Bni: il Capitolo per fare business


A due passi da Piazza di Spagna si è svolto l’altro giorno un incontro di Business Network International (Bni). Con un caffè, una brioche in mano e tanti biglietti da visita in tasca, circa duecento persone si sono incontrate per poter incrementare il loro giro di affari in modo strutturato, incrociando cioè, fra professionisti di ogni genere e imprenditori di ogni settore, le proprie referenze, raccontando in pochi secondi idee, esperienze lavorative, progetti, dando consigli, in poche parole facendo “rete”.

Una specie di LinkedIn ma mettendoci la faccia, con il piacere di rivolgersi direttamente alla persona di interesse. Ad una colazione Bni si arriva inizialmente come ospite, su invito e per passaparola. Esserci equivale ad avere la fiducia di qualcuno e quindi la benevolenza di chi ti ha invitato; già questo per tutti gli altri, ospiti ed iscritti, è molto rassicurante.

Se il primo step è piaciuto e si vuole restare, si può scegliere anche la zona della città più comoda e fare domanda per entrarvi. Se la propria figura professionale interessa, non è ancora presente in quel “Capitolo”, il gruppo cioè di cui si vuole fare parte, la candidatura viene presa in considerazione dagli altri membri e se poi ritenuta valida ed accettata, il nuovo membro dovrà versare una quota annuale di circa 900 euro, partecipare agli incontri settimanali che si terranno in uno specifico giorno e luogo sempre alle 7,30 del mattino, colazione compresa, pronti a scambiarsi informazioni lavorative, contatti e opportunità di fare business.

Ogni “Capitolo” ammette un solo rappresentante per categoria professionale, ciò per evitare concorrenza all’interno del gruppo di cui si fa parte. Bni, che ha già quasi trent’anni, viene dagli States grazie a Ivan Misner, che fondò i primi Capitoli quando attraversò nella sua attività un periodo di crisi. La sua brillante idea fu subito un successo e in pochi anni si diffuse, oltre che in America, anche nel resto del mondo. In Italia arriva 18 anni dopo la sua fondazione grazie a Paolo Mariola, e oggi si contano oltre cento Capitoli in 65 province italiane e 6.800 Capitoli in tutto il mondo.

Un sistema efficace ed efficiente. Da subito si percepisce la voglia di tutti di ottenere il risultato, la positività di ciascuno e, un elemento fondamentale messo in risalto durante la presentazione dell’altro giorno, nessuno va lì per lamentarsi, tutti hanno voglia di fare, di creare i raccordi necessari per creare supporto alla propria attività o crearne una e non perdere tempo prezioso con la negatività ricorrente di questo periodo storico: le opinioni di ciascuno restano altrove.

Un modo interessante e ancora innovativo per contrastare la crisi, che fa del business il motivo trainante e che non impedisce di poter apprezzare le persone anche dal punto di vista umano, pertanto nel tempo si instaurano anche nuove amicizie e certamente si migliorano le proprie capacità di relazione.

@vanessaseffer

I candidati a Roma di “Italia 20.50”

 

Si è svolta ieri pomeriggio la presentazione dei candidati al Consiglio comunale di Roma, Simone Foglio ed Elisabetta Crosti di “Italia 20.50 la nostra Opinione” inseriti nelle liste di Forza Italia. Con l’occasione è stato presentato anche Giovanni Chirivì, candidato al Primo Municipio della Capitale. L’incontro di ieri è stato organizzato dal coordinatore di Roma e Viterbo di “Italia 20.50 la nostra Opinione”, Vanessa Seffer.

Presenti a sostenere le candidature il presidente di Italia 20.50, l’avvocato Gianpiero Samorì; il vicepresidente del Senato, Maurizio Gasparri; il senatore Francesco Aracri; il vicepresidente di Italia 20.50, senatore Gianni Mauro; il consigliere Rai e vicepresidente di Italia 20.50, Arturo Diaconale; il consigliere regionale di Forza Italia, Adriano Palozzi; l’onorevole Marco Pomarici. Grande assente il candidato sindaco, un candidato sindaco. Non è ancora dato sapere chi sarà.

Silvio Berlusconi sta per sciogliere la prognosi, pertanto si va avanti con la forza di tutti quei guerrieri che lavorano nei territori, nei quartieri, strenuamente e da anni, fra la gente, con la loro faccia, il loro tempo, garantendo una presenza costante ai cittadini nonostante tutto.

Il centrodestra che si sfalda ogni giorno di più, perché qualcuno lo vuole, qualcuno consiglia male per portare Forza Italia al 5 per cento e poi raccoglierne i cocci. Questa è la sensazione più forte, ma la soluzione c’è e si vede pure, sta lì a portata di mano e più di mezza città sembra gridarla a gran voce, ma si fa di tutto per non ascoltare.

La presentazione dei candidati, organizzata a Palazzo del Gallo di Roccagiovine, elegante location sul Foro di Traiano, mostrava i volti preoccupati e un po’ smarriti degli ospiti e dei relatori, che si illuminavano alle parole del presidente Samorì, che avendo girato molto il mondo ha volato alto parlando di economia e di cultura.

Adesso si lavora perché a sedere al Consiglio comunale siano tante donne e uomini nuovi, selezionati perché hanno dei trascorsi di intenso e costante lavoro vicino alle persone e per il territorio, come Simone, Elisabetta e Giovanni, perché possano sostituire dignitosamente chi si è seduto in Consiglio per due o tre legislature non potendo o non sapendo fare il bene della città di Roma. Nel frattempo, aspettiamo con speranza di proseguire con un animo diverso la campagna elettorale, consapevoli, quando sarà, di avere un candidato sindaco cui riferirci una volta e per tutte. Diceva Eraclito: “Senza la speranza è impossibile trovare l’insperato”. Allora non resta che attendere.

V.S.

Reggio C., Genovese risponde a Gratteri

 

Duro scontro fra l’Unione delle Camere penali italiane (Ucpi) e il magistrato di Gerace, che pochi giorni fa ha rilasciato un’intervista a Linkiesta sostenendo che nel Tribunale di Reggio Calabria i mafiosi sostano delle ore, quindi “hanno il tempo di incontrarsi, parlare, fare affari, trasmettere attraverso gli avvocati messaggi di morte o richieste di mazzette, minacciare i testimoni”. Sono le parole del procuratore aggiunto Nicola Gratteri, mancato ministro della Giustizia (a bocciarlo fu l’ex Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano), ma recuperato da Matteo Renzi che lo ha posto a capo della Commissione per la revisione della normativa antimafia. L’Ucpi ha inviato immediatamente un documento di protesta al ministro della Giustizia Andrea Orlando, alla Procura Generale presso la Corte di Cassazione, al Csm e all’Anm, “certi di un riscontro atteso come atto dovuto”.

