Lotta ai batteri, parla il professor Menichetti

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Pochi giorni fa, un incontro al ministero della Salute fra il ministro Beatrice Lorenzin, la Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (Simit), molti specialisti italiani e il nuovo presidente del Gruppo Italiano per la Stewardship Antimicrobica (Gisa), il professor Francesco Menichetti, già Ordinario di Malattie Infettive all’Università di Pisa, ha chiarito tante ombre riguardanti il tema della meningite - che ha attirato tanta attenzione specialmente in Toscana - e degli antibiotici. Si è agganciata bene una riflessione sui vaccini e sulla proposta che il ministero ha fatto sui nuovi Lea (Livelli essenziali di assistenza), cioè le prestazioni che il Servizio sanitario italiano è tenuto a fornire ai cittadini, gratuitamente o con un contributo (ticket), che prevedono l’offerta gratuita di una serie di nuovi vaccini che vincolano tutte le Regioni italiane a dispensarle agli utenti che vogliono vaccinarsi. Nel gruppo dell’ampia offerta è compreso anche il vaccino contro la meningite meningococcica e dell’Hpv (Papilloma virus) nei maschi. “Quello che sempre si spera è che non ci sia un’eccessiva discostanza fra l’offerta e la messa in pratica - ci ha spiegato il professor Menichetti - il ministero dà delle indicazioni, poi le Regioni devono realizzare la campagna vaccinale. Esiste un’evidente distonia fra le regioni del Nord e del Sud nell’amministrazione della sanità. Ci sono Regioni che hanno piani di rientro, che non hanno un assessore alla Sanità, ma un commissario che controlla le spese. Questa situazione può non semplificare. Il dottor Ranieri Guerra, direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute, ha parlato di questo; lui è assolutamente a favore di tutte quelle iniziative che renderanno indispensabile essere vaccinati, ad esempio l’esibizione di un certificato delle vaccinazioni per l’accesso nelle scuole di ogni ordine o grado. Le scuole pubbliche o private parificate dovranno seguire le stesse regole in tutta Italia. Non sarà più la Toscana o l’Emilia Romagna che propone una cosa del genere, mentre il Veneto ha in corso una sperimentazione diversa. Un approccio omogeneo su tutto il territorio nazionale è altamente raccomandabile e il ministero condivide questo. Se vogliamo frequentare un training in America - continua il professore - non c’è la vaccinazione obbligatoria, ma se ti vuoi presentare in un’Università o in un ospedale, ti chiedono una sfilza di vaccini. È venuta fuori con forza la necessità di combattere lo scetticismo attraverso una campagna mirata. Sembra che in Europa siamo secondi solo alla Francia per lo scetticismo nei confronti dei vaccini. Il sistema pubblico sanitario francese è il migliore di tutta Europa, ma anche il nostro è più che dignitoso. Non è mero frutto di ignoranza o inadeguatezza delle nostre strutture sanitarie, del nostro sistema. È frutto di un’azione strisciante che va avanti da tempo, di cattiva informazione di alcuni (anche medici e pediatri) che ‘hanno trovato il modo di fare bottega’ - ha aggiunto Menichetti - proponendo in alternativa diete o terapie improbabili per alcuni problemi, turlupinando l’opinione pubblica, instillando il germe del dubbio e seminando l’ignoranza, perché diffidenza e scetticismo sono frutto solo di grassa ignoranza”. Può spiegare cos’è il programma di “Antimicrobial stewardship” nella gestione delle infezioni? Il ministro Lorenzin e il dottor Guerra hanno detto che nel prossimo biennio saranno al centro della vigorosa iniziativa del ministero: da una parte i vaccini e dall’altra la lotta alla resistenza antimicrobica, ai microbi resistenti agli antibiotici. È di assoluto rilievo che si sia costituito un network multidisciplinare italiano che vuole contribuire per l’uso appropriato degli antibiotici. Ma è possibile che ci sia l’avvento di nuovi antibiotici e che questo possa far dubitare della campagna? I nuovi antibiotici sono pochi, l’offerta è molto limitata. A maggior ragione dobbiamo utilizzarli con “appropriatezza” proprio per preservarne l’efficacia. Se li utilizziamo quando non servono, questo uso diffuso di molecole fa pagare il prezzo: quello dell’emergenza dei microbi resistenti. I microbi sono organismi semplici, unicellulari, ma si adattano rapidamente ai veleni cui noi li esponiamo. Così mutano. Mutando i resistenti, tendono a sopravvivere. Così si provocano le gravi infezioni nei pazienti fragili, nei confronti delle quali il medico non ha sempre gli strumenti adeguati. Quindi un network fra tanti specialisti (l’infettivologo, l’internista, l’intensivista, il microbiologo, il farmacista, l’igienista), un gruppo di cui io sono presidente, raccoglie tutte queste competenze per proporre programmi di uso appropriato della terapia antibiotica, per mantenerne l’efficacia, per evitare il fenomeno della resistenza antimicrobica. Quindi ci muoviamo con assoluta sintonia con gli obiettivi del ministero. In base a quali elementi si prescrive un antibiotico? Il più delle volte: febbre = antibiotico. Se non superiamo questa “pigrizia diagnostica” e non cerchiamo di combattere la spirale dell’empirismo che fa scattare questa consecutio (febbre quindi antibiotico), non faremo passi in avanti. Bisogna combattere con un approccio clinico più accurato e attento. Questa è l’epoca dell’esamificio. Qualunque paziente, piuttosto che essere interrogato e visitato, viene sottoposto ad accertamenti, del sangue o radiologici. Bisogna tornare a fare i dottori veri, quelli che appoggiano l’orecchio sulle spalle dei pazienti, la mano sull’addome, il fonendoscopio sul cuore; visitare i pazienti accuratamente, interrogarli a fondo e poi decidere se hanno bisogno oppure no della terapia antibiotica. Abbiamo bisogno dei supporti, ma tutto deve nascere da un approccio clinico e deve essere condiviso, deve essere sentito come una necessità. La febbre è una cosa normale? Si può avere la febbre per l’influenza, per un’infezione grave, perché c’è un tumore, per una reazione allergica, perché si ha una malattia reumatologica; ci sono numerose e diverse cause di febbre. Non si può fare l’assioma febbre = infezione = antibiotico, perché così si abusa. L’abuso degli antibiotici è il motivo principale della perdita della loro efficacia. Parliamo dei batteri nei reparti ospedalieri. Come si può combattere questa battaglia? Bisogna lavarsi le mani! L’abuso degli antibiotici fa emergere i germi resistenti. Poi però questo germe si diffonde da un paziente