In pochi anni dalla sua fondazione il Centro regionale antidoping “Alessandro Bertinaria”, incastonato nelle mura dell’ospedale San Luigi di Orbassano a Torino, è diventato uno dei centri di eccellenza europei in fatto di analisi tossicologiche e biochimico-cliniche, superando la sua mission iniziale, andando ben oltre la sua natura di struttura “olimpica”, poiché nato in occasione delle XX Olimpiadi invernali e IX Giochi paralimpici invernali di Torino 2006, dimostrando subito capacità imprenditoriali tali da poter vivere anche oltre quell’evento. Fino a diventare un riferimento nazionale dove effettuare test ed analisi autoptiche per tribunali e procure, forze dell’ordine, Asl, enti pubblici, per le medicine legali, per reati di varia natura, connessi al traffico di droga o incidenti stradali. In pochi anni il centro si è accreditato come primo laboratorio di tossicologia del Paese. È il più grande centro in Europa per le analisi che si effettuano sul capello. Nel centro vengono gestiti circa 60 mila campioni di diverse matrici l’anno, per 300mila determinazioni. Ne parliamo con il direttore sanitario del centro, il professor Paolo Garofano, anche responsabile del Laboratorio di biologia e genetica forense del centro. Sua la progettazione e la messa in opera del prestigioso e innovativo laboratorio, fiore all’occhiello del centro.
Professore, può spiegare al grande pubblico cos’è la genetica forense?
Si tratta dello studio delle tracce trovate sulla scena del crimine e la loro caratterizzazione, perciò l’estrapolazione di un certo profilo genetico, questa l’attività principale. L’altra attività è quella banalissima della diagnosi di parentela che si fa civilisticamente per cercare di capire se c’è un legame di parentela tra due persone che magari non si conoscono oppure per accertarlo in caso di contenzioso. Poi ci sono delle nuove discipline accessorie che cominciamo ad utilizzare, come l’identikit genetico, cioè dalla traccia riuscire a capire quali sono i tratti somatici in un soggetto, gli occhi, i capelli, alcuni tratti del viso come gli zigomi, il mento, le labbra, questo però è un po’ più a livello sperimentale, fa parte sempre della genetica forense ma è ancora in fase sperimentale. Poi l’ultima attività che facciamo, sempre ancora a livello sperimentale, il cosiddetto Ancestry, l’ultima nata di genetica forense che si occupa delle relazioni di popolazione, da dove si viene dal punto di vista ancestrale.
Molti casi giudiziari sono balzati alla cronaca per l’efferatezza dei delitti. Poi è guerra tra i periti. Quale è oggi l’impatto della genetica forense sui grandi casi giudiziari?
È estremamente alto, a volte a mio avviso esagerato! Il cosiddetto “Csi effect” ha enfatizzato l’attenzione sulle scienze forensi in generale e “deformato” le aspettative. Molte volte la prova genetica è determinante soprattutto se contestualizzata correttamente e supportata da altri tipi di attività investigative (intercettazioni, telecamere, testimonianze), altre volte diviene oggetto di scontro tra consulenti o periti che diviene mediatico. L’accreditamento di laboratorio tende a rendere tutto più oggettivo e meno discutibile ed è questo il livello al quale tutti dovrebbero tendere per evitare di confondere l’opinione con la scienza.
Un cognome piuttosto famoso, il suo. Le pesa essere il nipote di Luciano, già comandante dei Ris di Parma, oggi star della comunicazione nei casi di cronaca nera oltre che consulente di parte in numerosi processi, o no?
In passato, forse. Perché questo non mi ha permesso nell’immediatezza di farmi valutare per quello che ho fatto, per il mio percorso professionale e per quello che sono. Nel senso che io ho avuto questo modello che è stato mio zio dal punto di vista dell’immaginario. Io poi ho fatto un altro percorso: mi sono laureato in medicina ed ho svolto tutta la mia attività fin da quando ero studente in un laboratorio, fino ad ora, lavorando prima con le mani e poi ricoprendo cariche dirigenziali anche diverse da quelle mediche, come evidenziato sul mio curriculum; sono stato un dirigente pubblico, ho spaziato nella genetica forense degli alimenti, perciò spesso mi presentano come il “nipote di”, ma adesso ho anche una mia connotazione e professionalità ben distinta dal mio legame di parentela.