A sollevare la vicenda è stata la Camera Penale di Reggio Calabria, rilevando che il procuratore Gratteri, in una intervista rilasciata al giornale on-line il 17 febbraio scorso, “dopo aver definito l’Onu come il posto degli sfigati si è soffermato sul fenomeno della criminalità organizzata, e sui metodi per combatterla”, ledendo la dignità e l’onorabilità della funzione difensiva. Compatti nella loro reazione, gli avvocati di Reggio Calabria non ci stanno, essendo in prima linea con le forze di polizia e certamente uniti alla magistratura nel ruolo di garanti dei diritti fondamentali dei cittadini.

È possibile che il procuratore Gratteri volesse riferirsi a qualche nome in particolare e non a tutta la categoria degli avvocati, pertanto alla fine si è solo espresso male?

Noi siamo consapevoli del fatto che come in tutte le categorie professionali anche fra noi ci sia qualche mela marcia – risponde per noi il Presidente della Camera Penale reggina, avvocato Emanuele Genovese (nella foto) – se il magistrato avesse fatto riferimento a dei casi concreti del passato che hanno avuto una condotta non consona nell’ambito della nostra professione noi non avremmo detto nulla, anche fra i magistrati ci sono stati gli infedeli, i corrotti, e probabilmente ce ne saranno ancora ma nessuno di noi si è mai permesso di dire che tutta la magistratura è corrotta. Ho letto diversi interventi sui social network e nell’immaginario collettivo a causa di queste esternazioni si è portati a pensare che l’avvocato sia contiguo al malaffare, al cliente, nessuno così pensa che fra noi e loro c’è una scrivania. Chi ha un grande seguito come il procuratore Gratteri, sa di essere un uomo popolare, perché è un magistrato impegnato nella lotta alla ‘ndrangheta, per questo vive blindato, pertanto ha la responsabilità di pesare le parole. Domani un mio nuovo assistito potrà pensare che nel rapportarsi con me sia possibile che come suo difensore possa inviare dei messaggi di morte, possa essere l’autore di mazzette o di minacce nei confronti di testimoni. Abbiamo apprezzato il suo intervento successivo, ma bisognava dire soltanto una cosa: “Chiedo scusa, ho sbagliato”. Ma le scuse, così come il pentimento, sono solo atti sperati, non atti dovuti.

Anche il figlio del procuratore Gratteri vive blindato?

Esatto, e lui i primi attestati di solidarietà per i fatti accaduti al figlio li ha ricevuti proprio da noi.

Nell’immaginario collettivo i magistrati sono una casta molto potente e chiusa, quando sbagliano non si punta il dito contro di loro, questo pensa la maggior parte della gente!

Quando loro sbagliano difficilmente pagano. È vero che l’indipendenza della magistratura passa anche dalla serenità del giudizio che devono affrontare, ma è anche vero che certe volte si fanno esternazioni infelici poiché si sa che non ci saranno delle conseguenze. I magistrati rappresentano un potere dello Stato, noi avvocati siamo tantissimi ma non rappresentiamo alcun potere; l’avvocato può essere tanto più protagonista quanto lo Stato è garantista, noi possiamo intervenire nell’ambito dei poteri naturali dello Stato, nell’ambito del potere legislativo per esempio, laddove si ascoltano le nostre istanze, allora lo Stato diventa propositivo attraverso la legislazione.

Il procuratore Gratteri suggeriva di fare i processi a distanza, anche per risparmiare. È fattibile effettuare le testimonianze per videoconferenza?

Tecnicamente è fattibile, francamente non credo sia così economico come lo si vuol far passare perché da un punto di vista pratico sarebbe la fine del processo penale. La Legge in via ordinaria prevede che l’assistito durante il processo debba stare seduto accanto al suo difensore. Provi ad immaginare se durante l’esame di un collaboratore di giustizia a distanza o di un testimone, il difensore da un lato deve ascoltare la testimonianza e dall’altro deve conferire con l’assistito perché ha qualcosa di importante da dire in base a quello che sta accadendo in quel momento in aula, è ovvio che solo l’assistito può conoscere esattamente i fatti, il proprio vissuto e dare delle indicazioni al suo difensore per porre altre domande al testimone o al collaboratore, fermo restando le opportune valutazioni tecniche del difensore.

Ma in attesa del processo, i boss sostano nella stessa area e ci sono anche gli affiliati negli stessi luoghi dove gli imputati aspettano di essere ascoltati? Possono parlarsi fra loro probabilmente e questo va oltre quindi alle dichiarazioni di Gratteri, che inserisce in questo contesto gli avvocati, sembra essere questo un problema del legislatore!

Può capitare che nell’attesa i detenuti siano presenti in alcuni spazi insieme, ma è stato sempre così.

Forse è questa la prassi che andrebbe modificata?

Infatti, ma non sono gli avvocati che si devono occupare di questo, comunque già fanno molto gli agenti di polizia penitenziaria che hanno un regolamento interno a riguardo e separano i detenuti di un certo spessore criminale isolandoli dai detenuti con un peso minore, che poi sono quelli che potrebbero ricevere delle indicazioni riguardo il malaffare. Questi agenti fanno già una grande azione preventiva, ma dovrebbe essere il legislatore a risolvere questo aspetto. Ove mai si dovesse arrivare ad una riforma del processo o della Giustizia l’imputato di processi di criminalità organizzata non dovrà comunque avere una difesa diversa, altrimenti non si faranno più questo tipo di processi, in tal caso ce ne faremo una ragione, ci sono tanti altri reati da perseguire, come quelli contro il patrimonio o intorno alla Pubblica amministrazione. La tutela del difensore passa attraverso alla considerazione che noi siamo gli ultimi baluardi della libertà in uno Stato di diritto dove il bene principale è la libertà, noi riteniamo di meritare il rispetto necessario.

Come vive un avvocato che si occupa di procedimenti contro la criminalità organizzata, soprattutto a Reggio Calabria?

