Il 5 maggio 1860 Giuseppe Garibaldi decise di porsi al comando dei mille volontari, di salpare da Genova Quarto in direzione della Sicilia, con l’obiettivo di liberare il meridione e giungere all’Unità d’Italia. Con la proclamazione del Regno d’Italia, Vittorio Emanuele II assunse il titolo di Re d’Italia. Dopo averla unita territorialmente, restava tuttavia il problema di unificare l’Italia dal punto di vista amministrativo, economico e politico. Questo era sì un problema, ma forse non veniva ritenuto il principale. Tanto che che Massimo D’Azeglio pronunciò la famosa frase “fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”, anche a significare che per quanto geograficamente e politicamente nel 1861 risultasse unita, nel Paese avrebbero continuato a regnare culture e tradizioni variegate e ben differenti tra loro. Oltre all’unità politica, altrettanto importante era la necessità di realizzare tra gli italiani uno spirito civico e una coscienza nazionale, un’autentica unità nel sentire e nell’agire.
Bene, oggi nel 2019 possiamo affermare, senza alcun orgoglio, che il vaticinio di D’Azeglio è stato realizzato. L’Italia è unita, dalle Alpi alle Madonie, isole comprese, in un comune sentire ed agire: le aggressioni al personale sanitario.
– Aprile 2018, ospedale Civico di Palermo: infermiere aggredito due volte nello stesso turno;
– Maggio 2018, ospedale San Gerardo di Monza: aggressione a medici ed infermieri in pronto soccorso;
– Luglio 2018, ospedale di Cinisello: aggrediti un medico e quattro infermieri;
– Luglio 2018, ospedale di Catania: aggrediti medici e distrutte, con il lancio di una barella, le apparecchiature;
– Luglio 2018, ospedale di Capri: aggressione a medico ed a due infermieri;
– Luglio 2018, Jesolo: aggressione ad un medico del pronto soccorso;
– Agosto 2018: Crotone, aggressione a medico ed infermieri;
– Agosto 2018: Messina, aggressione a medici ed infermieri;
– Settembre 2018: Sanremo, medico legale accoltellato e ucciso;
– Settembre 2018, ospedale di Como, aggressione a medici ed infermieri, poi vengono picchiati i poliziotti intervenuti (interessante variante sul tema);
– Ottobre 2018, ospedale Molinette a Torino, nuova aggressione a medici ed infermieri;
– Novembre 2018, Ferrara: insulti, minacce ed aggressione a medici ed infermieri;
– Novembre 2018, ospedale di Tivoli: aggressione al personale del Pronto Soccorso;
– Dicembre 2018, Crotone: dottoressa aggredita e accoltellata nel parcheggio dell’ospedale:
– Dicembre 2018, Napoli: padre di un paziente minaccia di uccidere infermieri e medici;
– Gennaio 2019, Bisceglie: aggressione in pronto Soccorso contro infermieri e medico.
Alla povera cronista si perdonerà se, per motivi di spazio editoriale ma soprattutto per motivo di autentico disagio e sofferenza nello scrivere queste parole, la lista risulterà fortemente incompleta, rappresentando solo una minima parte di quello che sta accadendo nel Paese senza che la politica intraprenda azioni concrete, rapide, incisive, dure, per stroncare questi continui atti di criminalità.
La latitanza ed il silenzio della politica sulla questione delle aggressioni al personale sanitario rischia di essere, ovviamente solo da un punto di vista morale, l’equivalente del concorso nella commissione di un reato. Solo poche voci, fra cui quella della Cisl Medici, si è sentita andare nella direzione giusta, per stimolare comportamenti virtuosi a questo governo che ha avuto in affidamento un patrimonio professionale che dovrebbe tutelare, su cui dovrebbe vigilare meglio, piuttosto che lasciarlo solo a se stesso.
Ovviamente in questo caso non si determina quanto espresso dall’art. 110 del Codice Penale: certo sarebbe interessante approfondire se il silenzio della politica possa contribuire in qualche modo a stimolare l’impulso psicologico alla realizzazione di un reato che materialmente viene commesso da altre persone.
Risuona una strofa tra le meno conosciute dell’inno di Mameli: “Noi siamo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi”. Ecco ora non siamo più divisi perché almeno un tema ci accomuna: dal nord al sud le aggressioni al personale sanitario non hanno distinzione di luogo e di dialetti. Corriamo il rischio di assuefarci alla notizia di questi criminali comportamenti che si ripetono ormai con una frequenza quotidiana. Senza renderci conto che siamo di fronte ad una vera, drammatica emergenza sociale.