a un altro, perché chi assiste il paziente non si lava bene le mani. Il lavaggio delle mani semplifica i programmi di “infection control”, nel passare dall’assistenza di un paziente ad un altro, e comunque si tratta di atteggiamenti comportamentali corretti da parte del personale sanitario, medico ed infermieristico. Non ci vogliono grandi macchine, grandi tecnologie, nuove diagnostiche molecolari. Bisogna solo sapersi comportare correttamente e iniziare proprio dal lavarsi le mani. In Italia l’infection control è un buco nero. Ci sono pochissime realtà ospedaliere nelle quali sono in vigore dei seri programmi di infection control che siano dotati di indicatori di risultato, cioè dei parametri di misura che facciano comprendere l’impatto del programma, se funziona o no, cosa produce. I reparti ospedalieri più a rischio quali sono? Quelli a più elevata intensità di cura. Perché ci sono i pazienti più gravi, più fragili, più esposti ai cateteri venosi, urinari, al ventilatore meccanico. Lì si verificano le condizioni più a rischio perché si realizzino le complicanze infettive. È anche vero che gli specialisti, gli intensivisti, sono quelli più in grado di utilizzare bene gli antimicrobici e di comportarsi in modo adeguato in termini di infection control. C’è ancora molto da fare, un lavoro culturale e su più fronti. Non si può pensare che un programma di infection control resti lettera morta nel computer di chi lo riceve. Bisogna agire di più sul campo, mettersi il camice e girare per i reparti, verificare, interloquire e confrontarsi con i colleghi. Comandare da fuori non serve a niente. Cosa farà per prima cosa come presidente del Gisa? Cercherò di perseguire le finalità, gli obiettivi statutari. Siccome è una società scientifica multidisciplinare, cercheremo di stabilire immediatamente relazioni con ciascun gruppo di colleghi per mettere a punto progetti, programmi di uso appropriato degli antimicrobici che siano specifici e legati all’epidemiologia delle infezioni che loro sono chiamati ad affrontare quotidianamente. Questo è un grosso sforzo ma ci proviamo, cercando di suscitare qualche interesse. @vanessaseffer
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Stabilizzati i precari dell’Istituto di Sanità

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Festa grande nell’aula Pocchiari dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss), perché l’emendamento per la stabilizzazione dei precari è finalmente stato approvato al Senato. Cinquecentotrenta ricercatori, che hanno vissuto come dei fantasmi per tanti anni, occupavano l’aula dal 21 novembre scorso, dormendo lì a turno, non fermando l’attività di ricerca e di controllo. Loro svolgono una funzione fondamentale per la comunità: i controlli sui vaccini, sui farmaci e sui cosmetici, oltre alla ricerca di base. Il più grande ente di ricerca sanitaria del Paese. L’Istituto ha cominciato ad assumere questo personale con contratti di collaborazione coordinata e continuativa (co.co.co.), una forma contrattuale di lavoro parasubordinato, introdotta dal pacchetto Treu nel 1997, piuttosto debole. Dopo molte lotte in ambito di assunzioni, alcuni sono riusciti ad ottenere la conversione graduale che, non essendo mai finita, ha provocato nei ricercatori dell’Istituto un bisogno di chiarezza immediato. Così, coinvolgendo il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, che si è impegnato a stanziare in sede di Legge di bilancio le risorse necessarie alla stabilizzazione dei precari dell’Iss, oggi sono state integrate duecentotrenta persone, mentre le rimanenti in due anni saranno regolarizzate. La spesa attuale per assumere il precariato storico dell’Iss è intorno ai 30 milioni di euro. Molti di questi ricercatori lavorano nell’Istituto da trent’anni, ma andranno in pensione con la metà degli anni. Mentre lo Stato combatte il “nero”, qui c’è stata tolleranza. Quasi tutti quelli che hanno occupato sono entrati nell’Iss tra il 2002 e il 2006, ma ce ne sono di molto più anziani, basti pensare che uno di loro era in questa situazione da ventotto anni. Questo problema ha provocato il blocco delle assunzioni. L’Istituto ha accantonato, per i pensionamenti di questi ultimi anni, all’incirca 14 milioni, che sono stati resi disponibili per assumere, però questa somma copriva la metà del necessario e quindi serviva un intervento suppletivo da parte del ministero. Da tener conto anche dei tagli che ha subìto l’Istituto, intorno ai 24 milioni di euro negli ultimi otto anni. I vari governi con la spending review hanno inciso molto in tutti gli enti di ricerca. Col nuovo emendamento la Lorenzin e il Mef (ministero dell’Economia e delle Finanze) hanno recuperato i fondi necessari. Guardando gli emendamenti del “Milleproroghe” ci si accorge che l’emendamento dei ricercatori dell’Iss è firmato in modo bipartisan, da tutti i componenti della Commissione salute, con iniziativa del senatore Emilia Grazia De Biasi, ma tutti i componenti e tutti i gruppi hanno firmato; il centrodestra ha firmato per primo, poi i Cinque Stelle. La capacità dell’Istituto di essere utile al Paese e il grado di consapevolezza della situazione divenuta particolare ha ottenuto il riconoscimento di tutta la rappresentanza politica. Con le lotte di questi anni sono riusciti ad ottenere la continuità e non gli stacchi fra un contratto e un altro. Però succede che se il contratto scade il 31 dicembre ci può essere un altro contratto che parte il 2 gennaio. L’Istituto, nel frattempo, è diventato vecchio. Quest’anno i pensionamenti ammontano a 4 milioni. Nel 2018 si dovrebbe essere in grado di fare cento assunzioni per risolvere il problema. Ne parliamo con il dottor Claudio Argentini, biologo dell’Iss e promotore dell’occupazione, affinché ci spieghi meglio la situazione. Ci sono circa trecentocinquanta persone che hanno denunciato l’Istituto per danni, per la reiterazione dei contratti. Se lavori da vent’anni e ti cambiano il contratto nel 2017, cambia qualcosa a livello pensionistico. Ci sono persone che hanno dieci anni di contratto a tempo indeterminato. Hanno denunciato alla Comunità europea per infrazione, la reiterazione di contratto. I precari sono disponibili a chiudere i contenziosi in cambio delle assunzioni, rinunciare al danno subito come previsto dalla Comunità europea. La presidenza dell’Istituto ha sostenuto questa mobilitazione? Il presidente Walter Ricciardi è stato anche commissario. All’inizio il rapporto non è stato semplice, lui veniva dall’Università Cattolica e ha pensato che