Vanessa Seffer

Vanessa Seffer

Il Numero Unico 112, questo sconosciuto (seconda parte)

Il Numero Unico 112, questo sconosciuto (seconda parte)Di seguito la seconda e ultima parte dell’intervista a Livio De Angelis, direttore generale del Numero Unico d’Emergenza (Nue) 112.

Dagli 8 ai 21 secondi il tempo di risposta. La resa degli operatori del Nue 112 di Roma e provincia oggi è ottimizzata, hanno preso la mano e il servizio è eccellente. I problemi che creano più caos sono gli eventi atmosferici e gli incendi, perché arrivano migliaia di telefonate in un arco di tempo ridotto, quando il senso civico supera l’“evento noto”, allora per salvaguardare chi realmente durante quell’evento è in pericolo si procede con il filtro laico.

“Le soluzioni tecniche per fare una centrale operativa del 112 sono poche, tre al massimo: noi abbiamo scelto quella del ‘filtro laico’ – ci spiega il direttore generale del Nue 112, Livio De Angelis – chi risponde qui non è un poliziotto, un infermiere, un carabiniere, ma un operatore laico. Che poi però è diventato una figura professionale ben chiara come operatore del 112. Ma quando si è inventato il termine si è voluto qualcuno che non fosse un professionista dell’emergenza. Lui risponde e filtra le informazioni anagrafiche e geografiche, poi la rimanente intervista viene portata avanti nel secondo step che avviene dalla centrale operativa del 118”.

Se arriva una chiamata di cui si identifica il numero e poi cade la linea, l’operatore del 112 richiama. Per procedura fa cinque squilli, deve accertarsi che la chiamata non fosse per un soccorso che non si è stati in grado di richiedere. Esiste un’app, facilmente scaricabile dagli smartphone, che permette di effettuare una chiamata anche muta e di inviare la posizione esatta di chi chiama alla centrale del Nue. Facilmente utilizzabile da utenti non udenti e non vedenti e in 5 lingue: inglese, spagnolo, arabo, cinese e russo.

In occasione dei mondiali di calcio di Italia ’90 fu istituito il numero 118 per chiamare il soccorso di un’ambulanza. Prima si chiamava un numero urbano a pagamento. Nel 2010 è stato inaugurato il primo centro italiano del 112 a Varese. Di seguito nel 2012 hanno aperto il Nue 112 di Milano e Brescia. Nel 2015, in occasione del Giubileo della Misericordia si è inaugurato il Nue 112 di Roma. Solo nella sede di Roma, dalla sua apertura ad oggi sono state ricevute 8 milioni di chiamate di soccorso. Una media giornaliera di 8mila chiamate, perlopiù richieste per emergenza sanitaria, a seguire chiamate per la polizia di Stato e poi per i carabinieri. Tempo medio di attesa 16 secondi.

Oltre al concorso per i nuovi 115 operatori, altri due progetti sono in corso d’opera: la realizzazione di una seconda base operativa per coprire tutto il territorio laziale e la realizzazione della Cur Nue 112 di Roma CeR (eCall Ready), per recepire le chiamate di soccorso in automatico direttamente dalle autovetture di nuova generazione in caso di incidente. E infine un’altra grande scommessa del dottor De Angelis: “Abbiamo in atto l’implementazione di alcune nuove procedure per la creazione di un registro di utenti con necessità di home-care multidisciplinare e relative procedure di intervento se necessario – conclude De Angelis – l’integrazione del sistema Nue 112 nel Protocollo nazionale di ricerca persone scomparse e infine procedure per la gestione di utenti protetti, violenze di genere, gestori di servizi pubblici, ecc.”.

@vanessaseffer

Il numero unico 112, questo sconosciuto

Il numero unico 112, questo sconosciutoIl modello europeo del Numero Unico d’Emergenza (Nue) 112 ha preso come esempio il numero unico d’emergenza vigente negli Stati Uniti d’America, il 911 (definito nove-uno-uno). Nel 1991, l’Unione europea ha deciso di istituire un numero unico per tutti gli stati membri e nel 2004 ha stabilito che entro il 2008 il Nue 112 avrebbe dovuto essere esteso a tutti i Paesi membri dell’Ue. Molti Paesi si sono adeguati praticamente subito alla normativa; l’Italia invece non si è adeguata alla direttiva dell’Unione europea nei tempi previsti e per questo motivo è stata sanzionata.

