nostro Ssn unico nel mondo che ha ancora. Perché dico unico, perché noi abbiamo la storia del nostro Paese che si incentra su grandi e importanti riforme e sicuramente l’istituzione del servizio pubblico nel 1988 è stata una delle più grandi scelte di democrazia di questo paese. Altri paesi al quale noi ci siamo ispirati hanno abbandonato questo modello per problemi di compatibilità, per problemi economici, per scelte politiche, noi ancora oggi resistiamo. Ho l’impressione che anche noi, se non interveniamo con una cura shock, con una cura forte dal punto di vista decisionale, anche annunciando una nuova riforma del sistema sanitario con una serie importante di paradigmi e paletti che sono quelli dei principi fondativi del sistema sanitario del nostro paese, non saremo in grado di affrontare il futuro. Ben vengano le misure che sono state emanate in queste ultime settimane, l’incremento nella prossima legge di bilancio del Fondo sanitario nazionale sugli investimenti in edilizia, sul ticket. Ma non è sufficiente, perché non è attraverso interventi spot annuali, che sono legati alla contingenza del bilancio dello stato, che possiamo pensare di salvaguardare questo grande patrimonio, ma attraverso una grande e importante riforma dove investiamo in termini di risorse, in termini di perequazione, nella distribuzione delle risorse fra nord e sud. Per cui ben venga l’auspicio del ministro della Salute Roberto Speranza di lanciare criteri nuovi maggiormente equi nella ripartizione del Fondo sanitario nazionale. Non è attraverso un regionalismo nazionale differenziato in senso negativo che noi dobbiamo andare, ma attraverso una maggiore perequazione delle risorse attraverso un maggiore ruolo del governo nazionale sulla sanità, e queste sfide si fanno se c’è una classe dirigente che ha il coraggio per presentare un cambiamento reale al paese. Abbiamo avuto il coraggio di presentare le altre misure che prima dicevo, perché non essere in grado di lanciare un’idea così bella e importante visto che il 98 per cento, forse il 100 per cento degli italiani sono legati, affezionati, a questo sistema che non ha uguali nel resto del mondo?

Altra presenza di rilievo all’incontro organizzato dalla Cisl Medici e da Simedet è Filippo Anelli, presidente di Fnomceo, che ha parlato della crisi della figura professionale del medico di oggi. Gli esperti oggi vogliono capire chi sia diventato il medico nei giorni odierni. Sembra non essere più libero di esercitare la sua professione o addirittura di fare prescrizioni anche di farmaci fondamentali e quindi la professione pare essere compromessa. Tutti vogliono mettere bocca su tutto.

Lei ha detto che la mancanza di autonomia nella professione medica non è un rischio ma una realtà. Come si può ritrovare questa autonomia?

Il recupero può avvenire solo attraverso una riappropriazione della credibilità, quindi è un percorso non soltanto di carattere tecnico ma soprattutto culturale. Nel senso che se nella nostra società noi medici torniamo a svolgere un ruolo importante e siamo percepiti come coloro che difendono i diritti di salute dei cittadini, che permettono che siano garantiti quei diritti, questo darà nuovamente credibilità alla professione, consentendo di staccarci da quell’idea che ci è stata affibbiata da un filone culturale presente dalla fine del secolo scorso e all’inizio di questo secolo che voleva trasformarci in tecnici, parte di un sistema a cui dare indicazioni e disponibilità economica che lo Stato aveva. Qui noi ci siamo prestati, sentendoci “dipendenti”, diventando i “medici dello Stato”. Invece i medici devono tornare ad avere un unico obiettivo, così come dicono le sentenze della Cassazione e della Corte Costituzionale i medici hanno un unico interesse: difendere la salute del cittadino, niente altro. Farlo naturalmente col massimo dell’appropriatezza, il che significa utilizzare bene le risorse, ma l’obiettivo non è quello del risparmio, di stare dentro un budget, ma quello di tutelare nella maniera migliore la salute del cittadino. Questo è il passaggio culturale che dobbiamo tornare a riproporre nella società che ci deve percepire come suo tutore, come se fossimo angeli custodi, come una volta, come riferimenti. Non può essere un processo normativo però, ma un processo culturale.

Dare alcune prestazioni mediche agli infermieri, è sicuro? Lei è d’accordo?

No, le prestazioni devono essere finalizzate alle proprie competenze e alle competenze acquisite e non possono riguardare tutti gli aspetti che sono legati alla diagnosi e cura, quindi anche gli strumenti che gli infermieri possono utilizzare, li possono utilizzare nell’ambito di quelle che sono le loro competenze e quindi non si deve mai superare la soglia della diagnosi e cura. Questo qualche volta è successo e quindi bisogna recuperare un ruolo e condividere insieme con gli infermieri che è possibile migliorare le loro prestazioni, migliorarle in termini di competenza e quindi migliorare la conoscenza e anche l’utilizzo degli strumenti se serve a far sì che diventino ancora più efficace il loro esercizio professionale, ma questo non può significare un’invasione di campo nella diagnosi e cura.

@vanessaseffer

Cinema e Psiche, parla Maria Antonietta Coccanari de’ Fornari

Cinema e Psiche, parla Maria Antonietta Coccanari de’ FornariSarà stato un caso che all’inizio del secolo scorso, mentre Sigmund Freud coniava il termine “psicanalisi” i fratelli Lumiere stavano inventando il cinema? Non si può negare che nei film spesso si indagano le difficoltà umane, gli aspetti più nascosti della personalità dei protagonisti e quindi della mente. Allora perché non usare il cinema come strumento di cura, dato che il rapporto tra il mondo della psiche e il cinema è così stretto? Il cinema dunque in questo modo è vicino alla mente umana non solo per esplorarne i meandri più oscuri, ma per mettersi al servizio di essa: diventa cinema-terapia, medicina d’immagini e suoni, che si fa di esso stesso cura e veicolo di guarigione. È ciò che ha pensato la professoressa Maria Antonietta Coccanari de’ Fornari, pioniera di questo progetto ben 25 anni fa presso la struttura del Policlinico Umberto I dove ha lavorato e dove ha insegnato per ben 35 anni. La sua passione è sempre stata l’arte. Ha scritto e studiato molto su questo filone umanistico. Quando ci si è accorti che la nuova psichiatria, dopo la Legge Basaglia, si muoveva sul recupero della qualità di vita della persona, attingendo anche dagli antichi manicomi modello dove c’era l’atelier, la pittura, la musica, i balli, la coltivazione dei fiori.

Ne parliamo con la professoressa Coccanari dal momento che ha cominciato la sua carriera di docente insegnando Storia della Medicina, poi Storia della Psichiatria e a seguito del nulla osta del Consiglio di Facoltà, Psichiatria. Ha curato per 25 anni pazienti dai 18 anni in su, più che altro giovani. Sono sempre più i giovani che hanno bisogno di cure in questo settore e quindi chiediamo alla professoressa come ha iniziato questo percorso di interazione fra terapia tradizionale e cinema come elemento di evasione per alleviare la sofferenza psichica, affiancandolo al trattamento medico consueto e poi come erano gli antichi manicomi arabi, che sembra utilizzassero anche loro questi metodi, unendo le terapie mediche allora conosciute con l’arte.