questo fosse un precarificio, che le persone fossero arrivate qui con raccomandazioni. In realtà qui la raccomandazione è solo quella scientifica, sono i professori universitari che inviano dalla scuola. L’atteggiamento del nuovo presidente è stato comunque guardingo, all’inizio stava pensando di fare alcuni licenziamenti, cosa che qui non era mai avvenuta, poi durante le riunioni ha capito che la situazione era diversa. Durante una riunione dell’organismo notificato, che controlla tutta la parte della sicurezza dei cosmetici, ha chiesto quanti dei presenti fossero precari e hanno alzato la mano più della metà, che in tutti questi anni hanno costruito una professionalità. Andando avanti, quelli che hanno vinto progetti di alto livello si ritrovavano un capofila precario, così il presidente ha sviluppato la certezza che la gente non stava qui tanto per starci. Anche a livello amministrativo, abbiamo dei precari che sono bravissimi a fare i progetti europei, e ci sono tecnici che fanno gli amministrativi, fanno gli ordini dei prodotti da usare in laboratorio, quindi pur essendosi adattati portano la loro competenza. Spendiamo pure meno di quanto si spende negli ospedali e negli altri enti di ricerca, perché queste persone sanno dove cercare il prodotto, contrattano sul prezzo. Comprare un enzima per fare un esperimento non è come comprare scrivanie. Così la presidenza ha capito che era un vantaggio dell’ente stabilizzare questo personale. All’inizio della mobilitazione non era contentissimo, ma noi avevamo bisogno di visibilità. Cosa cambia economicamente quando si viene stabilizzati? Niente, perché le condizioni di tempo indeterminato sono identiche, cambia la condizione di stabilità. L’assillo della scadenza del contratto. Quando si viene riassunti si può cambiare laboratorio, perché diminuiscono o vengono meno certi finanziamenti in quel settore, il personale si sposta. Questo è un bene perché provoca una continua formazione, il che è positivo, ma non avviene in un contesto programmato. I finanziamenti di tipo statale permettono all’ente di rispondere per esempio per la meningite, per fare i dovuti controlli. Per il cittadino è un investimento perché ha la possibilità di ricevere un servizio fondamentale. I cittadini sono sensibili ai problemi legati alla Sanità. Una delle nostre caratteristiche è che il parere scientifico non è condizionato politicamente, le pubblicazioni prima devono essere approvate da enti dell’estero. Il fatto che ci sia un ente terzo che non ha interesse diretto nella vicenda e che possa esprimere un parere scientifico che può essere pure parzialmente sbagliato, però è un parere che mette in discussione e valuta, credo sia un vantaggio per il cittadino e una garanzia di sicurezza. Ma la terzietà si ottiene con l’indipendenza economica, nel momento in cui partecipo poco ai bandi fatti dall’impresa farmaceutica, ma mi sostengo con i finanziamenti pubblici o con lo stanziamento pubblico, la terzietà è reale, sono indipendente e capace di dire la realtà dei fatti per le conoscenze e il coordinamento dei soggetti coinvolti. Adesso lo siamo nelle linee guida delle terapie, non possiamo avere tutte le conoscenze, ma siamo in grado di coordinare, fare sintesi e produrre le indicazioni di terapia che sono utili al cittadino, che se va a curarsi a Como o a Canicattì trova un modo unico per essere curato, una linea terapeutica condivisa. Nonostante i problemi economici che sono sotto gli occhi di tutti. Il confronto con l’estero come funziona? Le linee guida della terapia per l’Hiv dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) sono state elaborate da studiosi del nostro Istituto. Ci sono moltissimi centri che riguardano le malattie epidemiche, come morbillo e influenza che hanno il centro di referenza italiano nell’Istituto. Tutta la parte regolatoria sui farmaci, i derivati dal sangue, vengono gestiti da alcuni centri che hanno i loro rappresentanti anche in Europa. C’è una stretta relazione con queste realtà. Poi il punto di vista scientifico lo danno le pubblicazioni. Noi abbiamo una produzione in aumento anche grazie alla stabilizzazione di alcuni posti di lavoro; dal 2007 ad oggi con questo personale precario la produttività dell’Istituto è aumentata del 25 per cento. I fondi scientifici della Comunità europea sono tutti correlati alla capacità di relazione, vengono dati se hai altri collaboratori dispersi nel Continente. Noi ne abbiamo tantissimi. Abbiamo recentemente presentato alle agenzie di stampa il progetto sponsorizzato dalla Comunità europea sui livelli dei servizi sanitari nazionali in cui il coordinamento è in Istituto ed è stato fatto con tutti i centri di ricerca sul sistema sanitario, nazionali e internazionali. Finalmente sono arrivati i vaccini gratuiti. Il tema della vaccinazione è trattato moltissimo sul web ma è poco discusso. O discusso male. Il problema maggiore deriva dal fatto che è prodotto industrialmente e quindi c’è un interesse economico, però io sono un biologo e questo è il mio campo, se si guarda l’impatto che ha avuto il vaccino della poliomielite, specie nei ceti sociali medio-bassi, ce lo ricordiamo poco, però i nostri padri ricordano gli invalidi da poliomielite e la situazione era devastante e questo succedeva in quelle famiglie meno abbienti dove l’igiene era inferiore o non c’erano capacità di mantenere una nutrizione efficace dal punto di vista della protezione. L’altro vaccino che ha cambiato le cose è quello del vaiolo: l’arrivo in America degli europei ha provocato lo sterminio dei nativi americani, specie a causa di queste malattie che sono state sconfitte dalla protezione vaccinale. Il morbillo è una malattia mediamente grave. Come la meningite ci sono i morti per il morbillo, la vaccinazione la impedisce. Se si parte con l’approccio economico è chiaro che ci sia una diffidenza, ma credo che se oggi le case farmaceutiche investono lo fanno sulle malattie croniche non sui vaccini, perché avere un paziente che prende per trent’anni un farmaco è un vantaggio. Fino a pochi anni fa l’epatite C non era curabile e la reiterazione delle cure costose era un vantaggio per le case farmaceutiche. Curare la malattia è una bella cosa, ma non sempre l’investimento del privato conviene. I vaccini non sono così interessanti, infatti se ne sviluppano pochissimi. Per l’ebola c’è stato lo sviluppo del vaccino. Ma finché l’ebola è rimasto localizzato in piccole zone dell’Africa nessuno lo produceva perché non c’era interesse commerciale. Eppure è diventato d’interesse