Dopo aver letto gli atti un convincimento intimo di come possono essere andati i fatti ce lo facciamo. Tante volte è più semplice difendere una persona che sentiamo colpevole perché il nostro è un ruolo che deve garantire un certo tipo di difesa. In realtà noi viviamo malissimo quando pensiamo che una persona sia innocente ma, o per apparenza dei fatti o per altri motivi l’innocenza non viene fuori, non traspare e la persona viene condannata. Quello è il momento in cui un difensore si sente frustrato, impotente, perché ha tentato tutto con l’impegno necessario, pur non potendo garantire il risultato. Il rapporto con i mafiosi è legato all’assistenza. Io amo dire e vorrei che questo linguaggio passasse anche ai miei colleghi, che noi non abbiamo clienti ma “assistiti”, il nostro non è un negozio. Gli assistiti si affidano, affidarsi significa fare in modo che si possa avere una difesa quanto più possibile rispetto al fatto concreto. Per esempio, di fronte ad un soggetto reo confesso per omicidio, che ha pure spiegato il perché ciò è avvenuto, il difensore può far emergere che i fatti sono maturati all’interno di una certa condizione psicologica, può darsi che ci siano attenuanti come la provocazione, ciò comporterebbe una riduzione di pena rispetto a quella prevista. Nell’immaginario collettivo potrà sembrare strano che per un omicidio si possa ricevere una pena di 12/13 anni che sarebbe quanto può prendere un mafioso di bassa lega solo per essere un associato. Spesso ci sentiamo dire ‘ho preso una pena così pesante ma non ho ucciso nessuno’. Quindi trovo che si debbano attuare delle ulteriori sinergie con la magistratura, che noi non vediamo come ostile, e nella figura del dottor Gratteri nello specifico, poiché abbiamo sempre visto in lui un soggetto di riferimento per la sua onestà intellettuale, un sostegno reale. La sua riconosciuta schiettezza, evidente anche in una nota intervista su Report, dove Gratteri parlò della prescrizione, facendo trapelare un messaggio sbagliato per la collettività in realtà, perché la prescrizione non è un fatto che viene ricercato dall’avvocato ma mette al riparo lo Stato dal perseguire fatti che hanno perso d’interesse, per quella proposta di legge dell’abrogazione della prescrizione che imponeva la solidità dal punto di vista del difensore che proponeva il ricorso inammissibile, una sorta di responsabilità economica in realtà, fatto impensabile in un Paese democratico, Gratteri dichiarò che diminuendo i processi in appello e in Cassazione, proprio perché non ci sarebbe stato lo scopo di perseguire la prescrizione, potevano diminuire il numero delle sezioni presso la Corte di Cassazione. Questa cosa è stata intesa come un tentativo di riduzione di potere. A mio avviso questa sua schiettezza gli è costata la nomina a ministro della Giustizia.

A maggior ragione può essere perdonata quella infelice dichiarazione!

Quella dichiarazione ci ha imposto una presa di posizione e ci saremmo aspettati delle scuse più evidenti. Noi esigiamo rispetto per il nostro ruolo, se lui avesse fatto riferimenti a dei fatti isolati sarebbe stata cosa diversa e ne avremmo solo preso atto.

Porterete avanti il documento inviato al ministro Orlando o la faccenda si interrompe qui?

La Camera penale che presiedo si muove all’interno dell’Unione delle Camere penali, il presidente Beniamino Migliucci e l’intera giunta ci sono stati vicini con un documento. Non avremo atteggiamenti persecutori, ma una presa di posizione da parte del Consiglio superiore della magistratura e del ministro sono necessari per evitare che questo sia un precedente che ci porrebbe in una luce sconveniente dinanzi agli assistiti attuali e futuri. Comunque, incontrando il dottor Gratteri ci stringeremo certamente la mano.

@vanessaseffer

L’astrattismo onirico di Ignazio Schifano

 

Da qualche giorno la Galleria Lombardi di Roma ospita le preziose tele di questo artista palermitano, restauratore e pittore, che determinato nella sua voglia di celebrare l’arte in ogni senso, ha contribuito a fondare uno spazio nel capoluogo siciliano, dove artisti isolani e non si incontrano, si nutrono delle emozioni dell’altro, espongono e lavorano insieme.

Schifano è non solo un sognatore che non si fa rubare i sogni, ma un talento emotivo che, come le persone rare, credono ancora nella capacità umana di essere generosa. Nelle sue opere coniuga la sicilianità espressa con i colori e i tagli delle giostre, delle mongolfiere, delle ruote, dei cappelli, con il suo vissuto londinese, da dove ha recuperato i toni scuri, che dichiarano la sensibilità dell’artista verso l’insoddisfazione che è del mondo, come l’ingiustizia dei sogni irrealizzati Schifano supera se stesso e il suo astrattismo inserendo talvolta nei suoi lavori, dagli oli alle tecniche miste, delle figure esili e degli omaggi alla natura, spesso contaminata ma non per questo meno suggestiva e poetica, quasi a ricordare ossessivamente le sue origini, le linee opache e dense della sua terra, offuscate dal brivido del colore, ora tenue ora forte e sprezzante che si imbrunisce per toccare sfumature cobalto, chiarificatrici di uno stato d’animo altalenante, ma carico di speranze per se stesso e il mondo che lo circonda.

Le sue ultime opere resteranno a Roma fino alla fine del mese in via Di Monte Giordano 40, in una personale curata dal visionario Roberto Bilotti Ruggi D’Aragona il quale scrive che nella pittura di Schifano “si scorge l’incessante tentativo della descrizione delle emozioni contrastanti di un periodo storico che verte nel caos e nell’incertezza del domani, uno spaccato dell’odierno”.

@vanessaseffer

Cri e Land Rover: Pasto della Solidarietà

Oggi in 24 città italiane verrà distribuito il Pasto della Solidarietà, una iniziativa promossa da Croce Rossa Italiana in collaborazione con Land Rover, che fornisce i mezzi di supporto per le operazioni di intervento, per garantire l’assistenza ai più bisognosi durante la notte e rendere operative le unità di strada di Cri. Grazie a questa collaborazione si è costruito un grande progetto in un’ottica di cinque anni, che supporterà anche la formazione dei volontari della Croce Rossa che saranno impegnati nelle unità di strada. Offrire un po’ di conforto agli ultimi delle nostre città, quelli che passano inosservati che vivono nel disagio più totale, sprovvisti dei diritti fondamentali, di un tetto, della dignità e’ l’espressione della vera civiltà.

Cri interviene da anni nelle nostre città per aiutare a migliorare la condizione degli homeless anche formando decine di volontari specializzati che aiutino i senzatetto ad orientarsi verso i servizi di cui necessitano. “Il problema negli ultimi anni però sta cambiando – ci dice il presidente di Croce Rossa di Roma, Flavio Ronzi – ci sono due tipi di persone senza dimora, quelli che vivono così per scelta, che hanno accesso ai servizi, che noi in qualche modo monitoriamo, che sono incontrati dalle nostre unità di strada e vanno alla Caritas; poi c’è un fenomeno nuovo e in crescita, delle persone che si trovano improvvisamente senza dimora e sono in parte immigrati che non sono riusciti ad inserirsi nella rete sociale del nostro paese e vivono al di fuori dell’assistenza diretta, occupano baracche lungo il fiume, sotto i ponti; poi molto in crescita e a questo davvero non eravamo abituati, ci sono le persone che hanno perso il lavoro o che hanno allentato i legami familiari, padri separati che lavorano ogni giorno e non sanno dove dormire la notte, o famiglie intere che vivono in camper”.

C’è anche un problema di sicurezza e di servizi, dove si concentrano tutte queste persone disperate che da un momento all’altro si ritrovano per strada e non sono abituate e non sanno dove andare?