Che cosa è una banca dati forense?
Ce ne sono di molte tipologie. Se parliamo di genetica è la banca dati nella quale sono inseriti i profili genetici delle persone indagate. È molto complicato, c’è una legge, la 85 del 2009 che disciplina la banca dati, che serve per immagazzinare dati che possono essere genetici, possono essere banca dati dattiloscopiche per le impronte digitali, ma esistono banche dati forensi di altro genere, faccio un esempio: in alcuni paesi ci sono quelle del cosiddetto profilo ambientale, di quegli isotopi chimici e radioattivi che sono nel terreno, che individuano il terreno; ci sono banche dati forensi dei semi agricoli; oppure dei semi degli animali da riproduzione; sono degli archivi il cui dato archiviato può essere di vario genere. Parlando di genetica forense umana, le due maggiori sono quelle relative alle impronte dattiloscopiche e i profili genetici.
Non credo che nel suo lavoro possa esserci qualcosa che la stupisca o la sconvolga. Tuttavia c’è stata un’esperienza professionale o un episodio che ha lasciato il segno?
Quando si entra in un caso si entra in modalità professionale, perciò obbligatoriamente lasci da parte l’emotività che poi magari torna quando si scrive la consulenza o quando si valutano i dati. Devo dire che c’è stato un episodio, l’uccisione di un neonato partorito in casa clandestinamente, che mi ha dato molto da pensare sulla natura umana, ma capitano casi di tutti i generi, da persone tagliate a pezzi e messi in una valigia lasciata in un bosco, piuttosto che arti rinvenuti nei posti più impensati o stanze familiari dove apparentemente senza motivi validi si è generata una ferocia che non puoi pensare che lì si poteva uccidere qualcuno. Ma se dovessi dire che devo pensare con paura o con emotività a qualcosa, l’unico episodio è quello del neonato.
Questo centro che lei dirige non è solo un riferimento per gli episodi che accadono in Italia, ma anche per i casi che accadono nel resto d’Europa. Come è il rapporto con i magistrati italiani e con le corti straniere, che differenza c’è e se è il caso, anche con la politica, con la polizia giudiziaria.
Non ci sono capitati casi di genetica forense extracomunitari, ma sulla tossicologia sì. Ci capita di fare analisi sul capello, anche per grandi Paesi come gli Stati Uniti. Il rapporto con i magistrati italiani è essenzialmente di fiducia, perciò se c’è un rapporto con noi significa che si fidano di noi e collaboriamo molto volentieri con quello che fanno. Con le Forze dell’ordine anche, ovviamente abbiamo dei competitors che sono i Ris e la Polizia scientifica, ma competitor per modo di dire, perché se ci sono una serie di reati considerati minori che non perseguono più, che poi sono la maggior parte, le aggressioni, i furti, cose che paradossalmente rappresentano se andiamo a vedere le statistiche quasi il 90 per cento dei reati e lo stato tende più a non perseguire. In questo senso abbiamo una grande collaborazione con le forze dell’ordine, perché chi investiga sulla strada chiede risposte per poter chiudere il cerchio. Magari fanno molte attività e poi si vedono negata la possibilità di fare le analisi e spesso spingono i magistrati a darle a noi o ci chiedono direttamente di farle per loro conto.
Ma questi dati, nella banca dati, restano per sempre oppure vengono distrutti dopo venti, trent’anni?