sanitario quando l’epidemia stava diventando incontrollabile. La discussione è gestita male, ma i vaccini sono fondamentali nell’evoluzione dell’uomo, perché controllano le malattie. Il mondo è cambiato completamente, non è più il tempo del lavoro fisso. È subentrato un problema psicologico? Tanti si ammalano per questo, vanno in depressione. Molti giovani che non vengono assunti, per esempio. Questo è il problema che conduce tutto: i blocchi periodici di assunzioni. Nel 2011 abbiamo assunto la generazione precaria precedente, però oggi l’Istituto sarebbe in condizione di fare assunzioni ex novo, perché chiudendo la storia del precariato nel 2018 noi saremmo in grado di riaprire le porte nel 2019. Quante persone lavorano all’Istituto Superiore di Sanità? In tutto millecinquecento a tempo indeterminato e cinquecentotrenta a tempo determinato. Se noi nel 2017 cominciassimo a fare formazione e borse di studio e quantizzassimo le assunzioni per il 2019, senza assicurare che la formazione porta subito al tempo indeterminato, perché c’è una fase di verifica individuale dell’Istituto, visti i pensionamenti, noi saremmo in grado di bandire almeno cento posti a tempo indeterminato totalmente nuovi, di professionalità non presenti, o sostituire i pensionamenti nelle strutture che hanno bisogno, per cui la chiusura del precariato potrebbe essere una ripartenza dell’accesso esterno. Poi le nuove generazioni portano pure un impatto positivo. Dal 2007 ad oggi è aumentata la produzione scientifica. Molti hanno studiato all’estero, e rientrano speranzosi, l’Istituto sarebbe l’unico ente in grado di ripartire in modo oggettivamente virtuoso, tenendo conto che i giovani che entrano hanno trentasei/trentasette anni e dieci anni fa erano appena laureati. Molti vengono presi direttamente dall’università, quindi la selezione è dovuta alla raccomandazione delle scuole. I precari vengono inviati anche all’estero, l’Istituto ha avuto la lungimiranza di permettere al personale di acquisire competenze fuori, com’è successo a me vent’anni fa da precario per costruire una professionalità che può essere spesa qui o fuori. Certe volte ci si presta vicendevolmente i progetti, chiedendo di partecipare, perché nel proprio ambito sono finiti i soldi. L’esigenza di stabilizzazione è molto più presente di quello che dicono le leggi del mercato del lavoro. Andrebbe fatto un ragionamento politico ex novo su questo. C’è l’imprenditore che tende ad abbassare il costo del lavoro, ci sono i voucher, ma ci sono imprenditori intelligenti, privati o pubblici, che tendono a tenere le persone che hanno formato. Quanto guadagna un ricercatore italiano rispetto ad uno tedesco? All’inizio l’italiano guadagna 1.600 euro, dopo una lunga gavetta. Io dopo quattordici anni, con il precariato alle spalle sto sui 2.200 euro. In Germania un mio corrispettivo, con le mie caratteristiche e il mio curriculum, guadagna 8mila euro al mese. Negli anni Novanta mi offrirono un contratto in Australia dopo essere stato in Inghilterra e mi offrirono 35mila dollari, quindi circa il doppio dell’entrata qui. Quando si parla di fuga dei cervelli si deve mettere nel conto questa cosa. Resistere in Italia ha un merito non da poco, perché le condizioni, anche per la modalità del lavoro, sono inferiori rispetto all’estero e gli stipendi sono correlati a questo. Un ricercatore in Svizzera appena entrato prende quasi 4mila euro. Questo condiziona tutte le scelte di vita: restare o andare? Psicologicamente, come diceva lei, il precariato è compromettente, tenga conto che prendere un mutuo da precario è un’assurdità. Viene richiesto un certificato dell’ente che assicura la continuità del lavoro, ma l’ente non può dare una continuità che non c’è e allora si chiede al genitore o al fratello, che se possono firmano a garanzia sulla loro disponibilità economica. Io sono stato fortunato perché sono entrato con i concorsi degli anni duemila, ma un mio collega che ha due anni meno di me è rimasto fuori. È chiaro che l’Istituto, come tutta la ricerca, non può essere legato alla fortuna di nascere un anno prima o un anno dopo. @vanessaseffer
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Soundreef non è un “fuoco di paglia”

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Il presidente della Siae, Filippo Sugar, aveva definito così la società fondata dal 38enne Davide D’Atri, quando si è visto abbandonare da Fedez e Gigi D’Alessio tra aprile e maggio dello scorso anno. Due dei più grandi nomi della musica italiana hanno affidato la gestione dei loro diritti d’autore a Soundreef, società nata nel 2011 con sede a Londra ma con una proprietà anche italiana. Investendo in tecnologia e trasparenza, che consentono una ripartizione dei diritti più veloce, Soundreef in pochi anni ha raccolto migliaia di iscritti: 8mila artisti italiani e 25mila nel mondo. Una società che è di ispirazione a tanti, compresa la Siae, l’Ente pubblico a base associativa che da 134 anni si occupa di protezione, esercizio ed intermediazione del diritto d’autore (nel suo consiglio direttivo sedevano Giuseppe Verdi e Giosuè Carducci), e che ha iniziato ad apportare dei cambiamenti nelle offerte, per esempio inserendo anch’essa i dati on-line. A dimostrazione che la libera concorrenza consente a tutti di migliorare. Questo si deve alla presenza della Direttiva Barnier 2014/26, con cui la Comunità europea ha apportato cambiamenti alla gestione del diritto d’autore, dando il via alla competizione fra le società di collecting che operano in Europa e alla conseguente divisione fra i sostenitori del monopolio di Siae e chi è a favore della libera concorrenza. Anche il ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini, ha dichiarato che “va fatto un lavoro urgente di profonda riforma della Siae” per adeguarsi e competere in modo sano. Davide, Soundreef è un’azienda inglese che ha una proprietà italiana e che è stata costituita in Inghilterra. Come mai nel 2015 è stata acquistata dalla Soundreef società per azioni? Ci tenevo che la proprietà diventasse italiana, ciascuno deve fare la sua parte. Noi abbiamo fatto un’operazione al contrario, cioè una società straniera ha acquistato quella italiana. È stata costituita in Inghilterra perché subito dopo la scuola, a 19 anni, mi sono trasferito in Inghilterra come l’altro cofondatore che ho conosciuto lì, Francesco Danieli. Nel 2011 eravamo ancora residenti in Inghilterra, quindi fu normale per noi costruire la seconda azienda lì. Altri italiani potrebbero realizzare lo stesso progetto in