Molti nei camper o in macchina si trovano lungo le mura del Verano o negli slarghi di Monteverde. Tanti vanno in centro perché ci sono i centri diurni del centro storico e le mense della Caritas, oltre alle parrocchie. A questi si aggiungono le persone che trovano rifugi di fortuna nelle periferie quindi Acilia, Dragoncello, Eur, la Cassia, in quei meandri sorgono vere e proprie baraccopoli come sulle rive del Tevere o piccoli insediamenti sotto i ponti del Tevere con piccoli gruppi più che altro di migranti o famiglie con tre o quattro persone. Poi ci sono tanti padri soli che vivono nelle auto e moltissimi camper con intere famiglie. Tante persone insospettabili.

Ci sono molti bambini?

Tantissimi bambini, ma anche tantissimi padri che ogni mattina vanno a lavorare ed essendo separati non sono riusciti a mantenere lo stesso status, così la notte vivono in condizioni molto precarie, a volte in modo temporaneo a volte per molto tempo. C’è una profonda differenza tra chi vive in strada in modo abituale e organizzato ed ha una conoscenza dei servizi cui può accedere e chi si ritrova in strada improvvisamente, vivendo di espedienti e cerca di sopravvivere ad una vita a cui non è abituato e la CRI cerca di garantire loro un link tra quella che è l’esigenza in strada e i servizi che offre il territorio.

Quanti sono i volontari che si occupano ogni sera di queste persone?

Attualmente abbiamo ogni sera un’equipe di circa 15 persone su circa 400 volontari complessivamente, che dalle diverse sedi territoriali svolgono questo servizio.

Un solo pasto all’anno?

È una manifestazione simbolica per dire a tutti che serve dare visibilità al problema e dare dignità a queste persone. Mentre noi rientriamo a casa la sera, ci sono delle macchine parcheggiate e non ci accorgiamo che c’è gente che ci vive dentro e tiriamo dritto. Vogliamo attirare l’attenzione sulla necessità di solidarietà trasversale che ci dovrebbe essere in ogni nostra città. Le strutture coperte che domani accoglieranno queste persone, nelle città ritenute “pilota” del progetto, saranno collocate a Roma in piazzale del Verano e a Milano in Piazzale del Cannone, mentre a Palermo la manifestazione si svolgerà a Palazzo delle Aquile.

@vanessaseffer

Troppe ore di lavoro causano infarto e ictus

 

Uno studio recentemente pubblicato su “The Lancet”, considerata tra le prime cinque riviste mediche internazionali, rivela che lunghe ore lavorative possono far aumentare il rischio di malattie cardiovascolari, ma gli studi prospettici sono stati scarsi, imprecisi ed essenzialmente limitati alla patologia coronarica, mancando quella cerebrale. Lo scopo di questo lavoro è stato quello di identificare entrambi i contesti poiché fino ad ora si è saputo di più come reagisce il cuore e si sa molto poco del cervello.

Gli scienziati hanno raccolto tutti gli studi effettuati e già pubblicati sull’argomento, su dati che riguardavano 600mila persone ed hanno osservato che in relazione a chi lavora in modo standard (35/40 ore settimanali) un orario di lavoro superiore a 55 ore viene associato un maggiore rischio sia di malattie coronariche (infarto) che di ictus. L’aumento è parallelo all’aumento delle ore di lavoro. Il rischio aumenta del 10 per cento se le ore di lavoro aumentano fra 41 e 48; del 27 per cento se le ore di lavoro aumentano fra 49 e 54 e del 33 per cento al di sopra delle 55 ore di lavoro settimanali. I fattori di rischio, secondo lo studio, sono indipendenti se si tratta di fumatori, di obesi, non riguardano l’età, il genere, l’attività fisica o la pressione alta.

“L’elemento più rilevante di questo lavoro – afferma il professor Antonello Pietrangelo (nella foto), Ordinario di Medicina Interna dell’Università di Modena e Reggio Emilia – è il dato sul rischio di ictus che non era mai stato studiato nè riportato, mentre era già nella letteratura il concetto che la posizione seduta per molte ore e la modesta attività fisica possono associarsi ad un più elevato rischio di ictus. Interessante anche l’evidenza portata dallo studio che incidenti fatali e non fatali per coronaropatia sono più frequenti per status occupazionali-lavorativi associati a basso livello socio- economico (low SES) rispetto a quelli associati ad alto livello socio-economico (high SES). Ovviamente ci sono alcuni limiti: essere esposti a molte ore di lavoro non ci dice come sono quelle ore, quanto il lavoratore le trascorra con passione, gioia o stress e frustrazione, o in che ambiente si svolgano, quante ore dorme, quanto sale introduce con la dieta, un fattore importante nella patogenesi delle patologie in studio. Il lavoro fa emergere il nuovo dato sul rischio di ictus, forse sfuggito a studi precedenti, che insieme alle ormai standardizzate malattie cardiovascolari, suggerisce di trovare nuove strategie di prevenzione”.

Negli ambienti di lavoro non è facile adottare interventi di prevenzione efficaci, ma se il rischio di ictus si accompagna alla durata eccessiva dell’orario di lavoro ecco un ulteriore spunto di riflessione su quanto l’Unione europea ha proposto riguardo alle 11 ore di riposo fra un turno e l’altro riguardo specifiche categorie particolarmente sotto stress come quelle di medici e infermieri che spesso si trovano in corsia h24, peggio ancora in sala operatoria. Per rimediare ai vuoti nelle ore di assenza forzata in cui non si saprebbe come coprire i turni e garantire i servizi, che dovrebbero essere compensati da altrettanti professionisti qualificati, andrebbero stabilizzati i precari e banditi nuovi concorsi per l’assunzione di nuovo personale medico, infermieristico e paramedico, come sta cercando di fare il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin.

@vanessaseffer

Congresso Simi 2015, Lorenzin all’apertura

 

Si è concluso ieri il 116esimo Congresso nazionale della Simi (Società Italiana di Medicina Interna), che ha visto alternarsi simposi sulla sostenibilità assistenziale e l’invecchiamento, sulla prevenzione primaria e gli stili di vita; relazioni sul dolore, sui farmaci antidolorifici in pazienti anziani con polipatologia, sulla sindrome metabolica, sulle nuove terapie del diabete mellito.

La cerimonia inaugurale del congresso annuale, ha avuto come protagonista il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin. Durante il suo apprezzato intervento, la Lorenzin ha sottolineato l’importanza fondamentale della figura professionale dell’internista, in quanto medico dell’“unicum”, cioè in grado di guardare alla “persona” nella sua totalità, poiché questo è prima di tutto un paziente. Il ministro ha richiesto espressamente la collaborazione dei medici internisti e di tutto il personale sanitario, per arginare l’inappropriatezza delle diagnosi cliniche e delle prescrizioni, che gravano pesantemente sul bilancio annuale della Sanità e pongono a rischio il paziente stesso. Ha inoltre sottolineato l’importanza della campagna per la vaccinazione, badando al bene dei cittadini italiani che hanno la fortuna di potersi curare, rispetto a molti Paesi dove ci si augurerebbe di potersi avvalere di tali trattamenti: “mentre nel mondo si sconfiggono malattie come ebola e malaria, in Italia si può morire per un morbillo” ha detto il ministro, che ha ricordato che ogni giorno nel mondo viaggiano in aereo 4,2 milioni di persone che possono facilmente favorire la diffusione di virus. Ciascuno di noi, anche non uscendo dal proprio quartiere, è a rischio di contagio. Tutti coloro che presentano già delle patologie, specialmente gli anziani che spesso ne riportano più d’una, sono a rischio vita senza l’adeguata copertura di un vaccino. I medici internisti, riuniti all’Hilton Cavalieri di Roma, hanno assicurato il supporto necessario affinché si possa accorciare la distanza fra medico e paziente e fra medico e istituzioni.

