Reggio C., Genovese risponde a Gratteri

 

Duro scontro fra l’Unione delle Camere penali italiane (Ucpi) e il magistrato di Gerace, che pochi giorni fa ha rilasciato un’intervista a Linkiesta sostenendo che nel Tribunale di Reggio Calabria i mafiosi sostano delle ore, quindi “hanno il tempo di incontrarsi, parlare, fare affari, trasmettere attraverso gli avvocati messaggi di morte o richieste di mazzette, minacciare i testimoni”. Sono le parole del procuratore aggiunto Nicola Gratteri, mancato ministro della Giustizia (a bocciarlo fu l’ex Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano), ma recuperato da Matteo Renzi che lo ha posto a capo della Commissione per la revisione della normativa antimafia. L’Ucpi ha inviato immediatamente un documento di protesta al ministro della Giustizia Andrea Orlando, alla Procura Generale presso la Corte di Cassazione, al Csm e all’Anm, “certi di un riscontro atteso come atto dovuto”.

A sollevare la vicenda è stata la Camera Penale di Reggio Calabria, rilevando che il procuratore Gratteri, in una intervista rilasciata al giornale on-line il 17 febbraio scorso, “dopo aver definito l’Onu come il posto degli sfigati si è soffermato sul fenomeno della criminalità organizzata, e sui metodi per combatterla”, ledendo la dignità e l’onorabilità della funzione difensiva. Compatti nella loro reazione, gli avvocati di Reggio Calabria non ci stanno, essendo in prima linea con le forze di polizia e certamente uniti alla magistratura nel ruolo di garanti dei diritti fondamentali dei cittadini.

È possibile che il procuratore Gratteri volesse riferirsi a qualche nome in particolare e non a tutta la categoria degli avvocati, pertanto alla fine si è solo espresso male?

Noi siamo consapevoli del fatto che come in tutte le categorie professionali anche fra noi ci sia qualche mela marcia – risponde per noi il Presidente della Camera Penale reggina, avvocato Emanuele Genovese (nella foto) – se il magistrato avesse fatto riferimento a dei casi concreti del passato che hanno avuto una condotta non consona nell’ambito della nostra professione noi non avremmo detto nulla, anche fra i magistrati ci sono stati gli infedeli, i corrotti, e probabilmente ce ne saranno ancora ma nessuno di noi si è mai permesso di dire che tutta la magistratura è corrotta. Ho letto diversi interventi sui social network e nell’immaginario collettivo a causa di queste esternazioni si è portati a pensare che l’avvocato sia contiguo al malaffare, al cliente, nessuno così pensa che fra noi e loro c’è una scrivania. Chi ha un grande seguito come il procuratore Gratteri, sa di essere un uomo popolare, perché è un magistrato impegnato nella lotta alla ‘ndrangheta, per questo vive blindato, pertanto ha la responsabilità di pesare le parole. Domani un mio nuovo assistito potrà pensare che nel rapportarsi con me sia possibile che come suo difensore possa inviare dei messaggi di morte, possa essere l’autore di mazzette o di minacce nei confronti di testimoni. Abbiamo apprezzato il suo intervento successivo, ma bisognava dire soltanto una cosa: “Chiedo scusa, ho sbagliato”. Ma le scuse, così come il pentimento, sono solo atti sperati, non atti dovuti.

Anche il figlio del procuratore Gratteri vive blindato?

Esatto, e lui i primi attestati di solidarietà per i fatti accaduti al figlio li ha ricevuti proprio da noi.

Nell’immaginario collettivo i magistrati sono una casta molto potente e chiusa, quando sbagliano non si punta il dito contro di loro, questo pensa la maggior parte della gente!