Una comodità notevole per chi viaggia, dato che in questo modo non bisogna conoscere i numeri dei diversi Paesi. Nel caso in cui il Paese in cui ci si trova preveda un numero di emergenza diverso dal 112, la chiamata è automaticamente reindirizzata. La sua introduzione da noi ha comportato molte polemiche e preoccupazioni infondate sul suo funzionamento.

Il numero 112, che si può comporre gratuitamente anche senza sbloccare il cellulare, quindi senza inserire il codice Pin del telefono, o quando il credito del telefono è esaurito e addirittura anche senza avere la sim card inserita (perché numero riconosciuto da tutte le reti gsm europee), sostituisce il numero 112 dei carabinieri, il 113 della Polizia di Stato, il 115 dei Vigili del fuoco e il 118 del Soccorso sanitario, e a breve si collegherà anche la Guardia costiera. Tutte le chiamate vengono filtrate e reindirizzate dalla centrale unica di emergenza del 112 che risponde ai cittadini analizzandone le richieste, le smista alla centrale di competenza dopo aver identificato il numero del chiamante, averlo geolocalizzato, averne classificato l’emergenza, raccolto tutte le informazioni rilevanti (il tipo di soccorso, l’indirizzo preciso), registrato i dati raccolti su una scheda contatto, inoltrato la chiamata all’ente competente in base alla tipologia del soccorso, inviando allo stesso via pc la scheda con i dati raccolti, cosicché l’operatore della Centrale Unica di Risposta (Cur), che risponderà entro pochi secondi, leggerà i dati e avrà già un quadro della situazione e potrà procedere con l’invio del soccorso, una procedura che evita si crei un imbuto.

Fondamentali i tempi di risposta alla chiamata e di presa in carico della stessa da parte della Sala operativa, anche multilingue (20 lingue straniere), grazie ad una convenzione con una centrale di interpretariato, che consente di dare assistenza anche persone di lingua straniera attraverso un sistema di conferenza a tre, tra l’operatore, l’interprete e l’utente.

La centrale del 112 di Roma, che copre anche tutta la provincia, tiene un resoconto completo dei tempi di risposta e 21 secondi sono il tempo più lungo registrato. Tutto questo con una forte carenza di personale che sta per essere colmata. In arrivo 115 operatori attraverso un concorso pubblico già bandito. Personale che verrà adeguatamente formato con un corso specifico della durata di un mese, suddiviso in tre sessioni: la parte teorica con esame finale per acquisire la conoscenza sulle procedure e la strumentazione, la capacità e l’esperienza per dare risposta immediata all’utente, infine l’atteggiamento, il comportamento che l’operatore deve assumere per svolgere la sua attività. Poi una parte dedicata all’addestramento pratico, per imparare l’uso del sistema. A seguire la sessione dedicata all’affiancamento, della durata di una settimana, con l’inserimento graduale nei turni di lavoro per finire alla gestione della chiamata diretta.

“Gli operatori vengono formati con un corso certificato a livello centrale dal Viminale – afferma fieramente il direttore regionale del Nue, Livio De Angelis (nella foto), medico chirurgo, che ha già diretto la centrale operativa Ares 118 – nessun operatore di sala operativa ha un corso nazionale certificato. Ogni regione ha un suo percorso. Per esempio, il 118 di Roma fa un corso formativo che è diverso da quello che si fa a Milano, mentre i nostri operatori hanno una formazione unificata, centrale, e qualunque operatore di 112 viene formato allo stesso modo in ogni regione d’Italia, questa è la novità, con un metodo che garantisce omogeneità di comportamento, che è il nostro obiettivo. Un servizio coerente su tutto il territorio, che non abbia troppe difformità fra le città italiane. La personalizzazione del territorio delle città va fatta, Roma per esempio non è Trento, ha esigenze diverse e merita procedure e istruzioni operative diverse, per le sue dimensioni e problematiche culturali, ma i percorsi di base devono avere linee guida comuni”.