Nel corso del congresso i soci della Simi hanno applaudito l’ingresso del nuovo presidente, professor Francesco Perticone (nella foto insieme al ministro Lorenzin), ordinario di malattia cardiovascolare geriatrica dell’Università Magna Graecia di Catanzaro, che guiderà per i prossimi tre anni la Società Italiana di Medicina Interna, guardando principalmente alla formazione dei giovani futuri medici, tenendo fortemente a precisare che con il ragionamento clinico e la presenza costante in corsia i professionisti della Medicina interna saranno sempre più in grado di diagnosticare le patologie evitando ricoveri, prestazioni, indagini e analisi inutili.

@vanessaseffer

Ddl Lorenzin, ne parla il professor Corazza

La diatriba sui costi sociali dell’esercizio dei diritti alla salute, al lavoro, alla famiglia, ad una esistenza libera e dignitosa, ci sembra puramente strumentale e dissimula il vero dramma, cioè, è impossibile garantire tutto a tutti. Il diritto alla salute (articolo 32 della Costituzione) è sacro, ma non può essere gratis per tutti e i medici hanno il dovere di non sbagliare, ma non il diritto di fare come credono. Viene in mente il film di Alberto Sordi, “Il medico della mutua”, esilarante la scena di quando il dottor Terzilli saluta le tette di una moglie insoddisfatta dal marito malato con un “arrivederli”.

Per i più un bravo medico è quello che prescrive molte analisi e somministra chili di medicine. Giuridicamente il presidio rappresentato dall’articolo 32 e dall’articolo 35, nonché dall’articolo 38 della Costituzione potrebbe rappresentare un grosso ostacolo al decreto Lorenzin, potrebbe perfino essere impugnato al Tar del Lazio, ovvero rimetterlo alla Corte Costituzionale. Ma perché invece non cercare una qualche intesa? A chi non conviene questa eventualità? Sarà per caso Big Pharma?

Ci rivolgiamo ad una voce autorevole, il professor Gino Corazza (nella foto), presidente della Società Italiana di Medicina Interna (Simi): “Sono in linea di principio e in linea generale d’accordo con questo decreto – dice il professore – poi le attuazioni pratiche in Italia lasciano un po a desiderare. Sostanzialmente adesso sappiamo che in Italia sono sempre state fatte troppe indagini cliniche, questo non ha soltanto un riverbero economico ma anche per i tempi di attesa, che si prolungano su chi veramente ha bisogno di questi esami; in Italia per quello che riguarda alcuni esami per immagini ad alto impatto tecnologico come tac e risonanza magnetica è parso che impiego massimale e impiego ottimale delle risorse fossero sinonimi, mentre invece non è vero niente, fare tanto non vuol dire fare meglio”.

Sono state individuate 208 procedure a rischio di inappropriatezza, eccedenza di ricoveri, abbondanza di prestazioni ed esami radiologici. Nei primi posti della lista nera Tac, risonanze, test allergologici che sappiamo bene non servono a nulla, eppure molto richiesti, e cure odontoiatriche. In molti casi queste prestazioni non saranno più mutuabili.

“Il problema deve avere altri correttivi – continua il professor Corazza – ma noi come internisti siamo assolutamente convinti che la diagnosi non la si fa con gli esami ma col ragionamento clinico, gli esami servono a confermare o a confutare il ragionamento clinico che però ci deve sempre stare alla base della loro richiesta”.

I medici, soprattutto i più giovani, non usano più le mani, le orecchie, gli occhi per visitare un paziente, pertanto si rivolgono sempre più spesso alle macchine.

“Non vorrei essere troppo polemico contro una serie di figure professionali e una serie di sigle sindacali che si sono erte contro questo decreto – ci viene incontro il professore – ne faccio più che altro una questione di metodo, non sono convinto che siano in particolare i giovani, sono convinto che siano quelli che non amano più il loro lavoro, quelli che non amano più fare il medico, quelli che non visitano il paziente, quelli che non stanno attenti alla sua storia”.

Quali correttivi si potrebbero applicare al decreto Lorenzin, dunque?

“Potrei dire che un esame potenzialmente inappropriato diventa subito appropriatissimo se il contesto e’ quello giusto – spiega il professore – ciò ribadisce quello che dicevo prima riguardo ai segni clinici, che vengono etichettati come quelli della vecchia medicina, ma che sono quelli della medicina reale, perché la medicina e’ fatta di ascolto del paziente, di visitare il paziente sempre tutto quanto. Se c’e’ un mal di fegato non è che io metto la mano sopra al fegato e basta, io debbo visitare tutto, perché se c’è un soffio cardiaco si può avere male al fegato a causa del soffio, perché ci sarà uno scompenso cardiaco, quindi il paziente va visitato sempre tutto e non nel solo distretto del sintomo, allora si che gli esami che si richiedono poi sono appropriati, a prescindere dalla lista dei 208”.

Quindi è il medico di base che deve comprendere il sintomo e non inviare il paziente da un medico specialista che poi prescriverà almeno quattro esami innescando quel meccanismo poco virtuoso?

“Proprio così – conferma il professore – è una catena di S. Antonio che sostanzialmente moltiplica i costi e moltiplica le prestazioni, ma non voglio attribuire troppa responsabilità ai medici di medicina generale, cioè ai medici di famiglia. Il sistema sanitario dev’essere costituito da persone che ragionano con la loro testa, poi ci sono persone che possono offrire prestazioni ultra specialistiche e se del caso vanno coinvolte nella gestione del paziente, ma se del caso. Noi internisti siamo gli specialisti del paziente non della malattia o dell’organo o dell’apparato, quelli sono gli specialisti che a volte sono molto utili, però nella maggior parte dei casi c’è bisogno di un medico che abbia una visione onnicomprensiva, è un cambio di mentalità che è necessario e bisogna valorizzare quelle discipline cosiddette sistemiche anche perché con l’invecchiamento della popolazione che c’è, sono rari i pazienti che hanno una sola malattia a carico di un solo distretto, questo crea il presupposto di una vanificazione della medicina specialistica a favore di una medicina che non tende a spezzettare più l’ammalato ma a considerarlo nella sua unità. Questo decreto ministeriale ha il grosso merito di richiamare tutti al problema, ma forse le soluzioni vanno intraviste in maniera diversa e in questa soluzione dev’essere coinvolta una diversa formazione del medico che negli ultimi anni e’ stato improntato di più allo specialismo, anziché alla visione globale”.