Quando loro sbagliano difficilmente pagano. È vero che l’indipendenza della magistratura passa anche dalla serenità del giudizio che devono affrontare, ma è anche vero che certe volte si fanno esternazioni infelici poiché si sa che non ci saranno delle conseguenze. I magistrati rappresentano un potere dello Stato, noi avvocati siamo tantissimi ma non rappresentiamo alcun potere; l’avvocato può essere tanto più protagonista quanto lo Stato è garantista, noi possiamo intervenire nell’ambito dei poteri naturali dello Stato, nell’ambito del potere legislativo per esempio, laddove si ascoltano le nostre istanze, allora lo Stato diventa propositivo attraverso la legislazione.

Il procuratore Gratteri suggeriva di fare i processi a distanza, anche per risparmiare. È fattibile effettuare le testimonianze per videoconferenza?

Tecnicamente è fattibile, francamente non credo sia così economico come lo si vuol far passare perché da un punto di vista pratico sarebbe la fine del processo penale. La Legge in via ordinaria prevede che l’assistito durante il processo debba stare seduto accanto al suo difensore. Provi ad immaginare se durante l’esame di un collaboratore di giustizia a distanza o di un testimone, il difensore da un lato deve ascoltare la testimonianza e dall’altro deve conferire con l’assistito perché ha qualcosa di importante da dire in base a quello che sta accadendo in quel momento in aula, è ovvio che solo l’assistito può conoscere esattamente i fatti, il proprio vissuto e dare delle indicazioni al suo difensore per porre altre domande al testimone o al collaboratore, fermo restando le opportune valutazioni tecniche del difensore.

Ma in attesa del processo, i boss sostano nella stessa area e ci sono anche gli affiliati negli stessi luoghi dove gli imputati aspettano di essere ascoltati? Possono parlarsi fra loro probabilmente e questo va oltre quindi alle dichiarazioni di Gratteri, che inserisce in questo contesto gli avvocati, sembra essere questo un problema del legislatore!

Può capitare che nell’attesa i detenuti siano presenti in alcuni spazi insieme, ma è stato sempre così.

Forse è questa la prassi che andrebbe modificata?

Infatti, ma non sono gli avvocati che si devono occupare di questo, comunque già fanno molto gli agenti di polizia penitenziaria che hanno un regolamento interno a riguardo e separano i detenuti di un certo spessore criminale isolandoli dai detenuti con un peso minore, che poi sono quelli che potrebbero ricevere delle indicazioni riguardo il malaffare. Questi agenti fanno già una grande azione preventiva, ma dovrebbe essere il legislatore a risolvere questo aspetto. Ove mai si dovesse arrivare ad una riforma del processo o della Giustizia l’imputato di processi di criminalità organizzata non dovrà comunque avere una difesa diversa, altrimenti non si faranno più questo tipo di processi, in tal caso ce ne faremo una ragione, ci sono tanti altri reati da perseguire, come quelli contro il patrimonio o intorno alla Pubblica amministrazione. La tutela del difensore passa attraverso alla considerazione che noi siamo gli ultimi baluardi della libertà in uno Stato di diritto dove il bene principale è la libertà, noi riteniamo di meritare il rispetto necessario.

Come vive un avvocato che si occupa di procedimenti contro la criminalità organizzata, soprattutto a Reggio Calabria?