Italia o no? Non ancora. Quando abbiamo iniziato lo abbiamo fatto in modo molto anglosassone. Il nostro pensiero era molto semplice. Le opere sono nel nostro controllo, di conseguenza non c’è nessun altro che può vantare diritti su queste e noi le vendiamo in tutta Europa. Se non vi sta bene, fateci causa! Le vendiamo in tutta Europa in base al semplice ragionamento che all’interno della Comunità europea il mercato è libero. Anche se ci fosse una specifica legge nazionale che potesse impedirci di fare questa attività dall’Inghilterra, comunque sarebbe superata dalla Direttiva Barnier. Ho studiato Economia a Londra e ho fatto tanti lavori. Da studente ero molto interessato all’antitrust. Però non capivo come mai sui libri le prime due regole dell’antitrust sono: non puoi metterti d’accordo sui prezzi e non ti puoi dividere i territori. Poi ho guardato in Europa e ho trovato 27 società che si erano divise 27 nazioni. Il monopolio reale esiste solo in Italia. Nel resto d’Europa esiste un monopolio de facto e quindi mi dicevo che era impossibile, com’è questo mercato? Poi lavoravo contemporaneamente nel settore della musica, nel 2005 ho creato la mia prima azienda e nel 2011 abbiamo lanciato Soundreef. Ma per più di dieci anni ho studiato questo settore. Quando ho capito che il mercato era ormai maturo, ho lanciato Soundreef. Nessuno ha avuto prima questa intuizione? No, siamo stati i primi in Europa e incredibilmente siamo ancora gli unici a fare questa attività di concorrenza con una società privata, fondamentalmente. Immagino che molto presto verranno altri concorrenti privati, ma al momento non ci sono. Vam Investments e LVenture Group hanno investito nel tuo progetto, altri hanno avuto fiducia in te? LVenture prima e Vam dopo. Vam è un veicolo di private equity, dietro Vam ci sono molti industriali italiani importanti che investono attraverso questa società. Infatti, quando in aprile abbiamo scritto una lettera al premier Matteo Renzi, l’hanno firmata 300 imprenditori che contano. Perché scegliere Soundreef invece di Siae, cosa avete ed offrite di meglio? Ci distinguono tre valori fondanti: qualsiasi ripartizione deve essere analitica, cioè, è possibile tecnicamente pagare per ciò che effettivamente è stato suonato, senza forfettario, senza criteri statistici, fino al 90 per cento del mercato. Poi la tracciabilità della rendicontazione: devo poter andare sul conto corrente on-line e vedere esattamente come ho guadagnato quei soldi dalla televisione, dalla radio. Infine, rendicontazioni e pagamenti superveloci. Noi per i concerti rendicontiamo a sette giorni dal concerto e paghiamo entro novanta giorni. Il tradizionale paga a 12 o 24 mesi. Per pagare “analiticamente” bisogna però confrontarsi con la Siae. Il presidente Sugar ha detto che non avete una rete “capillare” che consenta questo, ci vuole sempre un tramite. Allora utilizzate i loro strumenti e il loro personale, come fanno i principali gestori di telefonia mobile con le altre società di telefonia fornendo le antenne, o no? Noi usiamo completamente un altro sistema: bisogna dividere l’attività del recupero delle informazioni dall’attività di riscossione, sono due cose completamente diverse. Per il recupero delle informazioni bisogna andare dall’utilizzatore e chiedergli come ha utilizzato la musica; questa è l’attività più importante in assoluto, perché è la parte più trascurata fino ad ora. Non è stato investito per innovare e apprendere le informazioni velocemente e in modo trasparente, lì il sistema è carente e allora si ripartisce male. Una vera attività di riscossione che potrebbe fare chiunque, anche Equitalia, ti invierebbe dall’utilizzatore, gli devi dare per esempio mille euro per una licenza. Dopodiché le aziende smerciano le informazioni con i mille euro e ripartiscono come vogliono. Le informazioni devono essere libere, tutti devono poter chiedere a tutti senza intermediari. Mentre la riscossione si può benissimo lasciare a Siae, perché se c’è una cosa che sa fare bene la Siae è farsi pagare, e prezzare alto. La raccolta si lascia a Siae, ma aggiungiamo delle condizioni: un decreto che le imponga regole come nelle telecomunicazioni. Determinati costi e tempi precisi per restituire i soldi entro 30 giorni e applicare un agio al 3 per cento, controllare eventuali abusi e il territorio. La parte più interessante però resta quella delle informazioni, ma come si fa ad ottenerle? Sugar parla con slogan che fanno capire tutto il suo timore. Lui dice che serve una struttura capillare, ma è una grossa falsità. Dobbiamo capire le varie classi di utilizzo, innanzitutto radio e televisione. Dove sta questa capillarità? I broadcast televisivi sono 10 in Italia, quelli radiofonici sono una cinquantina, i più importanti, e qualche centinaio quelli meno importanti. Basta una mail, non devi andare a bussare dietro le porte come un ispettore. Quindi è una furbata fuorviante della Siae? Per radio e televisione si fa così, poi per il “live” c’è un borderò elettronico, non devi andare lì con l’ispettore. Per la musica di sottofondo - quelle che si usano negli esercizi commerciali, il settore col quale abbiamo iniziato - hanno circuiti chiusi, per cui si analizza esattamente cosa viene suonato. È tutto digitale. Cosa rimane fuori per cui Sugar ci si aggrappa? I piccoli esercizi, il piccolo bar, il piccolo ristorante. Ma non si può assillare un piccolo bar con mille licenze, non è neanche giusto. Ciò che rimane di questo a Siae è circa il 10/15 per cento di tutto l’utilizzo musicale. Cosa succederà dopo il tuo suggerimento di apportare due modifiche allo schema di decreto durante l’audizione alla Commissione Cultura della Camera del 17 gennaio scorso? Noi abbiamo sempre pensato, da quando abbiamo iniziato a lavorare in questo settore, che mai vorremo essere dipendenti dalla politica. Abbiamo sempre immaginato che questo fosse un settore molto vicino alla politica. Quindi abbiamo immaginato una struttura aziendale che potesse sopravvivere ad eventuali battaglie della politica contro di noi. Non so se ci sia una battaglia contro o no, ma so che vediamo la battaglia politica come un’opportunità, di contribuire ad una buona legge e alla possibilità di far crescere il nostro business. Qualora dovessimo perdere la battaglia politica, noi continueremo come è sempre stato. Qual è l’intenzione della politica italiana, quella di far chiudere le società dei giovani in favore delle vecchie società? L’opera è una proprietà privata. Ci stanno concedendo qualcosa, perché si sono resi conto