Ma che fine hanno fatto quei baroni dell’Università che non hanno interesse ad insegnare il mestiere allo studente e tendono a tenersi vicino amici, amanti e parenti, mettendo in sicurezza persone che non hanno le competenze ma il grado di parentela!

“E’ stato facile criticare su questo – si oppone il professore – e fare scandalismo e lo si è fatto, così accusiamo le scuole di medicina. Io invece ritengo che il sistema delle scuole di medicina sia molto virtuoso, l’unica cosa da tenere in conto e’ di non avere all’interno del gruppo che stai formando, o all’interno della propria scuola, un figlio, una moglie, un’amante, perché questo distorce l’ottica che si può avere. Altrimenti l’ottica quale dovrebbe essere se non quella della reciproca convenienza, che secondo me e’ un alto valore etico in realtà. Che interesse ho io a non spingere il migliore dei miei studenti che da lustro alla mia scuola, che produce risultati nuovi, che rende alto il nome della nostra istituzione e la valorizza, potrò sbagliare nel giudicarlo, ma senz’altro ho avuto molto tempo per poterlo fare, perché parliamo di spazi ventennali. Poi tante cose sono cambiate, non c’è più l’arbitrio e lo spazio decisionale che c’era una volta e questo e’ senz’altro giusto, ma la reciproca convenienza dice che vanno selezionati i migliori”.

Il decreto Lorenzin mira a risparmiare 180 milioni di euro. Le analisi cliniche vengono sempre ben interpretate? L’interpretazione delle indagini esige competenza e la competenza è la base di un buon medico. Ci sono stati radiologi che non sono riusciti a vedere un tumore iniziale nel polmone o endoscopisti che non hanno riconosciuto un iniziale cancro dello stomaco perché magari gli sembrava una piccola ulcera. Le indagini debbono essere guidate da un’idea portante, se si ritiene che un paziente abbia una determinata patologia si fanno fare delle analisi che la confermeranno o confuteranno. Ma i medici avvertono la pressione dei pazienti e il pericolo di essere denunciati. Spesso le persone vanno dal medico dopo aver letto su Internet di un determinato esame e pretendono di averlo prescritto.

“La medicina difensiva di cui si parla tanto in questi giorni, è un vero cancro – afferma il professor Corazza – fa spendere un sacco di soldi, molte volte questi esami inutili e inappropriati vengono fatti per infortuni diagnostici, qui se il governo manterrà fede a ciò che ha detto non andrà nella direzione sbagliata, in tutta la nostra legislazione c’è la presunzione di innocenza per tutti meno che per i medici. Sono i medici che debbono dimostrare la loro innocenza, portare le prove del corretto operato, e non il presunto paziente o l’avvocato. L’onere della prova spetta a chi inizia la vertenza quindi al paziente o meglio all’avvocato. Sono fioriti studi legali che fanno solo questo e ciò incrina il rapporto medico paziente, non una legge come questa che è ancora allo stadio iniziale e deve prendere la giusta direzione”.

Negli Stati Uniti sono frequentemente i pakistani e gli indiani ad entrare in sala operatoria o in sala parto, cumulano richieste di danni, poi lasciano il paese e non vi fanno più ritorno; i medici americani hanno terrore di venire denunciati. Le assicurazioni non vogliono più assistere i medici e le cause contro gli ospedali sono diventate un business, sia quelle motivate che quelle pretestuose. Quindi un disastro per i conti pubblici, un rischio eccessivo per le assicurazioni, un’angoscia per i medici e un affare per gli studi legali che vedono quadruplicare le azioni civili e penali nei confronti dei medici accusati di aver sbagliato.

“Le assicurazioni costano come interi mesi di stipendio – sostiene il professor Corazza – ma c’è qualcosa che non quadra. Se già si elimina il fatto che non devo essere io a dimostrare che ho fatto bene, ma il paziente che io ho fatto male, già questo scoraggerà molto chi pensa di trarre vantaggio dalle richieste di risarcimento, sto parlando della media e dei grossi numeri, poi se ci sono colpe legate ad incuria o ad ignoranza troppo grassa e’ un’altra cosa. Siccome la medicina e’ troppo vasta io sono più propenso a scusare le piccole ignoranze piuttosto che l’incuria o il disinteresse per l’ammalato. Invece quello che bisogna capire bene e chi è che giudicherà inappropriato questo o quest’altro, quali saranno le sanzioni legate a questa inappropriatezza e se i controlli verranno fatti a tappeto o verranno fatti a campione”.

Anche la Simi ha votato cinque indagini da non fare: 1) non lasciare i pazienti a letto, favorire la mobilizzazione precoce; 2) non chiedere il d-dimero senza indicazioni precise; 3) non prescrivere terapia antibiotica a lungo termine in assenza di sintomatologia; 4) non somministrare in modo perpetuo gli inibitori di pompa protonica; 5) non posizionare o mantenere in sede cateteri venosi centrali ad inserimento periferico per comodità del personale. I primi quattro punti cui sono stati invitati gli internisti a seguire queste pratiche sono stati proposti dagli stessi soci Simi e non sono presenti nella lista statunitense o canadese.

“Il choosing wisley di derivazione americana sta cambiando, va di pari passo col movimento inglese “less is more”che vuol dire fare di meno a volte e’ meglio. Noi, facendo raffiche di esami, sottoponiamo il paziente a radiazioni inutili, a quattrini spesi inutilmente, ma il problema e’ sempre quello della medicina difensiva perché in un determinato contesto, quello che abbiamo decretato “da non fare” potrebbe rivelarsi utile. Ma, mentre in America queste procedure o esami da non fare sono state calate dall’alto, nel caso della nostra Societa’ ho avuto l’idea di far girare un’inchiesta fra noi medici e le abbiamo votate a maggioranza, questo avrà un risvolto molto importante sul piano pratico, perché le cose che vengono imposte dall’alto spesso non sono rispettate, al contrario se si tratta di una cosa che è stata condivisa a priori”.

Il sindaco di Roma, Ignazio Marino, e gli ultimi tre Presidenti della Regione Sicilia sono medici, intorno a loro tante lamentele, polemiche e fatti gravi. Qualcuno anche in odor di mafia. Non si può non riflettere anche su questi professionisti che decidono di intraprendere la carriera politica.