Una media di 8mila chiamate al giorno, ma si arriva anche a 15mila chiamate, con dei picchi in orari particolari della giornata. Di solito in certe ore pomeridiane a fine giornata lavorativa i telefoni del 112 squillano di più a causa di incidenti stradali.

L’estate del 2017 è stata caratterizzata da un certo numero di incendi. In seguito alle numerose chiamate in arrivo nell’arco di pochi minuti, è stata sviluppata una procedura, quella del “filtro laico”. È stato fatto un accordo per la gestione degli incendi con i Vigili del fuoco che in caso di super flusso di chiamate, non riuscendo a rispondere in pochi secondi, lasciano gli operatori in coda perché impegnati in altre chiamate. Per evitare che l’operatore del Nue in coda resti neutralizzato congestionando tutta la base operativa, chi risponde pone delle domande precise ai chiamanti, dove in alcune situazioni codificate (poiché niente è lasciato al caso), se mille persone chiamano per denunciare lo stesso evento nel giro di un minuto, si escludono fatti di grave rilevanza che durante l’evento conosciuto si possano essere verificati, che ci siano feriti o pericoli di vita; poi si invia la scheda contatto direttamente alla centrale del 115 senza aspettare di parlare con i Vigili del fuoco. Diversamente, la fonia finirebbe con il bloccare la centrale Nue, poiché la risposta dura un certo numero di secondi.

(fine prima parte)

La medicina e il sogno di una notte di mezzo autunno

La medicina e il sogno di una notte di mezzo autunnoAutunno: una volta cascavano le foglie mentre oggi cascano direttamente gli alberi. Roma ne è piena, di foglie e anche di alberi caduti. In questi giorni passeggiando per le vie della Città Eterna, schivando l’immobile fiume di automobili, lo sguardo va ai tombini pieni di aghi di pino, sterpi e fogliame che marcisce indisturbato. Tombini ormai esausti e saturi, incapaci di accogliere ulteriori residui e liquami. Una pioggia, una ulteriore seppur lieve pioggerella comporterebbe l’intasarsi delle fognature e la trasformazione della città in una laguna.

Occorrerebbe intervenire, adottare un programma di manutenzione straordinaria delle strade, un grande progetto per una grande emergenza. E allora perché non i neo laureati in medicina a pulire le strade? Magari sotto l’auspicio del “ce lo chiede l’Europa”. Il ragionamento è semplice: ci sono troppi giovani medici neolaureati che non riescono ad entrare nelle scuole di specializzazione perché le borse di studio sono in numero inferiore sia ai laureati sia alle esigenze di una programmazione sbagliata. E non si possono mettere ulteriori borse di studio o adottare altri meccanismi di compensazione (formazione ospedaliera? Accesso in sovrannumero?) perché non si può fare, “ce lo chiede l’Europa”. E allora i nostri giovani laureati in medicina, in attesa di vincere un concorso di specialità, di fare il medico di medicina generale, andassero a togliere le foglie che ostruiscono i tombini. Così il nostro Paese potrà continuare ad accogliere flussi continui di immigrati, cui daremo vitto e alloggio e magari l’argent de poche cui li abbiamo abituati e saranno liberi di stazionare nelle nostre strade, finalmente pulite, di usare i loro telefonini per chiamare i loro congiunti in Paesi lontani e magari soffrire di meno per la lontananza.

Non come i nostri giovani laureati in medicina, disoccupati e senza serie prospettive future, che invece la sera possono tornarsene nelle loro comode casette e continuare a vivere coi propri genitori. Basta con questi privilegi: attendiamo fiduciosi la prossima invasione di ortopedici, pediatri, anestesisti, chirurghi, ginecologi immigrati, li importeremo da chissà dove, con chissà che preparazione. Loro si che sono le risorse del nostro Paese, i nostri giovani medici saranno le risorse di altri Paesi, che ci ringrazieranno solo per averli formati come si deve e a spese nostre, per poi regalarli a loro.

“Buongiorno, facciamo colazione?”. Ma allora era solo un sogno! I tombini non sono ostruiti, gli immigrati sono occupati in attività socialmente utili, i nostri giovani laureati in medicina possono tutti accedere alle scuole di specializzazione e tamponare la voragine di personale ormai aperta nel Servizio sanitario nazionale. E nell’immediato futuro non mancheranno specialisti nei nostri ospedali. Magari mancheranno i malati, ma questo è un altro sogno.