che noi abbiamo preso un catalogo molto importante di opere, parliamo di 8mila autori italiani, quindi se tu non compri una di quelle licenze da Soundreef quel brano non lo puoi usare, se lo usi fai un illecito civile e penale. Abbiamo già denunciato l’Auditorium perché hanno fatto tre concerti con nostri artisti e non hanno pagato. A Sanremo avrete quattro brani in gara, che succederà e come si comporterà la Rai? La legge è molto chiara, dovranno ottenere una licenza, altrimenti non potranno utilizzare i brani. Qualsiasi avvocato può spiegare questo. A prescindere dal monopolio o no, non si può utilizzare un’opera senza una licenza. Siccome la Siae questa licenza non gliela può più vendere, in quanto quegli autori di quelle opere non sono più iscritti Siae, i brani sono senza licenza. Chi li usa senza licenza incorre nel penale e nel civile. Chi la dà allora questa licenza? Noi ovviamente, se ci pagano (sorride). I due Capodanni più importanti d’Italia li abbiamo fatti noi, con due nostri autori, Fedez e Gigi D’Alessio. Gli organizzatori hanno regolarmente pagato la licenza. Senza la licenza non si poteva fare il concerto! Fedez e D’Alessio sono due visionari, hanno visto qualcosa in voi, non si possono classificare come quell’italiano medio che tiene il vecchio certo per il nuovo e l’incerto. Sono due autori molto diversi tra loro ma in comune hanno uno spiccato senso del business, una capacità manageriale che tanti altri non hanno, e soprattutto hanno guadagnato veramente la loro indipendenza dall’establishment in generale. Sono molto sereni nelle loro scelte, hanno visto che servizi avevano in Siae e noi abbiamo fatto vedere cosa avrebbero avuto da noi e, dando loro determinate garanzie, hanno fatto la loro scelta. Come hanno fatto anche altri importanti autori. Che tipo di accordi fate con gli artisti, c’è differenza con gli autori stranieri? Le condizioni e gli accordi sono tutti simili, ci sono degli accordi standard. L’unica cosa è che i più noti possono chiedere dei limiti garantiti. Siccome questo tipo di autore può fare centinaia di migliaia di euro di conto, si gioca grosse cifre e noi chiediamo il rendiconto degli ultimi tre anni in Siae, facciamo una media, e noi gli garantiamo il 60/70 per cento della sua media, così si abbassa il rischio e loro stanno più tranquilli. Anche la Siae può chiedere all’inizio dell’anno fino all’80 per cento del rendiconto in anticipo. Come fa un artista che magari si autoproduce a far diffondere la sua musica negli stores? Parlaci del network radiofonico per musicisti indipendenti. Abbiamo fatto crescere con attenzione questo settore e ne siamo molto orgogliosi. L’ambito era troppo grande per fare tante royalties tutte insieme, perché dovevamo individuare una nicchia per iniziare e trovammo la musica di sottofondo. Si fanno contratti importanti, le catene di negozi pagano e scoprimmo che il network faceva loro dei prezzi altissimi ma non ripartiva bene con autori ed editori, perché non chiedevano loro cosa avessero suonato (ad Auchan, a Coop), quindi c’era un altro tipo di ripartizione, secondo altri criteri del Consiglio di amministrazione di Siae. Questo è un settore stranamente ricco, vale più del doppio di Internet. A livello europeo le royalties che riguardano l’on-line valgono un miliardo e duecento milioni di euro; in Italia valgono 90 milioni di euro. Sono cifre abbastanza importanti. Così abbiamo creato un network di musica indipendente, per svuotare gli stores di quel tipo di musica non conteggiata e abbiamo proposto di mettere musica di grande qualità, selezionata da noi. Dal 2011, Soundreef ha concesso decine di migliaia di autorizzazioni a diffondere musica negli esercizi commerciali di oltre venti nazioni. Gestiamo un importante e selezionato catalogo di oltre 150mila pezzi e le grandi catene ci hanno seguito. Abbiamo più di 40mila punti vendita solo in Italia. Così si è creato un network radiofonico di musica indipendente. Come riuscite a pagare entro 90 giorni se la Siae ci mette un anno o due? Loro non ci mettono un anno o due per problemi tecnici, bisognerebbe chiedere a loro, ma è una loro decisione di pagare non in tempi brevi. Cosa ci fanno con i soldi, non lo so. La Siae ha 280 milioni di euro in immobili, cosa ci fanno? Come li hanno comprati? Soprattutto, i proventi che vengono generati da questi immobili, o i proventi di altre operazioni finanziarie, sono distribuiti con gli autori ed editori? Se lo sono, come sono distribuiti? Nei rendiconti Siae non c’è niente di tutto questo. Come proteggete dal plagio i vostri autori? Non ce ne occupiamo direttamente noi, perché abbiamo una partnership con una società spagnola molto grande che fa proprio il deposito dell’opera, “Safe creative”. Quando ci si registra a Soundreef depositi anche da loro gratuitamente e hai la prova della paternità. Mi dici del tuo primo figlio, Beatpick. È la prima società che hai fondato in Inghilterra? È la prima società che ho fondato con Francesco Danieli undici anni fa, vende musica per la pubblicità, il diritto di sincronizzazione. Quando un’azienda fa uno spot e mette la musica ha bisogno di comprare il diritto di sincronizzazione, che non è un diritto che la Siae gestisce, perché è un diritto sempre privato. Siccome nel 2005 queste operazioni riguardanti questo diritto erano sempre un po’ complicate, bisognava chiamare l’avvocato. La musica indipendente era parecchio tagliata fuori per la complessità dell’operazione. Il 70 per cento delle musiche utilizzate nei film o nelle pubblicità non sono brani famosi, così abbiamo creato una libreria di musica indipendente dove si poteva comprare la licenza ad utilizzare il brano. Si risponde ad alcune domande e viene fatto un preventivo, se lo accetti viene stipulato il contratto e puoi pagare con bonifico o carta di credito, tutto on-line. Siamo stati i primi in Europa a fare questo nel 2005, adesso il mercato è invaso da società che ripropongono la stessa cosa. Forse lo fanno anche meglio di noi. La prossima sfida? Prima devo risolvere il problema delle royalties, poi se vuoi saperlo mi interessano due cose su cui mi concentrerò verso i 40/50 anni: il nutrizionismo e l’immigrazione. Mi piacerebbe fare dei progetti di business sostenibile in questi due settori. @vanessaseffer
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Ospedali: l’emergenza del sovraffollamento