La riabilitazione psichiatrica, che in parte ha applicato delle tecniche psicoeducazionali attinge alle antiche strutture che nascevano con “buone intenzioni”. Poi il sistema li ha trasformati. Pare avessero delle espressioni modernissime, che usassero già nell’antichità l’arteterapia, nelle misure consentite dal tempo, non c’erano gli psicofarmaci, però gli arabi sono stati sempre al primo posto nella storia della medicina in generale e si sa i primi ospedali arabi hanno utilizzato questi sistemi. Probabilmente ci sono state delle esperienze di settore, non c’è molta documentazione, ma forse si, sembra usassero anche negli altri reparti degli ospedali la musicoterapia. Noi abbiamo recepito tanto dalla cultura araba, anche tante parole, come “sciroppo”. Ho insegnato Storia della Medicina per tanti anni e la medicina araba fa certamente scuola.

Come si inserisce la parte cinematografica nell’arteterapia applicata alla psicoterapia?

Ho fatto anche gruppi di biblioterapia, scrittura, musica, disegno, psicodramma. Ma ho privilegiato il cinema perché da bambina l’ho sempre amato e i miei genitori mi portavano al cinema anche due o tre volte alla settimana. Poi ho avuto diversi incontri significativi con dei cinefili puri, quindi il mondo mi ha portato verso una selezione degli interessi a privilegiare il cinema rispetto ad altro. Ho curato anche l’invenzione delle fiabe, abbiamo costituito un gruppo per questo. Cominciavamo con l’inizio di una fiaba nota e il gruppo la componeva a suo piacimento. Ho una Cenerentola scritta dai pazienti che è davvero meravigliosa! Ecco che l’orientamento per il cinema nasce in effetti per un mio interesse personale. Tutto ciò che è arte e letteratura ha sempre colpito il mio interesse.

I risultati si vedono realmente?

Si vedono perché facciamo delle schede che ci permettono di fare delle valutazioni, di controllarne i progressi. Come lo stesso rettore Eugenio Gaudio ha detto in un libro dove lui è titolare della prefazione, abbiamo dato “un’impronta moderna alla terapia”.

I manicomi poi hanno fallito miseramente, tutti.

È vero, ma per ragioni politico-sociali ed anche economici. Nascevano con ottime intenzioni, in posti splendidi, studiati perché i luoghi stessi dovevano ricreare armonia interiore. Se si va in una stanza disordinata e poi in una stanza perfettamente ordinata già cambia lo stato d’animo. Era messo in conto tutto. Ma hanno fallito, per ragioni diverse da quelle per cui erano destinati.

Dove si svolgono fisicamente questi momenti di incontro e come avviene la visione del film, durante incontri individuali o di gruppo?

Per 25 anni mi sono occupata anche del Day Hospital (Dh) psichiatrico ed è qui che si fa il trattamento integrato, dove all’aspetto biologico, tecnico come i farmaci, la testologia, si affianca una parte psicologica, sia di colloqui individuali, sia di gruppi, che rappresentano un discorso molto centrale del Day Hospital. Il Day Hospital è uno dei luoghi della riabilitazione psichiatrica. Con la legge 180, poi confluita nella 833, c’è stato un riordinamento anche dei posti deputati al recupero. Così mi sono interessata anche dei gruppi e di arteterapia, perché i gruppi possono essere psicoeducazionali, di discussione. Noi facciamo due gruppi al giorno. All’interno di questi gruppi c’è anche quello di terapia attraverso il cinema. Bisogna essere precisi. Sono dei coadiuvanti, non si può fare una terapia di uno schizofrenico attraverso il cinema, voglio essere chiarissima. Si tratta di un trattamento “integrato” dove però nell’arteterapia il cinema, che è la più complessa delle arti, perché racchiude la visione, l’ascolto, la scrittura, è un’arte che riassume tutte le altre che l’hanno preceduta. Perciò abbiamo fatto parecchi studi per vedere se, utilizzando in maniera appropriata la visione dei film o l’ascolto di colonne sonore associate ai trailers, avessimo avuto risultati incoraggianti. Tra le arti il cinema è quello che ho curato più di tutti, per vedere se può avere un’efficacia su una rimodulazione del concetto intanto di stigma nella persona, cioè discutendo, dopo aver fatto un’attenta selezione dei film però, quindi discutendo poi del film tutti insieme, se la persona può rivedere il suo concetto di malattia. Perché in questo i film sono portatori di tanti messaggi. Ce ne sono tanti che trattano proprio l’argomento. Inoltre, se discutendo si possono trovare nuove forme di soluzione dei problemi. Perché scegliamo film che sono un po’ come le fiabe, che abbiano un buon finale, aperti alla speranza, alla possibilità che puoi essere attraversato dal dolore senza rimanerne schiacciato.

Che tipo di paziente e con quale tipo di malattia mentale ci stiamo confrontando? Quando e a chi si può proporre questo tipo di terapia integrata?

A tutti i tipi di pazienti. Il segreto è la selezione del film. Bisogna tener conto dell’uditorio, non tutti possono vedere lo stesso film. Alcuni film possono essere fruiti da un certo tipo di paziente e non da altri, a seconda della gravità della malattia, il tipo di contenuti delle problematiche devono essere posti con attenzione. Per un fatto fondamentale che i nostri pazienti non sono un gruppo che ha in Day Hospital una durata determinata, le indicazioni per un Dh sono diverse, si può venire per dirimere un dubbio diagnostico, per aggiustare una terapia, per controllare segni di crisi, per sfruttare gli aspetti della riabilitazione e i tempi sono un po’ più lunghi, però i pazienti sono di tutte le diagnosi e di tutti i tipi di durata e di indicazione che ho detto. Allora è un gruppo aperto, dove la persona può andare via anche il giorno dopo, un’altra dopo un mese o due, un altro dopo una settimana, allora non si possono proporre delle opere d’arte troppo ansiogene, perché non ci sarebbe il tempo di farle elaborare, che è ciò che accade in gruppi strutturati in un’altra maniera. Si tratta di gruppi esterni nei quali ci si può iscrivere, lì si fa terapia di gruppo piuttosto che individuale per la durata di un anno e già si precostituisce un’idea di temporalità e si possono sviluppare nel tempo delle discussioni. Se una persona la si espone ad un film un po’ traumatico e il giorno dopo non lo vedi più magari abbiamo aperto delle ulteriori problematiche che non potrà essere capace di elaborare, non è quello il setting.

Queste persone che sono ricoverate per mezza giornata, un giorno o per il tempo necessario a seconda del problema, da dove arrivano. L’utenza come arriva qui da voi?

È ubiquitaria, alcuni prendono treni da L’Aquila o Napoli tutti i giorni. La nostra struttura universitaria tiene conto delle competenze territoriali, adeguandosi al sistema di spese. Vengono inviati da privati, dai nostri ambulatori, perché noi facciamo anche ambulatorio, dalle Asl, essendo diventata competenza territoriale dovrebbero venire dalla Asl di appartenenza. Il Day Hospital è associato all’Spdc (Servizio psichiatrico di diagnosi e cura) che per legge deve avere un Day Hospital. L’Spdc è territoriale, poiché ci si deve ricoverare nell’ospedale del territorio di competenza, così anche il Dh risponde a questi criteri ma in maniera più elastica perché il Dh è universitario e l’SPDC è regionale. Con un solo capo universitario che è Direttore di tutta la struttura universitaria che è il professor Massimo Biondi.

Un paziente di una Rems potrebbe partecipare ad un progetto del genere?