@vanessaseffer
Quasi sei milioni di immigrati condividono con gli italiani spazi, case, luoghi di lavoro e anche i supermercati. Ma chi prende spunto dalle abitudini alimentari dell’altro? Cosa c’è da un po’ di tempo nei nostri carrelli che fa la differenza? Abbiamo finito col somigliare ai nuovi consumatori e loro un po’ a noi. Il cibo ci accomuna, i nostri carrelli parlano chiaro: se gli stranieri si stanno “italianizzando” noi ci stiamo “stranierizzando”: mango, papaia, maracuja, quinoa, aloe, kamut. Non possono mancare tutti i tipi di semi: di lino, di chia, di girasole, di sesamo. Qualcuno ha una vera cultura, legge, frequenta corsi, altri non ci capiscono niente, però fa chic e comprano, comprano e utilizzano di tutto. Ma faranno male? E il latte di cocco senza il quale non avremmo mai un vero pollo al curry? Senza lo zenzero, invece, non potremmo più andare a dormire, la nostra tisana che pizzica un po’ la gola con alcune gocce di limone, è il toccasana del dopocena, fa digerire e nonostante i suoi effetti antinausea, con il suo profumo allunga il tempo con gli amici o la persona amata. Ma a dominare, su tutte le spezie, spadroneggiando pure sui benefici della cannella, adesso c’è la curcuma. Lei, con quel colore giallo-oro, si fa largo perché compone una bevanda dal nome che la dice lunga su quanto possa far sognare e rendere misteriosi i sogni di ciascuno di noi: il Golden Milk. Soave, intrigante, berne una tazza ti fa già sentire in uno dei 27 piani di Antilia, avvolta da splendide sete e circondata da splendidi tesori, magari in compagnia di Mukesh Ambani che organizza una festa sontuosa in quei 37mila metri quadrati che si ergono in mezzo alla popolazione più povera del mondo. Alla base della vera ricetta troviamo acqua calda, un cucchiaino di curcuma, un pizzico di pepe nero che potenzia le proprietà della polvere dorata. A questa pasta si aggiunge olio di cocco e un dolcificante naturale. Le ricette che variano nelle famiglie indiane a seconda dell’uso terapeutico (?) che bisogna farne. Richiede tempo e attenzione. Oggi, nei nostri supermercati, troviamo la curcuma nelle tisane, in compresse da sola o con la piperina, in polvere da sciogliere nel latte di soia, nel latte di riso, nell’acqua o nello yogurt.

Si legge su Wikipedia che Enrica Bonaccorti, all’anagrafe Enrica Maria Silvia Adele Bonaccorti (Savona, 18 novembre di un certo anno), è una conduttrice televisiva, conduttrice radiofonica, paroliera e attrice italiana. Dunque, nel suo corposo curriculum vitae, oltre alle numerose trasmissioni televisive che l’hanno resa celebre, la Bonaccorti sarebbe anche una “paroliera”. Cercando sulla Treccani, si può leggere quanto segue: “Parolière, chi scrive i versi o le parole per una canzone o per altra composizione di musica leggera; in particolare chi adatta le parole a musica già composta”. È una definizione che rende onore alla signora. Sorte ben diversa è riservata sulla stessa enciclopedia al termine parolaio: “Persona che parla molto, che ama fare discorsi verbosi, generalmente futili, privi di corrispondenza con la realtà, o destinati a non tradursi in pratica: non dar retta a quel parolaio! Come aggettivo, che abbonda di parole, per lo più inconcludenti! Come in politica, che si riduce a vane parole e dove si fanno molti discorsi ma si conclude poco!”.
Una bomba ad orologeria è ormai innescata nella sanità pubblica del Paese e il tempo sta scorrendo velocemente senza quasi che i media, la politica e il grande pubblico ne abbiano consapevolezza. Solo tra gli addetti ai lavori sembra alzarsi alto il grido di allarme fatto proprio dal mondo delle organizzazioni sindacali di categoria nella loro interezza e, almeno in questo caso, senza divisioni al proprio interno. Il paventato pericolo di un progressivo impoverimento del personale medico operante nel sistema sanitario nazionale (Ssn) per il sopraggiungere di uno scalino pensionistico, è ormai una realtà concreta. Ragionando su dati Miur, Istat, Enpam e Fnomceo la realtà attuale per quanto riguarda le dinamiche pensionistiche evidenzia come circa 48mila medici nati nel decennio 1950-1960, ed oggi ancora attivi nel Ssn, hanno già maturato o matureranno i criteri previsti dalla legge “Fornero” nel decennio 2016-2025. Secondo i dati della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e odontoiatri i medici attivi in Italia al 2016, di età inferiore ai 70 anni, erano circa 354mila dei quali quasi 102mila unità attivi a vario titolo nelle aziende sanitarie locali.


Una struttura sanitaria accreditata è una struttura privata che ha stipulato una convenzione con il Sistema sanitario nazionale (Ssn), dunque eroga le prestazioni sanitarie chiedendo al cittadino il solo pagamento del ticket. Ma come fa una struttura privata ad accreditarsi? È l’autorità sanitaria delle singole regioni ad individuare le strutture che secondo loro sono in grado di garantire il livelli essenziali di assistenza, di valutare l’idoneità delle stesse, di assicurarsi che siano qualificate e di accertarsi dell’efficacia e dell’appropriatezza dei risultati, fissando il volume massimo delle prestazioni da rendere nell’ambito della competenza territoriale della medesima azienda sanitaria locale.