Dopo aver letto gli atti un convincimento intimo di come possono essere andati i fatti ce lo facciamo. Tante volte è più semplice difendere una persona che sentiamo colpevole perché il nostro è un ruolo che deve garantire un certo tipo di difesa. In realtà noi viviamo malissimo quando pensiamo che una persona sia innocente ma, o per apparenza dei fatti o per altri motivi l’innocenza non viene fuori, non traspare e la persona viene condannata. Quello è il momento in cui un difensore si sente frustrato, impotente, perché ha tentato tutto con l’impegno necessario, pur non potendo garantire il risultato. Il rapporto con i mafiosi è legato all’assistenza. Io amo dire e vorrei che questo linguaggio passasse anche ai miei colleghi, che noi non abbiamo clienti ma “assistiti”, il nostro non è un negozio. Gli assistiti si affidano, affidarsi significa fare in modo che si possa avere una difesa quanto più possibile rispetto al fatto concreto. Per esempio, di fronte ad un soggetto reo confesso per omicidio, che ha pure spiegato il perché ciò è avvenuto, il difensore può far emergere che i fatti sono maturati all’interno di una certa condizione psicologica, può darsi che ci siano attenuanti come la provocazione, ciò comporterebbe una riduzione di pena rispetto a quella prevista. Nell’immaginario collettivo potrà sembrare strano che per un omicidio si possa ricevere una pena di 12/13 anni che sarebbe quanto può prendere un mafioso di bassa lega solo per essere un associato. Spesso ci sentiamo dire ‘ho preso una pena così pesante ma non ho ucciso nessuno’. Quindi trovo che si debbano attuare delle ulteriori sinergie con la magistratura, che noi non vediamo come ostile, e nella figura del dottor Gratteri nello specifico, poiché abbiamo sempre visto in lui un soggetto di riferimento per la sua onestà intellettuale, un sostegno reale. La sua riconosciuta schiettezza, evidente anche in una nota intervista su Report, dove Gratteri parlò della prescrizione, facendo trapelare un messaggio sbagliato per la collettività in realtà, perché la prescrizione non è un fatto che viene ricercato dall’avvocato ma mette al riparo lo Stato dal perseguire fatti che hanno perso d’interesse, per quella proposta di legge dell’abrogazione della prescrizione che imponeva la solidità dal punto di vista del difensore che proponeva il ricorso inammissibile, una sorta di responsabilità economica in realtà, fatto impensabile in un Paese democratico, Gratteri dichiarò che diminuendo i processi in appello e in Cassazione, proprio perché non ci sarebbe stato lo scopo di perseguire la prescrizione, potevano diminuire il numero delle sezioni presso la Corte di Cassazione. Questa cosa è stata intesa come un tentativo di riduzione di potere. A mio avviso questa sua schiettezza gli è costata la nomina a ministro della Giustizia.

A maggior ragione può essere perdonata quella infelice dichiarazione!

Quella dichiarazione ci ha imposto una presa di posizione e ci saremmo aspettati delle scuse più evidenti. Noi esigiamo rispetto per il nostro ruolo, se lui avesse fatto riferimenti a dei fatti isolati sarebbe stata cosa diversa e ne avremmo solo preso atto.

Porterete avanti il documento inviato al ministro Orlando o la faccenda si interrompe qui?

La Camera penale che presiedo si muove all’interno dell’Unione delle Camere penali, il presidente Beniamino Migliucci e l’intera giunta ci sono stati vicini con un documento. Non avremo atteggiamenti persecutori, ma una presa di posizione da parte del Consiglio superiore della magistratura e del ministro sono necessari per evitare che questo sia un precedente che ci porrebbe in una luce sconveniente dinanzi agli assistiti attuali e futuri. Comunque, incontrando il dottor Gratteri ci stringeremo certamente la mano.

@vanessaseffer

L’astrattismo onirico di Ignazio Schifano

 

Da qualche giorno la Galleria Lombardi di Roma ospita le preziose tele di questo artista palermitano, restauratore e pittore, che determinato nella sua voglia di celebrare l’arte in ogni senso, ha contribuito a fondare uno spazio nel capoluogo siciliano, dove artisti isolani e non si incontrano, si nutrono delle emozioni dell’altro, espongono e lavorano insieme.

Schifano è non solo un sognatore che non si fa rubare i sogni, ma un talento emotivo che, come le persone rare, credono ancora nella capacità umana di essere generosa. Nelle sue opere coniuga la sicilianità espressa con i colori e i tagli delle giostre, delle mongolfiere, delle ruote, dei cappelli, con il suo vissuto londinese, da dove ha recuperato i toni scuri, che dichiarano la sensibilità dell’artista verso l’insoddisfazione che è del mondo, come l’ingiustizia dei sogni irrealizzati Schifano supera se stesso e il suo astrattismo inserendo talvolta nei suoi lavori, dagli oli alle tecniche miste, delle figure esili e degli omaggi alla natura, spesso contaminata ma non per questo meno suggestiva e poetica, quasi a ricordare ossessivamente le sue origini, le linee opache e dense della sua terra, offuscate dal brivido del colore, ora tenue ora forte e sprezzante che si imbrunisce per toccare sfumature cobalto, chiarificatrici di uno stato d’animo altalenante, ma carico di speranze per se stesso e il mondo che lo circonda.