Orientativamente direi di no, nonostante le utenze siano diverse, è vero che ci sono tanti tipi di pazienti ma non proprio cronici. Questo tipo di terapia ha un’idea felice di prevenzione, secondo l’idea di cura americana, quindi sono i giovani gli utenti migliori su cui si può intervenire più efficacemente in maniera integrata.

Grandi artisti, pittori, musicisti, attori, scultori, attuali e di secoli fa, straordinari produttori di opere d’arte, sono state persone “disturbate” che però ci hanno saputo donare opere che hanno cambiato addirittura la nostra visione del mondo. C’è bisogno della sofferenza per esprimersi al meglio?

Bisognerebbe leggere delle pagine di Lombroso, illuminanti sul genio e la produttività artistica. Non credo proprio, ci sono scrittori come Ariosto. Premesso che anche da noi sono venuti artisti, ma questo non c’entra. Chiunque invece può esprimersi attraverso l’arte. La maggioranza sono persone comuni, senza particolari talenti che però esprimono e sublimano una forma d’arte. Il fatto che ci siano una serie infinita di personaggi che hanno prodotto capolavori, grandi geni anche della matematica, c’è un film Beautiful mind, non è detto che genio e follia vadano a braccetto, quella è un’interpretazione romantica, è che hanno tutte e due le cose ma una non influenza l’altra. Ricordo un titolo su una testata nazionale del professor Volterra, mio grande maestro, il quale diceva “Sono un po’ depresso, sono un po’ genio”. C’è tutta una letteratura che dice che una persona malinconica per riparazione può andare verso la creatività. Uno dei meccanismi di uscita dalla malinconia può essere la creatività. Ma per essere creativi a livelli molto alti è necessario un talento. Non sono collegate le due cose. All’inizio del Novecento ci fu un grande congresso sulla creatività in Europa, cui parteciparono i più grandi studiosi, psicologi, sociologi, storici del tempo, ognuno diceva la sua. Chi diceva che per essere creativi bisognava essere folli, chi depresso, chi diceva che bisognava aver avuto una vita difficile. Popper disse “Pensiamo due persone che a parità di suggestioni ambientali, uno fa il matto e l’altro fa il vascello fantasma”. Poi concluse “L’atto creativo non si presta a nessuna spiegazione psicologica, è un dono degli dei”. Questo è rimasto scolpito nella mia memoria.

@vanessaseffer

Daverio, quando le scuse non servono a niente

Daverio, quando le scuse non servono a nienteQuando ci si esprime in maniera irriguardosa, per di più davanti alle telecamere, nei confronti di un’intera popolazione è una cosa spiacevole. Se questo succede quando sei stato assessore e te lo fanno sicuramente notare, per cui il giorno dopo ti vedi costretto a scusarti pubblicamente, quanto pensi possano valere le tue scuse? Il nostro Paese sta attraversando un periodo di basso impero, e certe presenze sono la prova di tutto questo. La colpa è nostra, non c’è dubbio. Ci innamoriamo di progetti assurdi, per esempio del fatto che importare personalità straniere che possono gestire i nostri beni culturali meglio dei nostri intellettuali italiani sia più sano. Poi questi “sapientoni” arrivano ad insultarci in un momento in cui sono in preda, chissà forse dei fumi dell’alcol, o di qualche nervosismo, o dello stress, e tirano fuori cosa covano veramente verso di noi: odio! Nella migliore delle ipotesi: invidia!

Così dice uno dei più “eminenti” di questi signori che abbiamo messo in cattedra decine di anni fa. Lui preferisce mangiare foie gras e bere champagne, piuttosto che il nostro cibo italiano. Lo ha detto con la bava alla bocca Philippe Daverio al microfono delle Iene, pochi giorni fa aggiungendo: “Ho paura della Sicilia”. La cittadina di Bobbio che lo aveva insignito della cittadinanza onoraria ha vinto grazie al ribaltamento del voto di Daverio che, fregandosene del voto popolare si è messo a parlarne malissimo. Ogni voto costa 51 centesimi e i cittadini hanno pagato di tasca loro questa somma ed hanno vinto attraverso il televoto. Quindi Palazzolo Acreide avrebbe stravinto senza problemi come “Borgo dei Borghi” il Borgo più bello d’Italia.

Ma Daverio ha spiegato il suo punto di vista spingendosi un po’ troppo in là: “Porterò in tribunale il sindaco e l’onorevole perché è un’intimidazione sicula. Non amo la Sicilia. Non mi frega niente, sono spaventato, mi hanno spaventato. Il tono utilizzato in questo affare è un tono di minaccia che fa parte della tradizione siciliana inevitabilmente”. Poi, riferendosi anche ad uno dei dolci più famosi della regione, si rivolge al giornalista delle Iene: “Lo sa perché non mi piace il cannolo? Perché c’ha la canna mozza. Non vede che è mozzato? Dopo si informi”. La giovane Iena educatamente non gli ha risposto, ma mi sento di dire che Daverio non si è reso conto che, data la differenza di età non valeva la pena di parlare di “canna mozza”. Ma non si è interrotto ed ha continuato ancora con il simbolo dell’isola, la Trinacria: “Lo sa cosa è la Trinacria?” ed ha azzardato una parlata sicula imitando un ridicolo siciliano che ad un bambino di quattro anni sarebbe riuscita meglio, fatta apposta perché era chiaro lo sfottimento. Ma apprezzabile lo sforzo, in effetti per quanto gli sta antipatica la Sicilia sembra ne sappia comunque abbastanza.

Può darsi che gli abbia dato fastidio che Sgarbi abbia avuto molto più di lui? Si sarà sentito oscurato al tempo dallo stesso sindaco di Salemi, poi anche assessore regionale, che gli aveva dato il ruolo di bibliotecario che per lui forse non era abbastanza? Ma questa è solo un’idea, forse stava già studiando per qualche ruolo non ottenuto? Magari sperava di diventare sindaco di Palermo dopo Orlando, chissà, se Sgarbi era approdato a Salemi! Perché no, già lui ci aveva dato un’occhiatina da quella Festa di Santa Rosalia del 2010, giusto il tempo di capire che i panini con le panelle sono un orrore e mamma mia come sono kitsch le cassate, le torte setteveli, le paste di mandorla e l’uvetta dentro la pasta con le sarde e finocchi innaffiata con un ottimo Grillo. La parlata simil imitazione sicula, la conoscenza della forma dei dolci, tutta quella evidente acredine, lasciava trapelare del risentimento nascosto dal filmato delle Iene.

Poi sono arrivate le scuse. Ma per carità! Lasci perdere Daverio, ma chi ci crede! Lasci pure le cose come stanno. Non ci interessano le sue scuse. Come dicevamo la colpa è nostra. Siamo in un periodo, piuttosto lungo tra l’altro, di assoluta confusione. Non ci stiamo capendo più niente. Ci siamo affidati a persone che ci trattano a pesci in faccia, ma ci stiamo svegliando. Piano piano magari ritroveremo il nostro amor proprio e ci riapproprieremo di quanto ci appartiene ecco perché lei si sta scusando, perché qualcuno le ha spiegato che le cose stanno così. Lei che è stato assessore a Milano con le deleghe alla Cultura, al Tempo Libero, all’Educazione (questa è bella) e alle Relazioni Internazionali e che dice apertamente, in un momento di sincerità, che adora mangiare foie gras e champagne, punto.