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Come ogni anno in inverno, Pronto soccorso e reparti ospedalieri vengono letteralmente presi d’assalto e sommersi da un carico di lavoro che mette a dura prova il personale ospedaliero (medici, infermieri, operatori dei servizi), la tolleranza di chi deve fronteggiare l’emergenza e dei cittadini che necessitano di assistenza. Questa situazione non si perpetua soltanto nel nostro Paese, ma anche nel resto d’Europa. Pure negli Stati Uniti. Il taglio di numerosi posti letto, le assunzioni bloccate, la carenza di alternative all’ospedale, i ricoveri temporanei in altri reparti (in attesa che si liberi un posto), medici costretti a correre da un reparto all’altro per seguire il paziente dall’inizio alla fine e il personale infermieristico che deve occuparsi di pazienti di altri reparti, rendono il problema ancora più complicato. Tutto il personale è così sovraesposto ad un lavoro eccessivo, fuori dagli standard indicati dalle Regioni. Questo può inficiare la risposta assistenziale. Non si investe sui servizi alternativi sul territorio e sull’assistenza domiciliare; non c’è sufficiente collaborazione fra i medici di base e quelli ospedalieri per rispondere alle necessità dei cittadini, sostituendo in molti casi il ricovero negli ospedali e decongestionando così le strutture ospedaliere. Fino a che non si attivano questi servizi alternativi, tutto resterà sulle spalle del personale ospedaliero, che è già ben oltre il limite. “Il sovraffollamento negli ospedali c’è sempre, ma la situazione più critica quest’anno si è verificata a Natale e solo adesso cominciamo a vedere luce – ci spiega il professor Claudio Modini, Ordinario di Chirurgia generale e direttore del Dai Emergenza e Accettazione del “Policlinico Umberto I” di Roma – C’è stata una specie di tempesta perfetta, un anticipo dell’epidemia influenzale che è arrivata circa 7/8 settimane prima del previsto, in contemporanea col periodo delle festività e con un peggioramento intorno all’1/2 gennaio, con poco personale in servizio perché in ferie o in congedo e l’influenza che ha colpito anche molte persone giovani, compresi medici e infermieri. Lo squilibrio tra calo del personale e carico del lavoro è diventato tale da determinare e non consentire una risposta ottimale”. Professore, potrebbe non essere una coincidenza che il sovraffollamento ci sia nei periodi festivi, nei week-end e nei giorni più caldi quando le famiglie vanno in ferie? In qualche misura forse sì, però abbiamo avuto un numero di accessi al Pronto soccorso sovrapponibile a quello dello stesso periodo negli altri anni, molti pazienti con polmoniti, con complicanze proprie di queste sindromi virali influenzali. Il problema del nostro Policlinico non è dei pazienti che vengono qui piuttosto che da un’altra parte; il problema è per i pazienti che hanno bisogno di essere ricoverati nell’ospedale. Quali potrebbero essere le azioni da compiere sul territorio, per non andare direttamente in ospedale ed evitare questo ingombro, non credo che tutti i casi siano gravi o gravissimi? Evidentemente c’è qualcosa che territorialmente non funziona. Noi cerchiamo di veicolare sul territorio quei pazienti che necessitano di un posto letto, il cui numero è la variabile fondamentale; noi abbiamo definito questo fenomeno “effetto Lampedusa” perché c’è un’analogia stretta dal punto di vista logico. Non possiamo respingere i pazienti come non possiamo respingere i migranti. Ma se il centro di accoglienza ha una capienza inferiore alle capacità, che sono molto mutevoli, è evidente che si crea una situazione di grande disagio. Se noi abbiamo centri di accoglienza con 1000 posti e arrivano 4mila persone si blocca tutto. Mi scusi, ma un paziente italiano, che non viene dunque dall’Africa ma da qualche isolato dal Policlinico, può rivolgersi al suo medico curante prima di venire in ospedale, oppure alla guardia medica? Chi ricoveriamo ha altro tipo di problema, questi pazienti hanno necessità di ricovero. Io ho una struttura con 8/9 posti in sala codice rosso, ma di solito ne accogliamo 10/12 e in più quelli che escono da lì che devono poi essere ricoverati. Gli ospedali non hanno questa capacità di risposta adeguata, anche avendo diverse decine di ambienti da sfruttare perché il personale è numericamente insufficiente. Abbiamo avuto dei picchi drammatici nei giorni scorsi. C’è un sito della Regione che in tempo reale dice quanti malati ci sono nei vari Pronto soccorso; noi abbiamo avuto anche punte di 160 pazienti. Oggi stiamo bene (relativamente) perché ne abbiamo 112. Bisogna sfruttare tutto al meglio, ma c’è una legge economica, c’è una curva, dopodiché il rendimento si riduce. Speriamo di avere una tregua perché ho avuto difficoltà con i turni di guardia, ho dovuto raddoppiare quelli degli infermieri. Tutti gli ospedali stanno nella nostra stessa situazione! Ospedali che di solito non hanno un grande afflusso, tipo il “Policlinico Gemelli”, giorni fa aveva anche 130 persone al Pronto soccorso. Quindi è un fenomeno molto intenso. Quante persone può accogliere il Dea del Policlinico Umberto I in perfetto regime di accoglienza? In perfetta norma, rispettando tutti i canoni di privacy, di pulizia, di turni e di tutta la copertura necessaria, circa 75/80 pazienti. Abbiamo avuto anche 156 pazienti alcuni giorni fa e allora lei capisce che in queste condizioni è quasi una guerra. Dove le mettete queste persone in più, se ne avete 156? Abbiamo aperto un reparto dove ne possiamo mettere un’altra ventina. La maggioranza comunque è gente che attende il posto letto, quindi che hanno una terapia impostata, che hanno bisogno dunque di tutti i confort di un reparto e il reparto non c’è. Abbiamo aperto nella notte un reparto giorni fa, dove abbiamo inserito una ventina di questi pazienti a rotazione, mano a mano che li ricoveravamo inserivamo gli altri, per farli dormire in condizioni dignitose, ma non a tutti ovviamente. Il personale infermieristico e medico fa quindi i doppi turni? Riguardo al personale, come ha detto alcuni giorni fa il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, sono degli eroi. Chiaramente sono tutti affaticati e stressati ma sono d’esempio. Questa è la situazione. Di base il problema c’è. Chi si dovrebbe occupare di queste problematiche? Io mi occupo del Dea. Chi se ne deve occupare sono le aziende. Quando io ho segnalato la nostra previsione per questi giorni, che avremmo avuto questa progressiva crescita, la risposta c’è stata. La Regione, il nostro direttore generale ha fatto delle disposizioni molto stringenti, ha mobilitato tutte le risorse che avevamo; siamo riusciti quindi ad uscirne senza avere conseguenze tragiche