Le sue ultime opere resteranno a Roma fino alla fine del mese in via Di Monte Giordano 40, in una personale curata dal visionario Roberto Bilotti Ruggi D’Aragona il quale scrive che nella pittura di Schifano “si scorge l’incessante tentativo della descrizione delle emozioni contrastanti di un periodo storico che verte nel caos e nell’incertezza del domani, uno spaccato dell’odierno”.

@vanessaseffer

Cri e Land Rover: Pasto della Solidarietà

Oggi in 24 città italiane verrà distribuito il Pasto della Solidarietà, una iniziativa promossa da Croce Rossa Italiana in collaborazione con Land Rover, che fornisce i mezzi di supporto per le operazioni di intervento, per garantire l’assistenza ai più bisognosi durante la notte e rendere operative le unità di strada di Cri. Grazie a questa collaborazione si è costruito un grande progetto in un’ottica di cinque anni, che supporterà anche la formazione dei volontari della Croce Rossa che saranno impegnati nelle unità di strada. Offrire un po’ di conforto agli ultimi delle nostre città, quelli che passano inosservati che vivono nel disagio più totale, sprovvisti dei diritti fondamentali, di un tetto, della dignità e’ l’espressione della vera civiltà.

Cri interviene da anni nelle nostre città per aiutare a migliorare la condizione degli homeless anche formando decine di volontari specializzati che aiutino i senzatetto ad orientarsi verso i servizi di cui necessitano. “Il problema negli ultimi anni però sta cambiando – ci dice il presidente di Croce Rossa di Roma, Flavio Ronzi – ci sono due tipi di persone senza dimora, quelli che vivono così per scelta, che hanno accesso ai servizi, che noi in qualche modo monitoriamo, che sono incontrati dalle nostre unità di strada e vanno alla Caritas; poi c’è un fenomeno nuovo e in crescita, delle persone che si trovano improvvisamente senza dimora e sono in parte immigrati che non sono riusciti ad inserirsi nella rete sociale del nostro paese e vivono al di fuori dell’assistenza diretta, occupano baracche lungo il fiume, sotto i ponti; poi molto in crescita e a questo davvero non eravamo abituati, ci sono le persone che hanno perso il lavoro o che hanno allentato i legami familiari, padri separati che lavorano ogni giorno e non sanno dove dormire la notte, o famiglie intere che vivono in camper”.

C’è anche un problema di sicurezza e di servizi, dove si concentrano tutte queste persone disperate che da un momento all’altro si ritrovano per strada e non sono abituate e non sanno dove andare?

Molti nei camper o in macchina si trovano lungo le mura del Verano o negli slarghi di Monteverde. Tanti vanno in centro perché ci sono i centri diurni del centro storico e le mense della Caritas, oltre alle parrocchie. A questi si aggiungono le persone che trovano rifugi di fortuna nelle periferie quindi Acilia, Dragoncello, Eur, la Cassia, in quei meandri sorgono vere e proprie baraccopoli come sulle rive del Tevere o piccoli insediamenti sotto i ponti del Tevere con piccoli gruppi più che altro di migranti o famiglie con tre o quattro persone. Poi ci sono tanti padri soli che vivono nelle auto e moltissimi camper con intere famiglie. Tante persone insospettabili.

Ci sono molti bambini?