Avrebbe potuto dire che adora il risotto alla milanese, questo lo avremmo digerito. Non ha capito che è su questa buccia di banana che è scivolato signor Daverio. Non sul fatto che lei non ama la Sicilia. Perché molti non amano la Francia e non ci si può far nulla. Ma molti italiani amano la Francia, vanno molto volentieri a Parigi, io stessa. Il mio profumo preferito è francese e lo uso da trent’anni e difficilmente ne farò a meno. Le offese gratuite sono veramente insopportabili e tutti ne facciamo volentieri a meno. Lei è cittadino onorario di un Borgo italiano, Bobbio. Lo ha beneficiato con il suo voto ignorando scientificamente il televoto di altrettanti cittadini “italiani” che pagando 51 centesimi e vincendo numericamente, avevano scelto. Lei ha ribaltato quel voto perché aveva la libertà di farlo e l’ha esercitata. Fino a qui niente da dire perché era a quanto pare un suo diritto. Ma le offese non lo sono, perché lei è stato pagato con i soldi dei cittadini italiani e non le è consentito di offenderli.

La colpa è nostra, dobbiamo scegliere in casa, e non mi riferisco a colori, religioni, etnie, ma a chi nasce e cresce in Italia ed è spinto da un amore reale per il suo Paese, l’Italia, nel fare un certo tipo di lavoro.

@vanessaseffer

Contrasto legale alle violenze in corsia

Contrasto legale alle violenze in corsiaIl fenomeno delle violenze in corsia, arrecate ai danni dei medici e degli altri lavoratori della sanità, all’interno dei Pronto Soccorso piuttosto che nei reparti di degenza, è in continuo aumento. La Cisl Medici Lazio ha chiesto, pertanto se, ai fini di garantire una efficace ed adeguata tutela della salute del personale medico che, nell’esercizio della propria attività professionale e all’interno del proprio ambiente di lavoro, subisce aggressioni o violenze, sia possibile riconoscere in capo al sindacato, quale ente portatore di interessi diffusi, la legittimazione ad una autonoma costituzione di parte civile nel processo penale.

L’avvocato Mario Scialla, consigliere segretario dell’Ordine degli Avvocati di Roma, avvocato penalista, ci fornisce il seguente parere.

La norma processuale di riferimento è l’articolo 91 del Codice di procedura penale.  L’introduzione di questa norma all’interno dell’ordinamento ha, senza dubbio, rappresentato una importante innovazione nel nostro sistema processuale: il suo intento è, infatti, quello di favorire la partecipazione degli enti collettivi allo svolgimento di quelle specifiche attività di accertamento che sono indirizzate alla repressione di condotte criminose che vanno ad incidere su interessi di portata generale, la cui cura e salvaguardia viene assegnata a determinate strutture organizzative.

Quali sono i requisiti che vengono posti dal codice di rito affinché tali strutture plurisoggettive abbiano la possibilità di esercitare concretamente tali poteri? 

Sono essenzialmente tre. L’assenza di uno scopo di lucro, il riconoscimento legale della finalità di tutela degli interessi pregiudicati dal reato, ovvero una legittimazione normativa alla salvaguardia di tali interessi che rinvenga la sua fonte in una legge statale, o regionale o una fonte subordinata ad attuare quella primaria e, infine, l’anteriorità di tale riconoscimento rispetto al momento in cui sia stato commesso il reato. La norma, quindi, pur conferendo alla fonte legislativa il potere di riconoscere, di volta in volta, la legittimazione degli enti alla salvaguardia degli interessi lesi dal reato, non fa altro che rafforzare quella modalità di partecipazione al processo già riconosciuta e disciplinata dall’articolo 74 del Codice di procedura penale ovvero la costituzione di parte civile.

Dalle sue parole si intuisce che la costituzione di parte civile di un sindacato non è soggetta a regole diverse rispetto a quelle comuni e dunque occorrerà accertare, caso per caso, se il sindacato di un diritto e se tale situazione soggettiva sia stata realmente danneggiata dal reato.

In tale contesto, caratterizzato dalla presenza di  un’apertura sempre maggiore verso la tutelabilità di ampie posizioni soggettive, la giurisprudenza si è pronunciata in senso sempre più favorevole nei confronti del riconoscimento della possibilità di costituzione della parte civile da parte degli enti collettivi: gli enti e le associazioni sarebbero infatti legittimati all’azione risarcitoria purché l’interesse leso dal reato coincida con un diritto che sia riconosciuto e salvaguardato all’interno del suo stesso statuto. Quindi, sulla base della rivalutazione degli interessi solidaristici e partecipativi riconosciuti dalla Costituzione, la Corte di Cassazione ha ribadito la tutelabilità degli interessi collettivi, affermando che “il riconoscimento di un diritto soggettivo in capo al soggetto che degli stessi è portatore può discendere dalla diretta assunzione di esso da parte dell’ente che ne ha fatto oggetto della propria attività, diventando lo scopo specifico dell’associazione (cfr. Cassazione Penale sezione IV, n. 22558 del 2010).

E per fare un riferimento specifico alle associazioni sindacali dei lavoratori?

Per fare un riferimento specifico alle associazioni sindacali dei lavoratori occorre precisare che per i reati che costituiscono violazione dell’integrità fisica, la Suprema Corte ha ritenuto addirittura ammissibile, senza il limite della prescrizione, la costituzione di parte civile dei sindacati nei procedimenti per i reati di omicidio e lesioni colpose commesse con violazione della normativa antinfortunistica, ritenendo che la violazione di tale normativa nell’ambito dell’ambiente di lavoro possa cagionare un autonomo e diretto danno, patrimoniale o non patrimoniale, ai sindacati per la perdita di credibilità all’azione dagli stessi svolta. Il sindacato infatti, annovera tra le proprie finalità, quella della tutela delle condizioni di lavoro intese non solo sotto il profilo dell’aspetto economico ma anche sotto l’aspetto della tutela delle libertà individuali e dei diritti primari dei lavoratori, quale quello della salute.

Quale conclusione è possibile trarre?

Gli approdi giurisprudenziali degli ultimi anni hanno dato man forte al riconoscimento di due dati fondamentali: le associazioni sindacali sono titolari, non solo dei diritti connaturati a qualsiasi soggetto, quali i diritti della personalità, ma anche di interessi di rilevanza generale e costituzionalmente garantiti, fra cui l’interesse collettivo dei lavoratori all’integrità psico-fisica e alla dignità, oltre che alla sicurezza dell’ambiente di lavoro; inoltre così come specificato all’interno dello Statuto dei lavoratori esse perseguono l’interesse dei lavoratori alla solidarietà e all’eguaglianza, attraverso gli strumenti di tutela collettiva. Pertanto non è insensata l’ipotesi che il sindacato tenti di costituirsi parte civile per le violenze subite, dal proprio iscritto, nell’esercizio della sua attività, laddove lo Statuto sindacale faccia riferimento a questa espressa forma di tutela. E’ evidente che trattandosi di una situazione nuova che non annovera specifici precedenti di legittimità, vada perseguita, come tutte le battaglie di civiltà, con pazienza e determinazione, mettendo anche in preventivo una serie di iniziali insuccessi, con l’auspicio però che in un futuro non lontano possano trovare adeguata tutela processuale-penalistica i predetti interessi diffusi e questo deprecabile fenomeno, in parte ancora sommerso, possa prima emergere in tutta la sua gravità, come sta facendo la Cisl Medici Lazio con la sua campagna di denuncia sociale e di sensibilizzazione dei cittadini, per essere poi debellato.