“Chissà se alla base di questo non possa esserci un fatto positivo – spiega il presidente della Simi – cioè che il medico che è da sempre una figura importante nella società civile, in Italia ha sempre subito una serie di vessazioni a partire da quelle economiche, un medico alle prime armi guadagna come un infermiere che ha avuto qualche scatto di anzianità senza nulla togliere alla professionalità dell’infermiere, guardiamo i processi di malpractice dove il medico si deve discolpare anche da cose inesistenti, e quindi in questa ottica la discesa in politica in cui il medico a volte raggiunge delle posizioni di vertice e non necessariamente quei medici che raggiungono delle posizioni di vertice sono i medici migliori, la vedo bene se il medico vuole far sentire la sua voce non mediata dal politico di turno, anche su problemi che lo riguardano. Io non lo farei mai, non lo vedo a priori come un fatto negativo, poi questi citati sono dei casi limite”.

Perché non andare allora prima dal medico internista, li ci si può curare bene e con poco.

“Infatti – aggiunge il professore – noi della medicina interna ci siamo sempre proposti come partner delle istituzioni e del cittadino perché costiamo meno. Questo tipo di medicina costa meno ed è più efficiente. C’è differenza fra efficacia ed efficienza, efficacia è quando si raggiunge il risultato, efficiente e’ chi raggiunge il risultato con pochi costi e attraverso la via più breve. Noi riteniamo di fare una medicina efficiente. Questa non è una scomunica allo specialismo, non me la potrei permettere, perché quando lo specialista ci vuole ci vuole, però molte volte non ci vuole”.

@vanessaseffer

Fibrillazione atriale e prevenzione dell’ictus

 

Ci sono novità in ambito di fibrillazione atriale, una forma molto diffusa di aritmia cardiaca che si complica frequentemente con l’ictus. Questa seria complicanza cerebrale può essere prevenuta attraverso l’uso degli anticoagulanti orali. Dai dati emersi al V Congresso “Abruzzo Meeting on Haemostasis and Thrombosis” lo scorso week end all’Università di Chieti, ci sono differenze a livello nazionale circa l’uso di tali farmaci. La situazione sanitaria italiana è già segnata da enormi criticità che vanno immediatamente risolte per assicurare a tutti i cittadini il diritto alla Salute che deve essere garantito costituzionalmente come uno dei diritti fondamentali e che spesso, soprattutto se si vive al Sud, viene disatteso. Le disparità riguardo la prescrizione di farmaci e rispetto ai pazienti con fibrillazione atriale non valvolare è uno dei tasti dolenti di questa situazione sanitaria ancora disomogenea fra Nord e Sud. Lo studio Arapacis condotto dalla Simi (Società Italiana di Medicina interna) ci propone un altro ritratto del nostro Paese in termini di spesa e di efficacia in ambito sanitario e assistenziale. Una situazione che coinvolge tutte le famiglie che hanno un anziano in casa, che rischia di aggravarsi con l’invecchiamento della popolazione. Nel Sud Italia, secondo i primi dati dello studio da poco pubblicati, è risultato che si fa un minore uso di anticoagulanti e un maggiore uso di aspirina; questo mette a rischio di ictus i pazienti con fibrillazione atriale perché, mentre gli anticoagulanti proteggono anche se non in maniera totale dall’ictus, l’aspirina ha una scarsa se non addirittura nessuna protezione per l’Ictus cerebrale nei pazienti con fibrillazione atriale, quindi c’è un problema di carattere sociale dietro questa differente assunzione dei farmaci perché nel Sud del Paese questa tipologia di paziente è più esposta al rischio di ictus rispetto ai pazienti che vivono al Nord.

Lo studio Arapacis iniziato quattro anni fa e conclusosi a luglio di quest’anno, che ha visto coinvolti 1366 pazienti di età media di 74 anni, uomini e donne tutti con fibrillazione atriale, su tutto il territorio nazionale, trattati nei centri di Medicina Interna del Paese da esperti studiosi della materia, ha rilevato che nei pazienti ad alto rischio c’è una disparità, indipendentemente dal numero di farmaci consumati, poiché la prevalenza di poli-terapia tra le tre macroregioni era simile. I risultati mostrano differenze regionali nella gestione dei pazienti con fibrillazione atriale, essenzialmente nell’assunzione di farmaci antitrombotici.

Sono stati più prescritti gli anticoagulanti a pazienti ad alto rischio del Nord e del Centro (61 e 60%, rispettivamente) rispetto al 53% dei pazienti del Sud. E’ stata condotta un’analisi post-hoc (a posteriori) che si effettua una volta conclusa la raccolta dei dati, con lo scopo di valutare le differenze nella gestione farmacologica e i farmaci necessari ai pazienti italiani con fibrillazione atriale.

Ci sono due Italie: tutto il Sud, dalla Campania in giù, ha una minore attenzione ad ottimizzare la terapia anticoagulante nei pazienti con fibrillazione atriale perché è un tipo di terapia che ha bisogno di un maggiore controllo e anche di centri dedicati. Poi c’è un Nord con livelli assistenziali più vicini all’Europa che beneficiano di una rete assistenziale integrata.

È solo quindi un fatto educazionale e di organizzazione sanitaria sul territorio, dalla Campania in giù i pochi centri anticoagulanti sono meno organizzati e ciò comporta che anche la popolazione è meno informata ed educata in quella direzione, per cui medici e pazienti non vivono una situazione ottimale in tal senso. Che tale disparità rifletta ben note condizioni socioeconomiche differenti tra le regioni italiane di Nord, Centro e Sud, è un sospetto più che fondato.

Promuovere campagne per l’educazione all’assistenza sanitaria, al miglioramento delle performance delle strutture ospedaliere, può rendersi necessario per migliorare i risultati clinici nei pazienti con fibrillazione atriale.

@venessaseffer

Messina propone le dimissioni di Crocetta

 

La Sicilia è una regione bellissima, un’Isola baciata da Dio con più di cinque milioni di abitanti, ma è fallita sia economicamente che politicamente. Come mai non se ne parli continuamente e dovunque non si capisce, dato che il buco finanziario di un miliardo e mezzo di Euro è pari a quello della Grecia. Le origini del fallimento dell’Isola sono da imputare alla politica fallimentare, non solo attuale, basata sulle clientele, che va a braccetto spesso e volentieri con la cultura mafiosa.

Anche l’antimafia non si capisce più se sia peggio o meglio della mafia stessa e se vada combattuta persino più aspramente, perché essa stessa mascherata di perbenismo. Un territorio, la Sicilia, che non produce Cultura e che quindi non può produrre politica in modo sano. Qua e là poche iniziative di pregio, perché qualcuno ancora non intende arrendersi e insiste con il proposito di voler salvare almeno la faccia di quella Sicilia che lavora faticosamente e fa a gomitate per non assomigliare ad altri malamente. Un Presidente della Regione, Rosario Crocetta, che fa da tempo teatrino quotidiano, per divertire ormai solo il suo clan e consentire la sopravvivenza di pochi, lui in primis. Perché è un modo di operare ricorrente per i politici che approdano nella Sala d’Ercole quello di tradire i siciliani e mai i mafiosi e le cricche che stanno intorno. Crocetta ha cambiato 38 assessori in vari rimpasti e controrimpasti in solo due anni.