Tantissimi bambini, ma anche tantissimi padri che ogni mattina vanno a lavorare ed essendo separati non sono riusciti a mantenere lo stesso status, così la notte vivono in condizioni molto precarie, a volte in modo temporaneo a volte per molto tempo. C’è una profonda differenza tra chi vive in strada in modo abituale e organizzato ed ha una conoscenza dei servizi cui può accedere e chi si ritrova in strada improvvisamente, vivendo di espedienti e cerca di sopravvivere ad una vita a cui non è abituato e la CRI cerca di garantire loro un link tra quella che è l’esigenza in strada e i servizi che offre il territorio.

Quanti sono i volontari che si occupano ogni sera di queste persone?

Attualmente abbiamo ogni sera un’equipe di circa 15 persone su circa 400 volontari complessivamente, che dalle diverse sedi territoriali svolgono questo servizio.

Un solo pasto all’anno?

È una manifestazione simbolica per dire a tutti che serve dare visibilità al problema e dare dignità a queste persone. Mentre noi rientriamo a casa la sera, ci sono delle macchine parcheggiate e non ci accorgiamo che c’è gente che ci vive dentro e tiriamo dritto. Vogliamo attirare l’attenzione sulla necessità di solidarietà trasversale che ci dovrebbe essere in ogni nostra città. Le strutture coperte che domani accoglieranno queste persone, nelle città ritenute “pilota” del progetto, saranno collocate a Roma in piazzale del Verano e a Milano in Piazzale del Cannone, mentre a Palermo la manifestazione si svolgerà a Palazzo delle Aquile.

@vanessaseffer

Troppe ore di lavoro causano infarto e ictus

 

Uno studio recentemente pubblicato su “The Lancet”, considerata tra le prime cinque riviste mediche internazionali, rivela che lunghe ore lavorative possono far aumentare il rischio di malattie cardiovascolari, ma gli studi prospettici sono stati scarsi, imprecisi ed essenzialmente limitati alla patologia coronarica, mancando quella cerebrale. Lo scopo di questo lavoro è stato quello di identificare entrambi i contesti poiché fino ad ora si è saputo di più come reagisce il cuore e si sa molto poco del cervello.

Gli scienziati hanno raccolto tutti gli studi effettuati e già pubblicati sull’argomento, su dati che riguardavano 600mila persone ed hanno osservato che in relazione a chi lavora in modo standard (35/40 ore settimanali) un orario di lavoro superiore a 55 ore viene associato un maggiore rischio sia di malattie coronariche (infarto) che di ictus. L’aumento è parallelo all’aumento delle ore di lavoro. Il rischio aumenta del 10 per cento se le ore di lavoro aumentano fra 41 e 48; del 27 per cento se le ore di lavoro aumentano fra 49 e 54 e del 33 per cento al di sopra delle 55 ore di lavoro settimanali. I fattori di rischio, secondo lo studio, sono indipendenti se si tratta di fumatori, di obesi, non riguardano l’età, il genere, l’attività fisica o la pressione alta.

“L’elemento più rilevante di questo lavoro – afferma il professor Antonello Pietrangelo (nella foto), Ordinario di Medicina Interna dell’Università di Modena e Reggio Emilia – è il dato sul rischio di ictus che non era mai stato studiato nè riportato, mentre era già nella letteratura il concetto che la posizione seduta per molte ore e la modesta attività fisica possono associarsi ad un più elevato rischio di ictus. Interessante anche l’evidenza portata dallo studio che incidenti fatali e non fatali per coronaropatia sono più frequenti per status occupazionali-lavorativi associati a basso livello socio- economico (low SES) rispetto a quelli associati ad alto livello socio-economico (high SES). Ovviamente ci sono alcuni limiti: essere esposti a molte ore di lavoro non ci dice come sono quelle ore, quanto il lavoratore le trascorra con passione, gioia o stress e frustrazione, o in che ambiente si svolgano, quante ore dorme, quanto sale introduce con la dieta, un fattore importante nella patogenesi delle patologie in studio. Il lavoro fa emergere il nuovo dato sul rischio di ictus, forse sfuggito a studi precedenti, che insieme alle ormai standardizzate malattie cardiovascolari, suggerisce di trovare nuove strategie di prevenzione”.