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La sfida di Musumeci secondo Gibiino

La sfida di Musumeci secondo Gibiino Da pochi giorni si è insediata la nuova giunta regionale in Sicilia, ma le polemiche non sono mancate, perché si dice rifletta alcuni difetti della vecchia gestione: troppi suggeritori, assessori con poca esperienza o che lasceranno l’incarico dopo qualche mese. Ma l’esigenza di trovare soluzioni con urgenza e concretezza per una seria e rapida ripresa, perché la Sicilia (ri)diventi bellissima, mette da parte in fretta la paura di un nuovo inganno, si spera di nuovo in un tempo migliore. Ancora memori degli annunci propagandistici di Rosario Crocetta, che promise una rivoluzione che non è arrivata mai, si prova a dare fiducia al nuovo corso, com’è giusto che sia. Così ci siamo rivolti al senatore Vincenzo Gibiino, uomo vicino al presidente Nello Musumeci, chiedendogli conforto e qualche chiarimento.

Cosa ha spinto Musumeci a scegliere la giunta come ha fatto?

È una giunta abbastanza equilibrata, in qualche misura il suo specchio. Ci sono nomi nuovi, ma le dinamiche che hanno portato alla formazione della giunta sono diverse da quelle adottate un tempo. Il presidente vuole una certa discontinuità col passato, specie riguardo agli assessori e alle figure apicali all’interno della presidenza e degli assessorati. Lo ha detto sin dall’inizio, “se mi candido sarà l’ultima volta, per cui non sarò ricattabile poiché non mi andrò a cercare i voti per la volta successiva”. Questo finalizzato a poter cambiare tante cose in Sicilia, non è mai successo nemmeno nei diversi governi precedenti che avrebbero dovuto essere in contrapposizione, ma in realtà non lo sono stati.

Cambiamenti a partire dal segretario generale?

A partire dal segretario generale e a finire all’ultimo in assessorato. Ci vuole molto coraggio e non c’è molto tempo, c’è la programmazione per il futuro da fare, che manca da decenni, c’è la gestione di un ordinario del passato che è diventato straordinario per mancanza di cura, mi riferisco alla formazione, alla sanità, all’energia, ai rifiuti, al turismo e ai trasporti.

Non si sente ancora il peso di Lombardo, Cuffaro, Lumìa? Bisognerà scendere ancora a patti?

Non ne sono convinto, il clima è cambiato. Il 50 per cento della popolazione siciliana è sul baratro dell’esclusione sociale. Delle promesse del passato non sa proprio cosa farsene e non sa cosa farsene di queste persone che in passato le promesse le hanno fatte e non le hanno mantenute. Essendo cambiato il clima, la pressione di ogni tipo di ambiente di ieri, oggi ha molta meno forza e questo consente un’azione di governo più snella e veloce.

Che ne pensa di Vittorio Sgarbi alla Cultura e del fatto che fatto che potrebbe restare soltanto tre mesi?

Senza ipocrisia le dico che queste cose non mi piacciono. Se una persona ha intenzione di andare a fare il ministro non deve avviare un percorso di assessorato in Sicilia, capisco che lui non è siciliano e sostanzialmente può assumere un incarico e poi lasciarlo, ma quando si inizia un operato come questo almeno bisogna avere due anni davanti per lasciare un segno, altrimenti è un occupare una poltrona in attesa di una poltrona successiva, per cui da questo punto di vista non sono d’accordo.

Cosa si aspetta invece da questo Governo in merito alla sanità pubblica e privata?

La sanità pubblica ha due ordini di problemi: uno l’offerta che non è in linea con le aspettative dei siciliani, tant’è che chi se lo può permettere continua a fare i viaggi della speranza al nord. Secondo sono i costi, determinati da un’elevata spesa per le forniture ospedaliere. In molti casi le analisi che ci ha portato il commissario per la spending review sono pari a tre volte delle spese degli ospedali del nord, dove c’è una maggiore programmazione negli acquisti. Poi abbiamo il problema della valorizzazione dei quadri, dei primariati e della distribuzione dei letti, probabilmente lasciata un po’ al caso. Va rivisto il rapporto con la convenzionata esterna, ha un costo bassissimo pur dando servizi senza file d’attesa e molto altro, una capillarità sul territorio che va a valorizzata. Ci sono cittadini che pensano di non avere l’ospedale vicino e quindi si rivolgono a quello a 60 km da loro, avendo strutture convenzionate esterne a due passi, mi riferisco non solo alle Case di Cura ma anche ai laboratori di analisi, al cardiologo convenzionato che magari sono nello stesso paese con una giusta attività di tradizione. Potrebbero fornire cure a basso prezzo, presenza, servizio e programmare successivi interventi con la disponibilità degli ospedali sapendo 60, 90, 120 gg prima piuttosto che ridursi agli interventi su acuti.

Ritiene che il nuovo assessore alla Salute Ruggero Razza e Nello Musumeci sapranno attenzionare tutto questo?

Musumeci durante la campagna elettorale ha annunciato che la sanità l’avrebbe tenuta per sé, perché vuole dare un taglio importante. L’assessore è persona vicina a lui, è equidistante da tutti i mondi: pubblico, privato, università, ricerca, pur essendo avvocato e avendo fatto esperienza amministrativa in provincia. Un valore aggiunto perché si pone con la giusta attenzione alle varie esigenze del territorio, per riuscire a fare scelte senza condizionamenti da blocchi di potere a monte. Che in passato possono aver condizionato qualche altro Assessore alla sanità.

In 5 anni si potrà mettere ordine nelle vicende siciliane o il tempo non sarà sufficiente?

Quello che dovrà fare secondo me Musumeci nei primi sei mesi è di arginare il declino della Sicilia dal punto di vista economico e soprattutto sociale. Il livello di rassegnazione della popolazione siciliana ormai aveva superato il limite della sopravvivenza. Successivo passaggio sarà quello dell’inversione della tendenza iniziando a fare le opere per cui ci vogliono i progetti, con i quali si partecipa ai bandi o si accede ai fondi. Bisogna ridurre una parte della spesa pubblica per utilizzare questa quota libera per i cofinanziamenti per attrarre i fondi europei. Ci vogliono circa sei mesi per i progetti pronti e due anni per quelli nuovi, gli appalti impongono tempo. L’unico settore a mio giudizio che può funzionare subito è quello legato al turismo, alla valorizzazione dei beni messi a regime di tutti i siti archeologici, che in alcuni casi non vendono neanche un ticket durante tutto l’anno. Essendo a ingresso gratuito sono solo dei costi. Poi la messa a regime dei trasporti, pur lasciando tutto com’è all’inizio, perché non c’è il tempo di poter fare tutto.

Ma cominciare a sistemare seriamente strade, ponti, viadotti e ferrovie?

Si può fare, abbiamo un presidente che ha voglia di fare e un presidente dell’Anas che ha le risorse economiche per avviare le manutenzioni. Ma questo non risolve il problema della viabilità in Sicilia, perché connettere correttamente porti, aeroporti, con tram e metropolitana, la gomma e il ferro in Sicilia, è fondamentale. Se oggi volessi andare col treno da Catania a Palermo passando da Messina non ho la connessione del treno; arrivo a Messina e devo aspettare 3 ore per il treno Messina-Palermo. Quindi è una Sicilia mai stata pensata nell’intermodalità, una Sicilia isolata all’interno. Verso l’esterno è connessa bene con porti e aeroporti. E non si può pensare al ponte sullo Stretto in questo momento in cui è tutto fermo, non vedo condizioni percorribili.

