Specialistica ambulatoriale, Buonaiuto (Cisl Medici Lazio): «Preoccupati da possibile smantellamento a favore dei privati»

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Nicola Buonaiuto, specialista in Geriatria e delegato Cisl Medici Lazio, racconta il ruolo della medicina territoriale e l’importanza dell’assistenza domiciliare con tutte le sue criticità nel post-Covid. «Nel Lazio – aggiunge il medico sindacalista – ci preoccupa la prospettiva di un possibile smantellamento della specialistica ambulatoriale a vantaggio della sanità privata accreditata». @vanessaseffer
 
Nicola Buonaiuto, specialista in Geriatria e delegato Cisl Medici Lazio, racconta il ruolo della medicina territoriale e l’importanza dell’assistenza domiciliare con tutte le sue criticità nel post-Covid. «Nel Lazio – aggiunge il medico sindacalista – ci preoccupa la prospettiva di un possibile smantellamento della specialistica ambulatoriale a vantaggio della sanità privata accreditata». @vanessaseffer Da Sanità Informazione
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Covid-19, Tozzi (Cisl Medici Lazio): «Amministrazioni sanitarie impreparate. Serviva competenza, non improvvisazione»

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L’intervista al dottor Quinto Tozzi, cardiologo, già direttore dell’Ufficio di qualità e rischio clinico dell’Agenas, in rappresentanza della Cisl Medici Lazio
 
I motivi che rendono auspicabile un intervento sulla responsabilità dei medici e degli operatori sanitari alle prese con la pandemia; le aggressioni fisiche e verbali che continuano a verificarsi negli ospedali a causa dell’impossibilità di visitare i parenti o gli amici ricoverati; l’impreparazione di molte amministrazioni sanitarie ad affrontare l’emergenza; l’incompetenza che ha messo a repentaglio la salute e la vita di chi lavora in sanità; un commento sulla fase due. È un’intervista a tutto tondo, quella rilasciata a Sanità Informazione da Quinto Tozzi, cardiologo, già direttore dell’Ufficio di qualità e rischio clinico dell’Agenas, in rappresentanza della Cisl Medici Lazio. @vanessaseffer Da Sanità Informazione  
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Un sabato molto speciale a Piazza San Giovanni

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Centomila? Duecentomila? Il balletto delle cifre lasciamolo alle comunicazioni ufficiali della Questura, oppure alle note enfatiche dei sindacati oppure anche, ma si dai, a quanto diranno i detrattori governativi. Resta il fatto che l’Italia che difende il lavoro, che cerca il lavoro, che vuole tenerselo il più a lungo possibile era presente nella testa di quanti oggi, in una splendida e soleggiata Roma, hanno sfilato in corteo per raggiungere la storica Piazza San Giovanni aderendo alla manifestazione di Cgil, Cisl e Uil. Colori allegri, qualche battuta, la colazione insieme, volti sorridenti che non riuscivano a nascondere la grande stanchezza di un lungo viaggio. Striscioni e bandiere dal Friuli alla Sicilia. Giovani e anziani, uomini e donne in casacche coi colori che erano qualcosa in più, molto di più di un segno di appartenenza. Un segno di orgoglio in un Paese dove la politica è diventato un talk show urlato o un click cibernetico su qualche tastiera di qualche piattaforma. Alcuni volti noti, una Camusso finalmente rilassata e felice tra la sua gente che la stringeva, disponibile a fare selfie e ad abbandonarsi ai complimenti di tanti anche con i colori delle bandiere bianco-verdi e blu. Tanti i volti sconosciuti. Gente che tira avanti per arrivare a fine mese, famiglie coi bambini. Un clima anche allegro, nessuno slogan urlato a manifestare una rabbia che eppure potrebbe forse avere ragione di esistere nel vuoto di idee e nel pieno di proclami e di promesse. “Rieccoli i sindacalisti. Ho trent’anni e mio nonno mi ha detto che i sindacati hanno rovinato l’Italia”. Inutile spiegare al giovane e gentile commesso di un negozio, dove la vostra cronista era entrata un attimo a ristorarsi, che magari i sindacati pur tra mille colpe hanno avuto il merito di tenere unito il Paese in momenti difficili che non riusciamo a dimenticare. Magari senza i sindacati non ci sarebbe democrazia. Poi intendiamoci, anche in una fase storica in cui “uno vale uno”, inizia a contarne centomila o duecentomila e poi vediamo quando finisce la conta. @vanessaseffer Da Sanità Online News
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Second Opinion: questione di sfiducia o diritto personale?