Negli ambienti di lavoro non è facile adottare interventi di prevenzione efficaci, ma se il rischio di ictus si accompagna alla durata eccessiva dell’orario di lavoro ecco un ulteriore spunto di riflessione su quanto l’Unione europea ha proposto riguardo alle 11 ore di riposo fra un turno e l’altro riguardo specifiche categorie particolarmente sotto stress come quelle di medici e infermieri che spesso si trovano in corsia h24, peggio ancora in sala operatoria. Per rimediare ai vuoti nelle ore di assenza forzata in cui non si saprebbe come coprire i turni e garantire i servizi, che dovrebbero essere compensati da altrettanti professionisti qualificati, andrebbero stabilizzati i precari e banditi nuovi concorsi per l’assunzione di nuovo personale medico, infermieristico e paramedico, come sta cercando di fare il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin.

@vanessaseffer

L’“Italian Style” di Sergio Daricello

 

Sergio Daricello è lo stilista e illustratore palermitano i cui ritratti sono stati scelti dalla mitica regina del pop Madonna, dopo aver lanciato lo scorso 25 luglio sul suo sito ufficiale il concorso: “Show us your Basquiat” dall’omonima canzone. I disegni di Daricello, che ritraggono la star americana come una fiera Giovanna D’Arco e quelli di una rosa di artisti di tutto il mondo, hanno aperto il “Rebel Heart Tour” della cantante a Montreal lo scorso settembre (che nei giorni scorsi ha fatto tappa anche a Torino) e hanno fatto da backdrop nei suoi concerti. Disegni che contemporaneamente sono stati esposti nella galleria di Palazzo Saluzzo Paesana di Torino in una mostra intitolata “Iconic – Portraits and Artwork inspired by the Queen of Pop”.

Sergio, palermitano classe 1976, non è più una promessa ma una certezza dell’Italian Style. Si ispira al Dior originale, a Balenciaga, studia Valentino poi discostandosene ma riconoscendo la grandezza dei grandi padri della moda. Una passione per Maria Antonietta, per il barocco siciliano che introduce nelle sue collezioni spontaneamente. Non poteva che essere Miss Louise Veronica Ciccone, barocca anche lei dall’anima alle vesti e abituata a scoprire i talenti, ad esaltarne lo spirito.

“Il barocco siciliano, per quanto possa sembrare carico, ha una sua essenzialità nelle linee – spiega Daricello – Ci sono delle pulizie tramandate da quelle ricchezze arabo- normanne che erano però schematiche e non lasciate al caso, per nulla invadenti. Il nostro barocco è molto più elegante di quello spagnolo, che quasi non fa distinguere tutte le forme, mentre da noi, in Sicilia, è molto più pulito e lineare ed è ciò che cerco di fare io; le mie linee sono molto nette, così anche le mie curve, e cerco di essenzializzare la ricchezza senza perderla”.

La sua collezione primavera-estate 2016 è ispirata ad una rilettura del Gattopardo, idea arrivata durante un volo di rientro dalla Cina e il suo libro preferito in mano per l’ennesima volta. Don Pirrone che passa da Casa Professa con la carrozza del principe Tomasi di Lampedusa. Così a Sergio viene in mente di andarci, tanto sta a due passi da casa sua, trascorre una mezza mattinata a fare foto agli splendidi marmi con la particolare decorazione a mischio, perfetto per ciò che riguarda la stampa dei suoi tessuti.

“Per quanta riguarda le forme degli abiti – continua Sergio Daricello – essendomi ispirato al tardo Ottocento, ho cercato nelle lunghezze dei tagli particolari, poi le crinoline e ampiezze con organze ricamate in motivi geometrici; un pizzo sangallo non con i fiorellini ma con dei macro pois, quindi più contemporanei. I miei colori sono sempre il bianco e il nero, con il rosa e il latte e menta, un verde molto chiaro che ricorda la pasta di martorana ricoperta dalla glassa di zucchero bianco”.