Possibile che 38 assessori non siano sufficienti per capire se le cose vanno bene o vanno male? A nessuno sembra però che vadano bene! Anzi solo lui, Crocetta, va bene, ma gli assessori no, peccato che li scelga sempre lui. Allora come è possibile che lui funziona e gli altri invece no? Non sarà che la persona da cambiare è proprio lui? Da alcune settimane l’iniziativa siciliana di Ignazio Messina e Fabrizio Ferrandelli che coinvolge la società civile a cui preme un cambiamento coraggioso, sta dilagando a Palermo e sull’Isola chiedendo a gran voce a Crocetta di togliere i siciliani dall’imbarazzo della sua presenza, in mezzo a tante voci, la loro è quella più tuonante. Troppi gli episodi gestiti inopportunamente, dalla vicenda di Lucia Borsellino ai crolli delle autostrade, per finire alla sua cattiva amministrazione che ha causato appunto quei rimpasti che non hanno portato benefici o il sentore di qualcosa di diverso.

Solo una ennesima presa in giro e l’allungarsi della sofferenza. “Non ci sono iniziative di governo adeguate – spiega Ignazio Messina che il 4 luglio di quest’anno ha lanciato la petizione “Crocetta dimettiti”- noi ci troviamo in una situazione così screditata che quello che dovrebbe fare Crocetta è di presentare le sue dimissioni, sostanzialmente per dare la possibilità ai siciliani di andare a votare”. Ma si è parlato invece di un altro rimpasto dove potrebbe entrare NCD con il PD e Raciti sembra storcere il naso. “E’ solo un modo per allungare il brodo e arrivare a fine legislatura – continua Messina – perché i deputati non hanno il coraggio e la dignità di presentare le dimissioni, questa è la verità, poi c’è lo spauracchio più frequente: se si dovesse dimettere adesso vincono i 5stelle.

Quello che dico io è vinca chiunque, tanto peggio di così non può andare, alla fine tenere in vita questo governo è accanimento terapeutico rispetto alla Sicilia che ormai è agonizzante, credo che sia veramente inadeguato per il ruolo che riveste”. Ma lo Statuto siciliano dice che il Presidente non si può dimettere ma che bisogna deporlo, però i suoi predecessori Cuffaro e Lombardo si sono dimessi, non si capisce per quale motivo lui non debba farlo, poi decide di dimettersi ad intermittenza, un giorno lo fa poi l’indomani se ne pente e dice che non lo farà mai. Ha detto di pensare persino al suicidio, ma lui adora usare parole forti e i colpi di scena, ormai è un uomo di spettacolo. Ma dove sono i partiti? Un partito democratico che si assuma la responsabilità di dire io sto dalla parte di Crocetta e condivido quello che fa, oppure, non lo condivido e faccio dimettere i miei.

“Attenzione – dice Messina – questo vale anche per il movimento 5stelle, perché qui l’unico parlamentare presente all’iniziativa e che ha avuto la dignità di dimettersi da questa schifezza è Fabrizio Ferrandelli. Perché anche i deputati dei 5stelle che stanno lì a protestare legittimamente tengono il moccolo, perché di fatto se un deputato del PD decide di dimettersi perché fa tutto schifo in questa situazione regionale, nessun deputato 5stelle si smuove dalla poltrona, si dimettessero tutti quelli che sono, ne farebbero un caso nazionale anziché stare lì a tenere in vita la situazione, quindi anche loro hanno preso il vizietto, perché lasciare 20mila Euro al mese per altri due anni e mezzo è dura, tengono famiglia tutti alla fine! Ho fortemente apprezzato l’iniziativa di Ferrandelli e stiamo insieme provando a cambiare un po le cose”. Fabrizio Ferrandelli ha lasciato l’assemblea regionale siciliana ed ha fondato il movimento trasversale “I Coraggiosi”, con persone che hanno voglia di cambiare la Sicilia seriamente. “Il principio è “facciamo le cose e facciamole bene” – racconta Messina – e non fare giochi di parte o di corrente, stiamo cercando di mettere insieme tutte quelle figure e quei soggetti, professionisti, operatori economici, tutti gli amici di una vita o che incontriamo quotidianamente o nel wend e li sto sfidando, dico loro di non lamentarsi e metterci la faccia.

Contrariamente al passato sto avendo tanti riscontri, perché oggi c’è davvero da vergognarsi. Ciò che mi dicono tutti è che ci stanno, perchè peggio di così non si può stare, ma mi dicono di non portare dentro riciclati o gente con responsabilità penali. Proviamo a ricostruire qualcosa senza avere in cambio niente altro che un po di civiltà, per spirito di servizio. Anche il consigliere di quartiere ormai, non appena inizia l’incarico, deve sistemare tutta la famiglia, ma non può funzionare così, noi vogliamo provare a gestire la cosa pubblica in maniera diversa nell’interesse del cittadino, tra l’altro noi siamo una terra che vive il dramma di due Presidenti dimissionari e il terzo che è impresentabile. O si risveglia adesso la Sicilia oppure sarà finita. Anche quest’uso strumentale dell’antimafia, credo che la vera antimafia sia quella del buon governo. Io ho lottato la mafia, ho vissuto sotto scorta. La mafia la combatti seriamente se costruisci le condizioni economiche per sottrarre dallo stato di bisogno i cittadini. Ma se governi male dai la possibilità alla mafia di crescere e quindi il malgoverno produce la mafia”.

Neanche Renzi è riuscito a convincere Crocetta a dare le dimissioni, lui ha dichiarato alla Zanzara che non si dimetterà mai! “Ma il suo partito deve assumersi la responsabilità – osserva Messina – perché Renzi non è che può stare a Roma e far finta che la Sicilia non esiste, lui ha due situazioni di enorme imbarazzo in Italia, noi con i nostri senatori sosteniamo le riforme, non le impediremo mai, perché i cittadini possano essere messi in condizioni di cambiare la Costituzione, detto questo Renzi non può far finta che la Sicilia non esiste e che non esiste Roma. Secondo me lui pagherà queste situazioni insieme a tutti quelli che lo stanno sostenendo, compresi noi che stiamo provando a dare una mano al cambiamento, questo è il tema vero”.

Sembra che anche i rapporti con LeoLuca Orlando, il Movimento 139, nato nel 2013 sulle ceneri del gruppo IdV , e Ignazio Messina stiano migliorando, chissà se ci saranno ripensamenti. “A Palermo abbiamo due consiglieri, Filippo Occhipinti e Paolo Caracausi, sono stati fino ad ora all’opposizione, non posso condividere le cose che non vanno, ma se possiamo fare da adesso qualcos’altro insieme visti i nostri trascorsi insieme ben venga, quindi si sta provando a riaprire il dialogo, mi auguro che alla fine ci si riesca, ma con fatti concreti”.

 

@vanessaseffer