Ci sono numerose modalità sia d’immissione che di cancellazione. Noi come Stato italiano siamo forse il più complicato al mondo in questo. La lunga gestazione che c’è stata della legge ha portato poi a delle storture, perché quando si ha un dato genetico, soprattutto di qualcuno che delinque, sarebbe opportuno averlo per sempre. Come dico sempre, i nostri dati anagrafici, le foto e tantissimi altri dati sensibili, girano liberamente per la rete senza un reale filtro, mentre i dati genetici che potrebbero per assurdo risolverti un caso a distanza di anni magari vengono cancellati. Gliene racconto una che è il paradosso di tutto: pensi che una delle prime volte che ho trattato un cold case, si trattava di un serial killer che si chiamava Minghella, che ha ucciso nel nord Italia un numero molto considerevole di donne, generalmente prostitute, ad iniziare dalla fine degli anni Settanta fino alla fine degli anni Novanta. Lui ha avuto diverse condanne all’ergastolo. Il suo Dna, malgrado la banca dati fosse già attiva, non era inserito. Allora sono dovuto andare in carcere a prenderlo io, c’è stata anche una diatriba sul fatto che lui si potesse opporre o meno, ma insomma, nel sistema italiano il prelievo del Dna per coloro che vanno in carcere viene fatto all’uscita della misura di sicurezza e non all’entrata. Perciò, siamo nel paradosso, che gli ergastolani non vengono mai prelevati e molti casi che potrebbero essere risolti a tavolino così non lo sono.
Incredibile.
Abbastanza.
Perché oggi un giovane medico dovrebbe decidere di fare il medico forense? Qual è un motivo di attrattiva visto che probabilmente la passione quando ci si iscrive in Medicina penso subentri dopo.
Qui rientra in gioco mio zio. Io da adolescente volevo fare il pilota d’aereo e mi si prospettò invece la possibilità di entrare in Accademia di sanità militare. Fu il primo concorso che vinsi ed entrai. Essere medico militare comporta di divenire automaticamente medico legale e questo mi avrebbe aperto una serie di porte che a me non interessavano molto, in medicina se non avessi fatto il genetista avrei fatto il chirurgo perché mi piacciono le cose manuali o tecnologiche. Mi sono iscritto all’Università nel 1985 e nello stesso anno sono state scoperte le sequenze del Dna che poi avrebbero permesso di estrapolare il profilo genetico e poi un po’ per l’immagine di mio zio a quel tempo e un po’ per questo e per l’opportunità da studente che avevo di frequentare un laboratorio, ho lasciato l’Esercito al terzo anno prima di firmare per la carriera definitiva, ed ho scelto questa strada rimettendomi in gioco. Sapevo cosa avrei fatto, negli ospedali militari non c’erano molte prospettive, stavano chiudendo, non avrei potuto fare né il chirurgo né il genetista. Quindi è la vita che in qualche modo ti porta a fare una scelta.
Che cosa ha portato lei di nuovo e di diverso alla Genetica forense dato che la vita l’ha portata fino a lei?
L’ho vista nascere dalle basi nel laboratorio dove io mi sono formato come esperienza di base, è cresciuta nella Polizia e Carabinieri in epoca pionieristica, poi si è un po’ fermata. Quando io sono giunto a poter incidere sull’ambiente mi sono domandato cosa mancasse e mancavano tante cose, oltre al funzionamento della Banca dati mancava la cosa principale che era riuscire a interpretare le tracce complesse. Sono la maggior parte delle tracce che si trovano sul luogo del reato e che consistono principalmente in commistioni di più soggetti, per esempio Dna di più persone, oppure Dna cosiddetto degradato o a bassa concentrazione dal quale è possibile estrapolare solo un profilo parziale. Per dare un’idea questo è circa il 70 per cento di tutto quello che esce fuori dalle tracce genetiche perciò un po’ di tempo fa rimaneva indeterminato, si facevano delle indagini e queste cose non venivano attribuite. Io, un po’ con le attribuzioni internazionali, un po’ con l’utilizzo di forze provenienti da altre discipline, dalla statistica, dall’ingegneria, anche dal settore che produce strumenti e reagenti, mi sono inventato un metodo che per primo mette insieme tutte queste cose e riesce a discriminare le tracce più complesse. Perciò oggi io dirigo il laboratorio che in Italia e nel mondo è tra i più titolati a fare questo tipo di attività.
Esiste oggi, con tutta questa tecnologia a disposizione sempre in evoluzione, il reato o delitto perfetto?