Lei a cosa sta lavorando in questo momento?

Quello che stiamo cercando di fare per la mia vicinanza col presidente della Regione è di attivare una serie di attenzioni da parte di fondi di investimento di imprenditori e di federazioni sul rilancio del turismo, sull’agricoltura di eccellenza, sul recupero dei circuiti automobilistici dove poter fare non tanto le gare, ma i test di vetture, di gomme, come si fa in tutte le parti d’Italia dove ci sono circuiti, che in Sicilia avrebbero una valenza superiore anche per le condizioni climatiche che favoriscono la fruibilità di queste strutture e la presenza di tante persone.

Lo dice perché ha una grande passione per le automobili, essendo un noto ferrarista.

Conosco la materia, ma lo dico perché seguo da tre anni la riforma del Codice della strada e so dai rapporti che ho con l’Aci che tutte le strutture collegate, dalle case automobilistiche, quelle di autobus e di costruzione di veicoli complessi, di caschi, di tute e di gomme, hanno bisogno di testare i loro prodotti e si sappia che al nord un circuito viene locato per 50mila Euro al giorno. Il circuito di Pergusa ci procura 300mila Euro di perdite all’anno, ciò da la misura di cosa una struttura del genere messa a regime possa dare, solo con la pista, non dico l’utilizzo del lago in termini di fruizione turistico ambientale. Potrebbe determinare dal punto di vista economico nel territorio più depresso d’Italia, una svolta. Sono piccole ma grandi cose, come lo sviluppo dei borghi rurali che organizzati porterebbero un turismo di nicchia. Sono tante le cose che possiamo fare attraverso le conoscenze sviluppate negli anni e che guardano alla Sicilia con grandissima attenzione ma che solo chiedevano una continuità e serietà di governo che evidentemente non trovavano con la gestione precedente di Crocetta, che invece trovano in Nello Musumeci, non fosse altro perché contattano me per fare investimenti privati importanti sapendo che il nuovo presidente è una persona seria.

Il matrimonio dell’anno nel 2018 di Fedez e Chiara Ferragni annunciato nei giorni scorsi e che si terrà ad un passo da Siracusa per la prossima primavera, nel bel mezzo del barocco di Noto, patrimonio dell’Unesco, così come le tre candidature ai Golden Globe del regista palermitano Luca Guadagnino, ci fanno pensare che davvero c’è quello sguardo attento del mondo del business e del glamour e che le eccellenze siciliane meritano visibilità e attenzione. Si percepisce dai nuovi insediati al governo quella voglia di fare che vuol mettere fine al far west e alle contraddizioni che hanno dominato finora la bella terra di Sicilia.

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Sicilia: Luigi Genovese, parla “Mister preferenze”

Sicilia: Luigi Genovese, parla “Mister preferenze”È il 21enne più chiacchierato d’Italia, per via dei 17.359 voti che ha ottenuto alle elezioni regionali siciliane appena concluse e delle problematiche giudiziarie dei suoi familiari. Cerchiamo di conoscerlo un po’ di più, perché in pochi gli hanno concesso il beneficio del dubbio. Sono i figli che spesso pagano per fatti veri ma anche presunti che hanno coinvolto padri e madri. Gli do del tu, perché ho un figlio della stessa età, ma dovrei chiamarlo onorevole, non Luigino, usato non con affetto ma per ridimensionare al massimo la persona.

Come rispondi alle polemiche contro di te e tuo padre?

Risponderò nelle fasi successive, con i fatti. Adesso è scontato il mio pensiero. Le critiche erano personali, attacchi contro la mia famiglia che maggiormente si fondavano sull’insulto. Se ci fossero state critiche legate al mio operato, ma non ho neanche cominciato, o su una progettualità che voglio portare avanti, allora le avrei accettate con tutto me stesso. Anzi, avrei imparato da esse. Oggi, purtroppo, ho potuto solo imparare qualche insulto di cui ancora non ero a conoscenza.

Quali sono i punti salienti del tuo programma?

Mi piacerebbe riuscire a coinvolgere i giovani nella vita politica siciliana, quelli della mia generazione. Come? Per esempio con l’istituzione dei Consigli comunali dei giovani, come esistono nel Lazio. Mi piacerebbe portare questo format in Sicilia. Ma anche portare nel mondo dell’Assemblea regionale siciliana strumenti innovativi per velocizzare l’iter burocratico. A causa di tutti i passacarte, questo non succede. Ho tante idee e progetti, ma se vuoi sapere qual è la prima cosa che farò, sarà richiedere la presenza del question time, come alla Camera dei deputati. Perché, oggi, un deputato che decide di fare un’interrogazione parlamentare a un assessore non ha certezza di risposta, c’è un limite massimo di sei mesi per cui l’assessore può rispondere, ma è sua facoltà non un obbligo. Invece è importante che sia un obbligo.

Porterai dei coetanei con te all’Ars come tuoi collaboratori?

Assolutamente sì. Ci rinnoviamo a cominciare da questo.

Cosa pensi di dire ai tuoi coetanei siciliani che non sono interessati alla politica, cosa farai per loro?

Vorrei essere portavoce della mia generazione; quando ho scelto di candidarmi è stato questo che mi ha stimolato. Non ho avuto tutti con me ovviamente, ma una buona parte sì. Ma sono il rappresentante di tutti, non solo dei giovani della mia generazione. L’attenzione sarà massima nei confronti di chiunque.

Come ti sei preparato per un percorso così gravoso anche per un cinquantenne con una lunga esperienza alle spalle?

Sicuramente studiando, mi sono iscritto a Giurisprudenza, sono indietro di qualche esame, uno lo recupererò a dicembre. Quello che era legato al mondo della Pubblica amministrazione mi ha sempre appassionato di più rispetto al resto. Però l’esperienza deve farsi sul campo.

Rappresenti una grossa fetta dei votanti di questo anno, dovranno ascoltarti. Sei la quarta generazione di politici in famiglia: lo zio di tuo padre è stato più volte ministro, tuo nonno senatore diverse volte e tuo padre deputato nazionale due volte, una volta deputato regionale ed è stato sindaco di Messina. Si è sempre respirata la politica in casa tua. È complicato essere figlio di Francantonio Genovese?

È semplicissimo e devo dirti che è una grande soddisfazione. Naturalmente questo mi impone un impegno ancora più grande, il triplo che ci metterei se non fossi suo figlio, questo mi stimola molto a fare meglio che posso.

È giusto che le colpe dei padri debbano ricadere ed essere pagate dai figli?

È assolutamente scorretto. Hanno provato in tutti i modi a fare ricadere su di me delle colpe di mio padre che non sono neanche accertate, quindi so che è una cosa parecchio sgradevole.

Cos’è per te la politica?

È una cosa bella. Quando ho scelto di fare politica l’ho fatto perché mi piace lo spirito di servizio che è alla base, e mi piacerebbe che si cominciasse a parlare veramente di politica, quella in cui non ci deve essere un necessario scontro fra maggioranza e opposizione, e quella soprattutto in cui ci deve essere rispetto per le parti politiche, quelle per le persone. Cosa che oggi manca totalmente e io ne sono l’emblema nonché il più puntato dagli altri schieramenti.