@vanessaseffer

Violenze contro i medici, parla Spandonaro

Violenze contro i medici, parla Spandonaro L’attitudine dell’uomo è quella di ammalarsi. Presto o tardi, ciascuno di noi ha a che fare con un medico, un Pronto soccorso o una guardia medica. Una delle poche certezze che ha il cittadino italiano è quella di trovare nel nostro Paese un Pronto soccorso aperto 24 ore su 24. Qui vengono prestate le prime cure a tutti i casi di urgenza ed emergenza gratuitamente con spazi dedicati alla breve osservazione. I numerosi casi di violenza contro i medici e gli operatori sanitari segnalati in questi ultimi mesi hanno dato vita a un nuovo fenomeno sociale. Molti medici, infatti, temono le reazioni dei pazienti. Un problema che va affrontato da varie sfaccettature. Pertanto questo argomento merita un adeguato approfondimento con Federico Spandonaro, professore di Economia e Management sanitario presso l’Università di Tor Vergata e presidente di “Crea Sanità”, il Consorzio per la Ricerca economica applicata in sanità, per avere un punto di vista tecnico e per spiegarci come migliorare l’immagine della sanità italiana, essendo una delle migliori al mondo, agli occhi del cittadino italiano.

Professore, cosa ne pensa di quanto accade ormai quasi quotidianamente in Italia a danno dei nostri medici e dei nostri operatori sanitari?

A volte ci si dimentica delle “dimensioni” del fenomeno Sanità; quasi tutti gli italiani hanno avuto almeno una volta un contatto con il Sistema sanitario nazionale, altri decine se non centinaia di contatti. Gli operatori della sanità sono circa un milione fra diretti e indiretti. Stiamo parlando di una grossa percentuale della società. È chiaro che se io applico dei tassi di devianza, che saranno quelli medi della società italiana, verrà fuori un numero di problemi molto rilevante. Le truffe nella sanità? Su un milione di dipendenti, facendo una media con la devianza che c’è in Italia, scopriamo che qualche migliaio di potenziali disonesti si annidano anche là. Prima di dire che ci sono delle acuzie, dico sempre che bisogna guardare alle “dimensioni”.

Viene meno il patto fra il medico e il cittadino/paziente, viene messa in discussione la “mission” del medico.

Il nostro Sistema sanitario nazionale (Ssn) è uno dei più efficienti al mondo, uno dei migliori nel dare i risultati. Quello su cui siamo carenti, e lo sanno tutti, è l’organizzazione. Le persone si esasperano perché stanno ore ad aspettare senza che nessuno dica loro cosa sta succedendo. Questa è la parte dove si può migliorare. Una buona prestazione clinica è la prima cosa, ma bisogna dare anche un servizio adeguato agli anni che viviamo. Oggi si paga per avere servizi e ciò significa avere la giusta diagnosi, la giusta terapia, ma anche non far sentire l’utente abbandonato.

Quindi nel nostro sistema c’è qualcosa che non va?

Si parla sempre delle liste d’attesa. Basta vedere com’è un ospedale italiano fra le 8 del mattino e le 13.

Perché c’è una differenza enorme fra nord e sud del Paese?

Non brilla nessuno dal punto di vista delle attese. Di contro, il cittadino è convinto di avere diritto a tutto senza mai prendersi nessuna responsabilità.

I master che lei organizza nel campo dell’economia, della politica e del management sanitario si tengono in aule stracolme anche di direttori generali, direttori sanitari e amministrativi di aziende sanitarie. Il pesce puzza sempre dalla testa professore, se una di queste figure non funziona tutto il sistema va a rotoli. È così?