per i malati e per il personale. Il Policlinico è centrale nella città, l’età media degli abitanti che sono intorno all’“Umberto I”, rispetto a 10 anni fa, è invecchiata. Abbiamo una popolazione più anziana e sono quelli che hanno pagato le tasse e che ci permetteranno di avere la pensione. Ma sono pazienti polipatologici, che hanno bisogno di tante cose, quindi quando noi ci ritroviamo con 150 persone all’improvviso comincia a mancare tutto, anche i farmaci, ma tutto l’ospedale fa il possibile. Secondo gli esperti il picco non si è ancora esaurito. Se non ci fosse stata l’influenza avremmo avuto una situazione affrontabile. L’impatto è stato violentissimo in tutti i Pronto soccorso. Di fondo c’è una disorganizzazione che porta queste problematiche o va tutto bene professore? Il problema riguarda le risorse che vengono messe da una parte o dall’altra. Io non mi occupo di risorse e quindi non le so dire dove andrebbero messe. Se avessi 50 letti in più nell’ospedale avrei meno difficoltà. Chi decide il numero dei posti letto e come muovere le risorse? In parte i direttori generali, ma fanno quello che possono. Chi li sceglie questi direttori generali? In generale i direttori generali rispondono alla Regione. La Regione e il ministero della Salute come fanno a sapere se ci sono o meno e quali di queste problematiche? Convocano i direttori generali che danno certi indirizzi, ma certe abitudini è difficile cambiarle. Non è che si possono trasformare dei reparti di Medicina dove, a seconda della patologia, hanno 15 giorni di degenza media. Non si può chiedere di colpo con una disposizione di farli diventare da 10 giorni di degenza media; è un processo lento che ha bisogno di personale nuovo, di giovani, perché quando abbiamo contemporaneamente problemi di personale e di posti letto la situazione diventa difficile. Quanto deve stare mediamente ricoverato un paziente per essere curato bene, reagire bene alle terapie, per poi lasciare il posto letto ad un altro paziente? Quali sono i tempi giusti? I tempi giusti senza parlare di pezzi di carta, reali, per un paziente appena arrivato, sono di 6/8 ore per decidere se ricoverarlo o meno, e allo scadere delle 24 ore il posto letto lo dovrebbe avere. Se io adesso ho 40 pazienti in attesa di ricovero (ma ne abbiamo avuti anche 100), allora 100 malati o 50 in attesa di ricovero, sono l’equivalente di due o tre divisioni. I malati invece stanno lì. Io non ho l’organico o i posti letto di tre divisioni, ma devo curare quelli che arrivano! Io non faccio né l’amministratore né il politico, penso che sia difficile per tutti. Non conosco i problemi che sono in capo agli altri, se lei interroga i responsabili dei vari dipartimenti le diranno le stesse cose. Ci potrebbe essere un problema legato all’accorpamento di alcuni reparti? Se uno riduce - perché c’è il piano di rientro e dobbiamo risparmiare - la disponibilità di letti ma lascia gli stessi spazi e vabbè, quando c’è un momento di crisi aggiunge altri letti, ma se uno vuole veramente risparmiare deve accorpare i reparti, in maniera tale da limitare il personale. Che ne pensa del caso di Nola che ha suscitato grande stupore, è un problema di tutto il territorio italiano? Non è solo un problema italiano. Se lei va sul web e clicca “overcrowding” (sovraffollamento) vedrà che è un problema più diffuso di quanto si pensi nei Paesi occidentali. Anche in Francia con un sistema sanitario di assoluta eccellenza, come hanno dimostrato con la risposta che hanno dato al terrorismo, hanno dei problemi. A Nola hanno avuto 260 accessi in un ospedale da cento posti letto. È come se io avessi avuto 1000 accessi. Hanno fatto il massimo di quello che potevano fare. A Nola l’effetto Lampedusa c’è stato in maniera precisa. Sono arrivati quei pazienti e loro li hanno curati al meglio che potevano. Le prime critiche sono state assolutamente ingenerose. @vanessaseffer
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Il primo licenziamento con la Legge Madia

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Applicata la legge nei confronti di un amministrativo di 54 anni, che prestava servizio presso uno degli sportelli dove si paga il ticket al Policlinico Umberto I, il più grande ospedale di Roma. M.M. timbrava e se ne andava, in barba ai suoi colleghi che dovevano coprire il suo turno e alla faccia delle migliaia di persone che disperatamente cercano un lavoro da svolgere dignitosamente. Segnalato al direttore, M.M. è stato immediatamente richiamato e pare che in quella occasione non abbia neppure cercato di discolparsi. Il caso è stato velocemente inviato all’istruttoria disciplinare della Procura della Repubblica e della Corte dei conti, che nel giro di poche settimane hanno rilevato il dolo e permesso al dg dell’Università di firmare il licenziamento. Qui nessuno è stato promoveatur ut amoveatur perché ritenuto “scomodo”, quindi da allontanare con lo stratagemma di una promozione, per eliminare chi ha sollevato il caso della pessima condotta dell’impiegato. Perché il male da estirpare era l’uomo che ha ingannato i suoi colleghi e superiori, l’istituzione per cui avrebbe dovuto lavorare e i cittadini onesti. Quindi risalta all’occhio la circostanza di una dirigenza del Policlinico Umberto I che funziona, efficiente, e certamente “libera”, perché non introdotta politicamente ma per merito. Solo in casi così, che paiono un’eccezione, si può pensare che tutto funzioni. Dunque, chi sono i dirigenti dei nostri Enti pubblici? Che tipo di provenienza hanno e perché loro stanno lì e non altri, cosa li rende così speciali? Quali sono i metodi per scegliere un direttore generale, la dirigenza degli enti? Quanti corsi, scuole, propongono studi in base ai quali si può diventare dirigenti? Possibile che da luglio la Legge Madia sia stata applicata solo adesso per la prima volta e che il caso del Policlinico Umberto I, che applaudiamo da giorni sui media come se fosse una enormità e non la normalità, sia il primo da allora? Ci viene da pensare ai casi eclatanti tipo Sanremo, in cui quel tizio corpulento che andava al Comune a timbrare in mutande o inviava la moglie, ripresa in pigiama, a timbrare per lui. Oppure il caso di Milazzo e tutti quei numerosissimi casi in giro per il Paese, compresa Roma, dove molti timbravano fino a 10 cartellini per parare le spalle ai colleghi. Di chi è la colpa di tutto questo? Se la dirigenza non funziona non possiamo auspicare cambiamenti in una direzione virtuosa. @vanessaseffer
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