@vanessaseffer

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Di seguito elencati gli orari di messa in onda della trasmissione MAGIA DEL BISTURI 30′:
 
  • LAZIO TV lcn 12 il venerdi alle ore 20.40
  • GOLD TV ITALIA lcn 128 la domenica alle ore 22.00
  • TELEMONTEGIOVE lcn 671 la domenica alle ore 20.20, il martedi alle ore 16.40 e il mercoledi alle ore 02.15
  • GOLD TV lcn 17 il mercoledì alle ore  22.30

Alina Ditot in mostra ad Edimburgo

 

Domani alla Dundas Street Gallery di Edimburgo si terrà il vernissage della mostra di Alina Ditot, artista romena che rappresenta le sue emozioni traendo da quanto apprende da chi incontra nella vita. La sofferenza di ciò di cui viene a conoscenza, del vissuto del suo popolo e di altri vicini al suo, le hanno trasmesso il desiderio di esprimere il disagio del silenzio. Non seguendo ideologie precise, ma trovando una soluzione personale, lei dipinge la tela con una tecnica mista, fatta di oli, acrilici e colle, poi la taglia per rompere con il dolore e la annoda per infrangere le regole con i suoi colori ed effetti luce. Fa dei giochi che fanno comparire dei disegni che compongono una simbologia che appartiene solo a lei ed a chi osserva le sue opere.

Affronta forti temi sociali Alina, come il disastro di Chernobyl, Hiroshima e Nagasaki, Auschwitz. Le viene naturale ribellarsi in un mondo che si lascia sopraffare, che non fa niente per cambiare le cose, che trova più comodo unirsi al gregge. Il suo strappo equivale al senso di ingiustizia che Alina sente per quanto accaduto, da cui lei vuole distaccarsi e da cui vuole allontanare il genere umano. La mostra è curata da Salvatore Russo, calabrese di Catanzaro, che ha al suo attivo la Biennale di Barcellona al Museo Europeo di Arte Moderna (Meam), “I nuovi eredi di Jackson Pollock” a Villa Castelnuovo di Palermo e “I Segnalati” alla Dundas Street Gallery, solo quest’anno.

@vanessaseffer

Carni rosse, un veleno?

Indimenticabili le reazioni spropositate per la mucca pazza, non possiamo rischiare di ricadere in un vortice di allarmismo e finemondismo da quando l’International Agency for Research on Cancer (Iarc) ha recentemente pubblicato i dati sulla carne rossa e la sua correlazione al cancro del colon. Chiariamoci le idee con un esperto, il professor Andrea Ghiselli (nella foto), ricercatore del Consiglio per la ricerca in agricolutura e l’analisi dell’economia agraria (Crea), l’ente italiano dedicato all’agroalimentare, vigilato dal ministero delle Politiche agricole. Continua a leggere

Vaccino, per tutti è un’opportunità.

Foto vaccino

In questi giorni si sta parlando tanto dei vaccini, una scoperta rivoluzionaria, fra le più importanti dell’umanità, che permette di salvare milioni di vite consentendo al nostro corpo di anticipare la malattia anziché curarla, stimolandone gli anticorpi. L’influenza di quest’anno metterà a letto fra i 4 e i 5 milioni di italiani, i ceppi in circolo sono diversi, fra questi l’H1N1 che nel 2009 si è diffusa in tutto il mondo e che da allora torna ciclicamente. Per alcuni è solo una seccatura che terrà a letto qualche giorno, ma per altri, le cosiddette categorie a rischio, si potrà incorrere in problemi gravi, con il rischio anche della vita. La massima copertura si raggiunge fra i 10 e i 15 giorni dalla vaccinazione, pertanto gli esperti dicono di non attendere troppo per fare l’iniezione. Continua a leggere