Qual è lo schieramento che si è infervorato di più e ha usato le parole di cui mi hai parlato prima?

Il M5S nella figura del suo candidato, Cancelleri, ma anche di Corrao e di Grillo stesso. Tutti hanno denigrato, sicuramente perché imposto dall’alto, la mia persona. Io credo che Grillo che tanto si presenta come una persona onesta, non può permettersi di paragonarsi a me. Potrei dire che Grillo o suo figlio non possono più parlare di sicurezza stradale e incidenti, dato il noto fatto giudiziario che lo ha riguardato e che lo ha visto condannato in via definitiva. Penso anche all’attacco sui fondi europei e mi chiedo perché non dovrei parlarne, se oggi sono l’unica risorsa che la Regione Sicilia può ottenere in via diretta e soprattutto semplificata.

Come vedi Silvio Berlusconi?

Come una persona competente, un uomo che quando scende in campo è in grado di riuscire a far risollevare le sorti di un centrodestra che sembrava morto, invece gli ha ridato nuova linfa vitale, reclutando persone nuove, io tra questi.

Hai una vaga idea di quello che potrebbe essere dopo Berlusconi? Cosa speri?

Spero di poter costruire insieme a lui il dopo.

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Sylos Labini è “Uno sbagliato”

Sylos Labini è “Uno sbagliato”Dopo aver interpretato grandi personaggi, come Gabriele D’Annunzio lo scorso anno, Edoardo Sylos Labini trasforma il Teatro Golden di Roma in un locale notturno, dove presenta la pièce scritta e diretta da lui, “Uno sbagliato”. Interagendo direttamente con il pubblico, narra di un quarantenne cinico, amaramente ironico e disorientato, incapace di affrontare le sue responsabilità di marito, padre e dipendente statale, che ha un lavoro grazie al suocero che “piuttosto che mia figlia in mezzo a una strada ci penso io”, rivelando le sue paure e insicurezze al barman, davanti a diversi bicchieri di drink, che in poco tempo lo trasformano in un alcolizzato.

La pazienza della moglie, incinta per la terza volta, appare davvero surreale. La  condizione di lei fa esplodere in lui l’irrequietezza e il turbamento di essersi ritrovato adulto con desideri ancora da ragazzo. Lei lo perdona anche quando sparisce per giorni e non fa tante domande al suo ritorno. Solo quando vanno a fare la spesa al centro commerciale e scopre che lui ha speso tutto lo stipendio in bagordi e che ha perso il lavoro, reagisce con violenza; questa volta sarebbero state le bambine a farne le spese!

Una storia che esamina la nostra attualità, spesso priva di valori che una volta erano fondanti. La donna in “attesa”, che sopporta per il quieto vivere, che non è palesemente evidenziata sul palcoscenico, è comunque una presenza importante. Ricorda quella di secoli fa, ma ancora fra noi ce ne sono svariati esempi. Sylos Labini calandosi nelle vesti dello spiantato Michael, tocca con un monologo delicato – che ci permette di riconoscere parte di noi, delle nostre vite o di quelle dei nostri amici e che ci lascia una strana amarezza mista a una nervosa ilarità – dei temi delicatissimi e attuali come l’alcolismo e la prostituzione.

Il tutto arricchito dalle voci straordinarie di Alice Viglioglia e Chiara Capobianco, dal barman pungente e pronto all’ascolto come un sacerdote nel suo confessionale, interpretato da Lorenzo Felice Tassiello, che esordisce con questo ruolo. I costumi e le scene sono di Laura Giannini e le luci di Davide Di Francescantonio.

“Uno sbagliato”, in scena a Roma fino al 19 novembre, cancella ogni perplessità riguardo a cosa l’essere umano possiede e dove può certamente trovare sempre un riparo: la sua famiglia.

 

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Malaria: la parola passa agli esperti

Malaria: la parola passa agli espertiL’autopsia sul corpicino di Sofia Zago “ha confermato il referto e la diagnosi ospedaliera di morte per encefalopatite malarica”, ha riferito il procuratore capo di Trento, Marco Gallina. Gli ispettori dopo aver controllato le procedure del reparto di pediatria dell’Ospedale Santa Sofia di Trento, hanno chiarito che per dare una risposta esatta su quale ceppo di malaria avrebbe colpito la bambina ci vorrà tempo. Il dato certo è che due bambine del Burkina Faso sono state ricoverate nello stesso reparto e negli stessi giorni con la malaria e prima di loro un fratellino e la mamma. Ma le bimbe non hanno mai incontrato o giocato con Sofia.

Il dottor Massimo Galli, vicepresidente della Simit, Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali, ha detto: “Perché il contagio avvenga, non è sufficiente un semplice contatto col sangue, come ad esempio nell’ipotesi di un contatto epidermico tra soggetti infettati”.

In caso di un paziente con la malaria non è previsto l’isolamento, perché per la trasmissione della malattia ci vuole un vettore. Nella stessa stanza in cui la piccola era ricoverata per diabete c’era un bimbo di 3 anni, anch’egli col diabete, rimasto dal 16 al 21 agosto, che non ha manifestato sintomi di malaria. Successivamente sono state piazzate le trappole per le zanzare e queste sono risultate negative per la presenza di questi insetti. Ma non si può escludere che ce ne fossero nei giorni in cui Sofia si trovava ricoverata in ospedale, quando c’erano anche i due piccoli affetti da malaria, poi guariti. Prenderebbe più piede l’ipotesi della ‘zanzara nella valigia’, proprio dei piccoli pazienti del Burkina Faso.

Ma non c’è solo un modo per prendere la malaria!

“La trasmissione della malattia avviene nella maggioranza dei casi attraverso un insetto – risponde il professor Giovanni Maga, biologo molecolare dell’Ospedale di Pavia – ci vuole il vettore, la zanzara anopheles, che punga una persona che ha la malaria, il protozoo si replica e poi viene trasmesso alla persona sana mediante un’altra puntura. Questa in assoluto la trasmissione più naturale. Poi ci possono essere trasmissioni dovute a trasfusioni o contaminazioni accidentali per utilizzo di strumenti a contatto col sangue o sporchi di sangue. Oggi il sangue trasfuso viene controllato, non è facile immaginare che una siringa sporca di sangue possa essere riutilizzata, in Italia o in un se occidentale, ma sicuramente c’è stata una trasmissione di sangue infetto”.

A livello teorico, una zanzara italiana potrebbe essere stata il vettore?

“Allo stato attuale della nostra conoscenza non sembra ci siano da noi zanzare competenti ad attuare la trasmissione di Plasmodium falciparum. Ci sono quattro Plasmodi e le nostre zanzare sono competenti per un altro paio. Potrebbe esserci stato un insetto importato, poiché queste zanzare viaggiano nelle navi, negli aerei, nei bagagli, non hanno capacità di volare lontano dal luogo dove arrivano, però con gli insetti non si possono fare delle previsioni, possono sopravvivere a lungo e diffondersi. Altra cosa è se ci sono queste zanzare sul nostro territorio che abbiano la capacità di trasmissione, questi insetti cambiano, si evolvono. In Europa c’era una specie di zanzara che era capace di essere vettore, parliamo degli anni ‘40/’50, ma sono state effettuate bonifiche che ne hanno provocato la scomparsa”.