Sicuramente, ma è anche vero che noi abbiamo fatto dei cambiamenti epocali. Chi ha mai formato i clinici a usare l’informatica, e così tutti gli altri? Abbiamo fatto una rivoluzione introducendo strumenti di controllo di gestione. Quando avevamo un apparato amministrativo che aveva una cultura di tipo umanistico venivano tutti da Giurisprudenza, dal Diritto amministrativo, le cose erano facilitate nell’apprendimento sia per noi docenti che per i discenti. Adesso, come è noto, le cose sono cambiate e non posso dire in meglio. Questo rende la vita difficile a noi che ci adoperiamo nell’interesse comune e a chi cerca di avvalersi dei nostri sforzi. Di nuovo c’è una carenza di formazione per cui è vero che il pesce puzza sempre dalla testa, ma è vero anche che la testa non ha avuto il tempo o le risorse per formarsi adeguatamente.

Quindi c’è un problema politico? A pretesto del debito pubblico, argomento che viene ignorato quando gli uomini di potere hanno interesse a farlo, la formazione e la sanità sono i settori che hanno patito di più i tagli nei finanziamenti, sforbiciate mortificanti per gli operatori.

L’Italia negli ultimi anni ha fatto dei miracoli per le ragioni che tutti conosciamo, per il problema del debito pubblico. La sanità ha dato certamente il contributo più grande. Aver tagliato 30 miliardi dei fondi non vuol dire che questi siano diminuiti, vuol dire che non sono aumentati per 15 anni e se andiamo a vedere quella che era la previsione del 2008, oggi avremmo dovuto avere 30 miliardi di euro in più. Quindi c’è stato un taglio che è quello che ha permesso in larga misura di risanare i conti della sanità da una parte e non aggravare il debito pubblico; la sanità ha dato un contributo enorme a questa operazione e a tutte le leggi, anche a quelle più di riforma. Penso alla Balduzzi, che ha inciso fortemente in ambito sanitario coinvolgendo ogni categoria di lavoratori. Nell’incipit dice: “A parità di spesa…”. Ma come si fanno cambiamenti a parità di spesa? Solo nel libro dei sogni.

@vanessaseffer

Rapporto medico-paziente: l’intervista a Federico Gelli

Rapporto medico-paziente: l’intervista a Federico GelliÈ il medico più citato d’Italia perché la sua legge 8 marzo 2017 n. 24 ha cambiato le “Disposizioni in materia delle cure e della persona assistita nonché in materia della responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie”, così recita nell’incipit. Federico Gelli con la sua norma ha ridefinito il rapporto medico-paziente, permettendo ai professionisti di svolgere il loro lavoro con maggior serenità e garantendo ai pazienti maggior trasparenza ed eventuali risarcimenti in tempi brevi.

“Ho fatto quello che mi sentivo di fare – spiega Gelli – mettendoci tanta energia ed impegno. Gli avvocati la interpretano come una modifica normativa, ma non lo è. È soprattutto una scommessa culturale e devo dire che girando il Paese questo messaggio sta passando perché incontro moltissime persone, le sale sono sempre piene, e sono tantissime le tesi di laurea che vengono svolte su questa legge”.

I medici sono molto contenti di pagare un premio assicurativo più basso grazie a lei.

Il risultato importante è che garantiamo la certezza delle cure a tutti i cittadini del Paese, il sistema deve riorganizzarsi in modo da mettersi nell’ottica della prevenzione del rischio, che è la vera scommessa. Poi c’è la tutela dei professionisti, la diminuzione dei premi assicurativi, i risparmi sulla medicina difensiva. Ma la cosa più importante è la sicurezza delle cure e della persona assistita, poi della professione sanitaria, questo è l’obiettivo.

In Italia abbiamo una delle migliori sanità del mondo, ma noi tendiamo a sminuirla.

Sono stato a Lione recentemente a parlare ai francesi all’assemblea di Sham, la grande mutua pubblica francese, assicuratori in Italia e nel resto del mondo, e hanno apprezzato tantissimo. Hanno una legge simile alla mia varata nel 2002/2003 che ha bisogno di qualche aggiornamento e si volevano ispirare alla mia legge.

Nel nostro Paese si parla troppo spesso ultimamente di violenza nei confronti dei medici e degli operatori sanitari. Si stanno sollevando voci importanti, volevo sentire la sua su questo tema dal momento che da tanti anni si occupa per il suo partito di sicurezza e legalità e sapere secondo lei quando una violenza si può definire tale.