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Che esistesse la Sindrome di Babele del web probabilmente non me ne sarei mai accorta se non avessi dovuto aiutare una signora a navigare in rete alla ricerca di un medico specialista che fornisse alla mia amica una diagnosi ed una terapia preferibilmente in linea con le aspettative della stessa. Quindi, passando attraverso siti che si sono rivelati autentici capolavori di marketing, mi sono imbattuta nel Network di consultazioni mediche trasversali del secondo parere, attivato presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia. Gli obiettivi sono: • agevolare la necessità di orientamento ed indirizzo sulla salute e il counseling diagnostico-terapeutico del paziente non soddisfatto della offerta curativa nei suoi confronti; • ottimizzare il rapporto costo/beneficio della diagnosi e della cura, • ridurre i tempi di malattia e/o invalidità, • ottimizzare la qualità della vita, • conseguire qualora possibile la guarigione; Ed allora ecco che tralasciata e messa da parte la mia amica – in fondo se ci si occupa di sanità il rischio è anche quello di uniformarsi a qualche andazzo non proprio edificante – mi sono messa a cercare le fonti. Il secondo parere, definito nel mondo anglosassone come second opinion, non è un concetto recente, ma risale agli anni ‘70 quando, soprattutto negli ospedali americani, veniva richiesto con la finalità di diminuire i costi di esercizio (assicurativo-privato) della salute dei pazienti, migliorando l’obiettivo diagnostico e terapeutico allo scopo di ridurre, laddove possibile, i tempi di guarigione. In origine dunque il secondo parere rappresentava una funzione nata all’interno di strutture ospedaliere complesse per facilitare una migliore integrazione tra differenti pareri clinici e competenze specialistiche con il fine ultimo di favorire il miglioramento di prestazioni e risultati clinici, inclusa la soddisfazione del paziente ovvero la customer satisfaction. Ma tutto questo è noto a noi accanite fans dei serial televisivi sul mondo della sanità made in USA a cominciare da ER, passando per il Dottor House e finendo per approdare a Greys Anatomy. Ovviamente non mi riferisco ad alcuni bellissimi attori – concedete alla povera autrice di questo articolo una vezzosa piccola bugia – bensì al ruolo di quei grandi medici specialisti, i consultant, che attraversavano il continente americano coast to coast per portare il proprio sapere al capezzale di un malato ricoverato in un altro ospedale. Nel nostro Paese la Sindrome di Babele del web, che può essere definita come la ricerca ossessiva in rete internet da parte di soggetti affetti da qualsiasi tipo di patologia, che eccedono nel tentativo di conseguire informazioni utili circa medici, caregivers, strumentazioni diagnostico-terapeutiche e strategie di cura, appare come una degenerazione dell’esperienza statunitense. Ma è proprio così? Il paziente ed i suoi familiari sono alla spasmodica ricerca sul web di una cura miracolosa, magari spinti dalla sfiducia nei confronti del medico curante, oppure stanno semplicemente cercando di soddisfare il proprio diritto di chiedere informazioni chiare ed esaurienti sulle sue condizioni di salute e anche una seconda opinione da parte di un medico diverso, sia all’interno della struttura, sia all’esterno di essa avvalendosi appunto di un consulente esterno all’organizzazione aziendale? Il quesito non è di poco conto perché la problematica presenta diverse sfaccettature come fosse un cubo di Rubik. Nelle patologie a prognosi infausta, come quelle oncologiche e degenerative, laddove l’emotività e la speranza di guarigione giocano un ruolo determinante e purtroppo anche fuorviante nella serenità delle scelte, il tema della richiesta del secondo parere si intercala tra sfiducia nei curanti e bisogno di vedere soddisfatte le aspettative del paziente, moderandone le ansie. Le indicazioni al secondo parere, in oncologia, possono: i tumori rari per i quali è spesso indicata una terapia assai complessa, le condizioni di scarsa e inadeguata comunicazione con i pazienti, la disponibilità a fruire di nuovi farmaci in centri selettivamente specializzati e qualificati, ed infine la incapacità del paziente di accettare un verdetto di inguaribilità. La seconda opinione richiesta in virtù di elevati livelli di ansia, di precedenti esperienze negative, di scarsi risultati a seguito delle terapie eseguite, appare sempre rispettosa dei diritti del malato e della deontologia medica e non deve apparire né essere interpretabile come una sorta di mancanza di fiducia o di messa in discussione delle prerogative e delle capacità professionali di altri colleghi. Quando la stampa riporta in maniera frettolosa e a volte superficiale notizie di errori medici, il clima generale del rapporto fiduciario tra il clinico ed il paziente tende ad un peggioramento e aumenta il rischio di una catena di eventi caratteristici della disinformazione. Uno dei rischi che ne consegue è proprio quello di determinare un eccesso di aspettative, magari innescate da forme non autentiche e fin anche truffaldine di pubblicità e di pseudoinformazione scientifica divulgativa, che portano alla richiesta del secondo parere, il cui rischio è però di generare ulteriori illusioni, assecondando la speranza dei malati verso traguardi di guarigione del tutto privi di concreta realtà. @vanessaseffer Da Off - IlGiornale.it  
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Medici, professionalità all’abbandono, parla Magi