Da un punto di vista epidemiologico la malaria entra nel nostro se ogni anno con 600/700 casi all’anno. Vengono trattati con farmaci molto efficaci di ultima generazione come l’artemisina, per cui la farmacista cinese Tu Youyou, che ha isolato il principio attivo estratto dall’artemisia annua nel 1972, con cui venivano curate molte febbri, è stata premiata con il Nobel per la Medicina nel 2015.

“Ci sono una dozzina di molecole usate per trattare la malaria e la mortalità per questa infezione è ridotta all’uno per cento – continua il professor Maga – la forma più grave è quella che ha colpito la bambina di Trento. Una bambina che arriva con la febbre alta in ospedale non viene sospettata di malaria se non è stata in una zona a rischio. I sintomi all’esordio sono gli stessi e molto comuni: febbre alta, nausea, vomito, a meno che non ci sia una forma molto avanzata allora si fanno degli esami più specifici, come è successo alla bimba nell’ultimo ricovero. Non mi sento di ascrivere delle responsabilità al personale sanitario. Per un motivo molto semplice: gli esami di routine non accertano la situazione e non si possono fare indagini tanto approfondite su tutti quelli che arrivano con la febbre e che non sono stati in zone tropicali. Ci sono una serie di parametri che possono portare al sospetto, ma questo non può succedere all’inizio della malattia. Zika, faringite, influenza, malaria hanno lo stesso protocollo medico all’inizio della malattia. La prima domanda che un medico deve fare è “è stata in un Paese tropicale? Ha avuto contatti con qualcuno che ha fatto un viaggio in un Paese a rischio? La sfortuna della bambina è stata che non c’era nulla che potesse far sospettare una trasmissione in Italia. Nel corso del ricovero non possiamo sapere se ci sono state delle inadempienze, saranno i tecnici a stabilirlo”.

La temperatura di queste ultime estati è molto simile alle temperature dei si di provenienza di queste zanzare, così la circolazione degli insetti può essere prolungata, tutto può aver contribuito. È importante stabilire se siamo di fronte a fenomeni d’importazione di vettori del Plasmodium sul nostro territorio. Con insetti come le zanzare c’è poco da scherzare! La natura cambia e così può mutare anche la funzione vettoriale di questi insetti, dando origine ad episodi impensabili. Dobbiamo capire l’origine di questa situazione.

Ma la struttura di Trento ha sbagliato oppure no? Come è stata possibile una trasmissione all’interno di un ospedale?

La struttura di Trento è un riferimento per noi, è considerata molto valida – dice il professor Emerito di Malattie Infettive e Tropicali di Brescia, dottor Giampaolo Carosi – la presenza dei bambini del Burkina Faso fa pensare che la trasmissione sia avvenuta lì. Esiste anche la possibilità di un trasferimento diretto col sangue, con il trapianto, la trasfusione, siringhe. Negli anni Settanta e Ottanta, quando incalzava la tossicodipendenza, abbiamo avuto alcuni casi da scambio di siringhe, ma sono state tutte delle modalità eccezionali. In Italia abbiamo delle norme che controllano molto strettamente donazioni di sangue e di organi, e gli strumenti che si usano sono monouso. Escluderei una trasmissione di sangue così. Due ipotesi in ballo: il vettore necessario per la trasmissione da un portatore di plasmodio, in questo caso i bambini del Burkina Faso, a persona sana, può essere locale o importato. Questo è il dubbio, liberato il campo dalle altre ipotesi. Ci sono stati rari casi in Italia di malaria aeroportuale o malaria da valigia, quindi con anofele importate. Anni fa c’è stato un caso in cui, sbarcate a Fiumicino, delle anopheles hanno volato fino a Marino e hanno punto una persona. Poi nel grossetano, nel 1997, una zanzara anopheles aveva trasferito il plasmodio da un indiano in visita alla sua famiglia, a famiglie del posto. Era una anopheles nostrana che aveva trasferito il plasmodio dall’indiano agli italiani, ma era una anopheles vivax non falcidium, ed è molto meno grave. Studi del 2009 hanno teorizzato che da noi le anopheles ci sono, perché nel nostro se c’è stata la malaria, l’ultimo caso di bonifica nel 1957 dopo un focolaio a Palma di Montechiaro in Sicilia. Caravaggio morì di malaria. La malaria era molto diffusa in quegli anni. Ora si dovrebbe vedere se in Trentino-Alto Adige e nell’alto Adriatico ci sono queste zanzare. Studi recenti hanno dimostrato la migrazione delle zanzare, non solo degli uomini con l’intensificazione dei viaggi, le migrazioni per movimenti bellici o economici. Alla John Hopkins di Baltimora che ha in corso uno studio con il Kenya e l’Africa centrale, in cui facendo una mappatura si vede che da un anno all’altro la popolazione di zanzare cambia molto. Abbiamo imparato che le zanzare migrano e i cambiamenti climatici che si stanno verificando favoriscono la riproduzione e la vita di questi insetti anche da noi. Io che ho una certa età non vedo più le nevicate d’inverno di una volta. Non è da escludere che anche la popolazione di zanzare anopheles si sia ambientata da noi ed evoluta.

Quanto contano la prevenzione, il riconoscimento immediato di questa malattia, che non ucciderebbe se ci fosse, e poi un vaccino?

“Di malaria si può morire solo se non si fa una diagnosi in tempo. Oggi con i farmaci che abbiamo è perfettamente guaribile, dal chinino all’artemisina. Adesso i farmaci si fanno in laboratorio, ma questo ultimo farmaco è stato fatto alla vecchia maniera. Non mi sento di addossare la responsabilità ai medici di Trento. Oggi dobbiamo dire che è imperativo conoscere la malaria e fare diagnosi in tempo, ma quando c’è un precedente di soggiorno tropicale. Se sono stato nell’alto Adriatico è improbabile pensare alla malaria. L’ospedale di Trento ha fatto diagnosi in 2 giorni, ma la bambina è arrivata all’ultimo ricovero con il cervello già infarcito di plasmodi ed è andata in coma. Se la diagnosi fosse stata fatta fra il 26 e il 28 agosto sarebbe andata diversamente. Ma l’anamnesi per soggiorni tropicali era negativa.

Il vaccino che abbiamo attualmente invece è protettivo al 30/35 per cento, che può essere valido per l’Africa dove ci sono 200 milioni di casi di malaria all’anno e mezzo milione di morti, fra cui prevalentemente bambini e una protezione del 35 per cento salva il 35 per cento di questi 500mila. Un adulto in Africa viene punto frequentemente dalle zanzare e quindi sviluppa i naturali anticorpi, una sorta di immunità. L’immigrato in Italia dopo un po’ perde questa semi-immunità. L’80 per cento dei 600/700 casi che importiamo ogni anno sono a carico degli immigrati perché perdono la semi-immunità , poi tornano a casa a trovare i familiari nei si d’origine e lì prendono la malattia. Dopo averci convissuto non hanno più gli anticorpi. Come avveniva da noi con i meridionali a Torino. Solo che in scala più vasta. La semi-immunità non è completa e si può perdere nel tempo vivendo in un luogo diverso, non è come per l’immunità al morbillo che una volta sviluppata non la perdi più. La situazione immunologica della malaria è molto più complessa, per questo non abbiamo ancora un vaccino. Un italiano che va in Africa fa una profilassi, per cui prende il farmaco due giorni prima di partire, ogni giorno durante il soggiorno e una settimana dopo il ritorno. L’immigrato non lo fa perché pensa di aver convissuto con la malaria senza averla mai presa”.

@vanessaseffer