Il delitto perfetto non esiste in assoluto. Abbiamo comunque molta strada da fare, ci sono ancora tantissime cose che dobbiamo scoprire alle quali non possiamo dare una connotazione reale, una per tutte è ad esempio il datare una traccia. Perciò oggi tiriamo fuori profili genetici anche dalle tracce da contatto, cioè basta toccare un bicchiere, un foglio, qualsiasi oggetto, una maniglia e la traccia rimane lì per moltissimo tempo. Ma non posso sapere se è lì durante il delitto o cinque anni prima era lì. Questo fa una grandissima differenza. Perciò il delitto perfetto vacilla in questo senso perché qualche errore si può fare sempre, calcolando che la genetica è solo una parte del tutto dell’investigazione ed esistono ancora dei limiti che vanno colmati.
Ma con buona pace di chi compie un reato, chi lo commette prima o poi verrà preso o no?
Prima o poi sì, il tempo ci insegna che quello che sapevamo trent’anni fa oggi non è più sufficiente, basta prendere dei reperti di quell’epoca e tirar fuori quelle risposte che allora non eravamo in grado di dare ma oggi sì. Probabilmente tra dieci, vent’anni ne daremo di più di quelle che diamo oggi.
@vanessaseffer
Le violazioni igienico-sanitarie negli ambienti pubblici che prevedono la presenza di cibo non solo nella ristorazione, ma anche fra i produttori, i confezionatori, i trasportatori, sono un numero davvero considerevole. I controlli in ristoranti pubblici, nelle mense o nei luoghi di lavoro connessi all’ospitalità delle persone, sono aumentati a dismisura negli ultimi anni. Le frodi alimentari, che ormai ci affliggono da decenni, sono sotto l’occhio del ciclone, ma finalmente l’opinione pubblica ne sta prendendo coscienza.
Il 13 dicembre ci sarà il workshop organizzato da FnomCeo per discutere l’ultima macroarea delle problematiche sulla questione medica che riguarda il lavoro. Ne parliamo con Ivan Cavicchi, esperto di politiche sanitarie e docente di Filosofia della Medicina a Tor Vergata. Ha scritto numerosi libri ed inneggia ad un “cambiamento” necessario nel settore della sanità pubblica, specialmente riguardante la figura di un nuovo medico, poiché c’è una crisi di questa figura così centrale nella vita di tutti noi che non risponde più alle necessità della società odierna, per cui come lui stesso ha detto, oggi abbiamo “una medicina scientificamente forte ma socialmente inadeguata”.
Il quattordicesimo Forum Risk Management della sanità tenutosi a Firenze si è affermato come sede per la diffusione di buone pratiche per la sicurezza del paziente, dove fare sintesi e dare sviluppo alle numerose proposte che sono state presentate e condivise dai numerosi ed illustri ospiti che hanno animato gli spazi della Fortezza da Basso. Quest’anno un titolo molto interessante: “La sanità che cambia. Equità di accesso, innovazione, sostenibilità. Professionisti sanitari e cittadini protagonisti del cambiamento” con un programma che si pone un ambizioso obiettivo, quello di dare un contributo al necessario cambiamento del Sistema sanitario nazionale obiettivamente a rischio, che non lascia fuori i veri protagonisti: i medici e i cittadini, veri fruitori dei servizi sanitari.
Le Rems, ossia Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, sono strutture residenziali con funzioni socio-riabilitative nelle quali alcuni autori di reato, nella fattispecie quelli affetti da disturbi mentali e socialmente pericolosi, su disposizione della magistratura, vengono accolti, quando una misura detentiva vera e propria a causa del loro stato di salute mentale non si può applicare, al fine di poter essere curati. La gestione interna dei pazienti che non possono definirsi detenuti, è di competenza esclusivamente sanitaria, poiché afferenti al Dipartimento di Salute mentale. Queste strutture sostituiscono i precedenti Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), che a loro volta sono subentrati alla chiusura dei ben noti manicomi chiusi con la legge Basaglia.