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Medici, professionalità all’abbandono, parla MagiLa frequenza delle aggressioni che i medici e gli operatori sanitari subiscono descrive un fenomeno ormai cronicizzato. Il numero delle violenze fisiche, verbali e morali rappresenta una vera e propria emergenza sociale cui non si riesce a fare fronte. Una grande sfida per la tutela dei camici bianchi, ma anche per la sicurezza dei cittadini. Ne parliamo con il dottor Antonio Magi, presidente dell’Ordine provinciale dei Medici-chirurghi e odontoiatri di Roma. Cosa si può fare perché i medici non siano lasciati soli? Qualcosa come Ordine abbiamo fatto. Ho da tempo convocato tutti i direttori generali delle aziende ospedaliere, le direzioni sanitarie e l’assessore alla Sanità. Sono venuti da noi all’Ordine dei medici per discutere sul da farsi riguardo alle aggressioni. Ho fatto vedere loro i numeri raccolti tramite Inail. Quindi i casi denunciati, che sono la punta dell’iceberg, perché la maggior parte, non vengono denunciati se non ci sono situazioni davvero eclatanti. È stato istituito un tavolo di confronto fra Osservatorio nel Lazio, dove operano i responsabili di tutte le aziende compreso i Risk management e l’Ordine dei medici. Abbiamo già prodotto un documento con ciò che questo tavolo deve monitorare, con i primi numeri che abbiamo a disposizione. Con delle raccomandazioni date alle aziende di attivare determinati percorsi quali l’accoglienza, il controllo dei locali, alcune attività, il personale, il lavoro in gruppo specie in alcune fasce orarie, quali sono in caso di aggressione gli atteggiamenti da tenere mentre il personale svolge la sua attività, come capire i segnali prima di una aggressione. Abbiamo già messo in moto questi meccanismi. Inoltre, ho partecipato ad alcuni interventi alla Camera dei deputati per quanto riguarda la norma di legge e sensibilizzato la ministra della Salute Giulia Grillo che è venuta all’Ordine dei medici di Roma, dove è iscritta, che ha fatto la proposta sulla violenza agli operatori sanitari e dove sono stati presentati altri due disegni di legge, uno presentato da Fratelli d’Italia e l’altro dalla sinistra sempre sullo stesso tema. Come può la categoria medica riconquistare la fiducia della popolazione? Questo è l’altro problema. L’operatore durante il servizio non è un pubblico ufficiale. Le aziende ad oggi hanno sempre lasciato i medici da soli, abbandonati a se stessi. Con la procedura d’ufficio invece si supererebbe. Per cui noi abbiamo chiesto questo accorgimento e devo dire che nella prima stesura dell’Osservatorio della Regione Lazio si consiglia alle aziende di stare vicino al medico in fase di querela. Se il medico venisse riconosciuto come pubblico ufficiale ci sarebbero una serie di oneri per lui. Infatti, noi non vogliamo che sia definito tale in senso stretto, ma che nell’ambito della legge ci sia la possibilità di procedere lo stesso d’ufficio, indipendentemente dalla figura dell’operatore, in modo tale da far emergere tutto quello che noi oggi non vediamo, perché ci sono vari tipi di violenza, verbale, fisica, minacce, insulti, percosse, omicidio. Poi ci sono le donne che hanno paura di svolgere la loro attività professionale in luoghi più sperduti e limitrofi. Perché un’azienda sanitaria non si pone la domanda di mettere una donna in condizione di lavorare in sicurezza? Le strutture devono essere vigilate e i turni controllati, non c’è dubbio. Addirittura, nel Friuli Venezia Giulia c’è stata l’iniziativa degli alpini che autonomamente si sono resi disponibili a scortare i medici, sia donne che uomini, nel momento in cui vanno a svolgere le loro attività e poi rimangono di guardia. Questo è stato un segnale forte. Noi abbiamo chiesto al Prefetto di Roma e ad altri di mettere dei posti di protezione nei Pronto Soccorso, di vigilare in alcune strutture in particolare. Una volta c’erano. C’erano una volta e poi sono venute meno per mancanza di personale, è un problema nazionale. Lei confida che ci sia una soluzione a queste problematiche oppure ci stiamo avviando verso una lenta china? Se stiamo con il fiato sul collo penso di sì. Perché a parte i medici che subiscono la violenza e gli operatori, anche i pazienti vengono danneggiati se i medici non sono sereni nello svolgimento della loro attività. Per cui è un problema grosso che bisogna assolutamente risolvere. È però uno dei tanti problemi che ha la sanità in questo momento. Quindi fa parte di una di quelle cose che vanno a tutela del cittadino. Bisogna isolare certi soggetti. È anche questione di educazione civica che manca, perché non c’è solo la carenza nelle strutture sanitarie, c’è carenza anche nelle scuole, professori picchiati, nei campi da gioco del calcio, guardi gli arbitri; negli autobus, nei taxi. Si vive un grandissimo momento di inciviltà. In più, dobbiamo recuperare quel rapporto fiduciario e questo dipende un po’ da tutti quanti, dai media, dall’aggressività di certi avvocati scorretti, medici che non sanno comunicare con i pazienti, che non sanno cos’è l’empatia nel tempo di cura, perché ciascun paziente ha diritto al suo tempo nella cura. Queste sono cose che camminano insieme e vanno superate tutte quante. Questo mea culpa mi piace. Un mea culpa relativo, perché c’è qualcuno che non sa comunicare e quello è un problema proprio personale ma bisogna anche considerare che abbiamo attualmente un personale molto ridotto e si lavora sempre in emergenza e si andrà sempre a peggiorare per mancanza di specialità che vedremo sempre meno nel panorama sanitario del Paese da oggi a venire. C’è un collega che mi diceva giorni fa “O faccio un politrauma o un’emorragia, sono da solo e devo decidere da chi devo andare”. Certe volte ho dei colleghi che si trovano in situazioni terribili come questo e allora alla faccia della comunicazione! Bisogna invece dare il tempo necessario al professionista per cui ci si possa dedicare al paziente senza stress. Col fatto del turnover, col fatto che non assumono più nessuno, la cosa si sta esasperando sempre di più. Bisogna risolvere il problema. Poi c’è la parte burocratica che crea ostacoli quotidianamente, il paziente fa la fila per ore allo sportello e poi arriva dal medico già frustrato. C’è carenza dei medici perché c’è un grosso problema con le specializzazioni? Manca una programmazione corretta per il percorso che i medici devono chiudere non con la laurea, ma con la specializzazione. In Italia non programmiamo mai nulla come in tutte le cose e così tanti vanno via a lavorare all’estero, anche per il blocco del turnover, dopo che a spese nostre abbiamo specializzato queste persone andiamo a coprire errori fatti da altri in altri Paesi con le nostre risorse finanziate da noi. Ogni specializzato ci costa circa 400mila euro con soldi pubblici nostri. Alcune specialità vanno anche deserte perché a rischio professionale molto elevato, come ortopedia, ginecologia, anestesia, chirurgia. Per cui bisogna dire che in Italia, come in Polonia e Messico, c’è la penalizzazione del medico. Se sparo a una persona per strada o faccio un errore medico è la stessa cosa nel penale. O creiamo un meccanismo differente e allora creiamo un supporto per i colleghi oppure non so come andrà a finire. Perché un errore può accadere, l’importante che non sia dovuto a negligenza, imperizia. Anche l’apertura a tutti senza il numero chiuso della facoltà di Medicina, senza una programmazione delle specializzazioni, diventa un problema enorme per due motivi: le borse non sono sufficienti, tanti colleghi si laureerebbero ma non possono entrare nel mondo del lavoro, perché non si potrebbero specializzare. Poi perdiamo ogni anno una città grande come Parma come numero di nascite e nessuno ne parla. E quindi se si aprono i numeri chiusi delle università, succederà che poi il medico per vivere si dovrà inventare una malattia. Ci vuole un numero anche lì programmato, comprendendo quali sono le esigenze del territorio. @vanessaseffer
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