Sarà stato un caso che all’inizio del secolo scorso, mentre Sigmund Freud coniava il termine “psicanalisi” i fratelli Lumiere stavano inventando il cinema? Non si può negare che nei film spesso si indagano le difficoltà umane, gli aspetti più nascosti della personalità dei protagonisti e quindi della mente. Allora perché non usare il cinema come strumento di cura, dato che il rapporto tra il mondo della psiche e il cinema è così stretto? Il cinema dunque in questo modo è vicino alla mente umana non solo per esplorarne i meandri più oscuri, ma per mettersi al servizio di essa: diventa cinema-terapia, medicina d’immagini e suoni, che si fa di esso stesso cura e veicolo di guarigione. È ciò che ha pensato la professoressa Maria Antonietta Coccanari de’ Fornari, pioniera di questo progetto ben 25 anni fa presso la struttura del Policlinico Umberto I dove ha lavorato e dove ha insegnato per ben 35 anni. La sua passione è sempre stata l’arte. Ha scritto e studiato molto su questo filone umanistico. Quando ci si è accorti che la nuova psichiatria, dopo la Legge Basaglia, si muoveva sul recupero della qualità di vita della persona, attingendo anche dagli antichi manicomi modello dove c’era l’atelier, la pittura, la musica, i balli, la coltivazione dei fiori.
Quando ci si esprime in maniera irriguardosa, per di più davanti alle telecamere, nei confronti di un’intera popolazione è una cosa spiacevole. Se questo succede quando sei stato assessore e te lo fanno sicuramente notare, per cui il giorno dopo ti vedi costretto a scusarti pubblicamente, quanto pensi possano valere le tue scuse? Il nostro Paese sta attraversando un periodo di basso impero, e certe presenze sono la prova di tutto questo. La colpa è nostra, non c’è dubbio. Ci innamoriamo di progetti assurdi, per esempio del fatto che importare personalità straniere che possono gestire i nostri beni culturali meglio dei nostri intellettuali italiani sia più sano. Poi questi “sapientoni” arrivano ad insultarci in un momento in cui sono in preda, chissà forse dei fumi dell’alcol, o di qualche nervosismo, o dello stress, e tirano fuori cosa covano veramente verso di noi: odio! Nella migliore delle ipotesi: invidia!
Il fenomeno delle violenze in corsia, arrecate ai danni dei medici e degli altri lavoratori della sanità, all’interno dei Pronto Soccorso piuttosto che nei reparti di degenza, è in continuo aumento. La Cisl Medici Lazio ha chiesto, pertanto se, ai fini di garantire una efficace ed adeguata tutela della salute del personale medico che, nell’esercizio della propria attività professionale e all’interno del proprio ambiente di lavoro, subisce aggressioni o violenze, sia possibile riconoscere in capo al sindacato, quale ente portatore di interessi diffusi, la legittimazione ad una autonoma costituzione di parte civile nel processo penale.
Recentemente il Commissario straordinario della Asl Roma 5 Giuseppe Quintavalle ha presentato un nuovo modello di gestione delle liste di attesa per le prestazioni e di riorganizzazione dei servizi legati alle disabilità, da quelle logopediche a quelle cognitive a quelle fisiche. Il modello prevede, attraverso una piattaforma, una collaborazione attiva e costante con i privati e i privati accreditati che offrono gli stessi servizi sanitari e che rappresentano una risorsa aggiuntiva per i servizi sanitari al fine di arrivare ad una omogeneizzazione delle procedure e agende condivise all’interno di un più ampio intervento di sburocratizzazione. Un percorso di difficile attuazione sul quale non può essere tralasciato l’aspetto legato ad una migliore e maggiormente efficace informazione e comunicazione ai cittadini attraverso la redazione e la diffusione di guide dedicate elettivamente a questi servizi.
Troppo poco parliamo di disabilità, non ponendo l’attenzione sul modo di vivere disagiato di tanti nostri concittadini, sui luoghi di accoglienza, di terapia e riabilitazione. Ma anche di trasporto dei disabili. Avere la possibilità di viaggiare, di passeggiare per la propria città, di partecipare a eventi autonomamente senza scontrarsi con le numerose barriere architettoniche, è troppo spesso un sogno per chi non è autosufficiente. Ma dover fare la propria terapia quotidianamente nei luoghi deputati a farla è un diritto e non può diventare una gara ad ostacoli o addirittura un incubo.