È molto difficile definire una violenza, chi svolge un’attività professionale front office, è più esposto a violenze verbali o purtroppo anche fisiche e psicologiche. Forse il primo lavoro da fare è proprio quello di censire, definire con certezza quando si tratta di violenza. Una delle proposte che mi sembrano più calzanti, e questo ragionamento potrebbe finire in un disegno di legge, porterebbe il medico e il lavoratore dipendente della struttura ospedaliera ad acquisire il titolo di pubblico ufficiale durante il periodo della sua attività lavorativa. Questo determinerebbe un inasprimento automatico delle pene nei confronti di coloro che si atteggiano in maniera violenta nei confronti degli operatori sanitari e nello stesso tempo darebbe un elemento di maggiore garanzia. Il pubblico ufficiale è colui che svolge per nome e per conto della collettività un servizio pubblico. Credo potrebbe essere una prima proposta concreta.

Il segretario nazionale della Cisl Medici, Biagio Papotto, ha proposto pochi giorni fa che le aziende sanitarie si costituiscano parte civile a protezione dei propri operatori sanitari aggrediti durante le ore di lavoro. Lei cosa ne pensa?

Penso sia un proposito positivo, anch’esso un aiuto concreto a favore dei medici e degli operatori. Credo che però la chiave risolutiva di questo fenomeno dev’essere affrontato in termini di modelli organizzativi e di percorsi tutelati. Questo fenomeno ha avuto un incremento soprattutto negli ultimi tempi per un aumento molto alto delle patologie psichiatriche e del diminuito ruolo e delle grandi difficoltà delle strutture sanitarie psichiatriche che normalmente contenevano questi soggetti. Quindi ne abbiamo di più in libera circolazione sul territorio che si approcciano alle strutture sanitarie per i loro bisogni, solo che il loro approccio ovviamente, data la condizione psichiatrica è spesso problematico. Poi sicuramente è legato al fatto che spesso molti presìdi sanitari sono isolati, in condizioni particolari ed essendo insicuri possono tentare un malintenzionato, soprattutto nei confronti di operatori femminili, medici donne, medici di guardia. Allora la prima cosa da fare è ripensare, e lo dico come responsabile di Federsanità Anci sul tema del rischio in sanità, ai nostri percorsi e ai nostri modelli organizzativi delle strutture sanitarie. Soprattutto gli accessi ai pronto soccorso, ai luoghi di primo intervento, agli ambulatori, devono guardare non solo ad una capacità di risposta immediata ai cittadini alle loro domande, al triage, devono anche pensare che tra quei cittadini ci può essere anche un malintenzionato. Quindi ci vuole un sistema che possa prevedere un percorso di sicurezza dove il cittadino venga veicolato, passando da un meccanismo di garanzia e di tutela. Credo sia questa la scommessa da fare, quindi quando andiamo a disegnare i nostri spazi sanitari dovremmo avere un occhio di riguardo soprattutto per alcune situazioni, ovviamente non sto parlando delle grandi strutture dove ci sono decine di professionisti, sistemi di vigilanza, ma rifletto sull’ambulatorio del medico di guardia posto in un distretto isolato. Riassumendo: pubblico ufficiale per l’inasprimento delle pene, l’azienda che si costituisce parte civile e l’idea di un modello organizzativo che tenga conto dei percorsi di sicurezza per gli operatori specie dislocati in territori remoti, per risolvere secondo me il problema della violenza contro i medici e gli operatori della salute.

Il dottor Gelli è attualmente impegnato anche per gli eventi legati ai quarant’anni della Legge Basaglia che chiuse i manicomi in Italia, per vedere cosa resta della legge. Si parla di circa 20 milioni di cittadini curati fuori dai manicomi come accennava lui stesso del resto, con poche risorse e con strutture in grandissime difficoltà.

@vanessaseffer

Focus sulle violenze a carico degli operatori sanitari

Focus sulle violenze a carico degli operatori sanitariNon si fermano i casi di aggressione negli ospedali. L’ultimo episodio lo scorso fine settimana a Civitavecchia: a farne le spese è stato un infermiere aggredito da un paziente in crisi di astinenza da alcool.

Abbiamo chiesto alla dottoressa Tiziana Frittelli, direttore generale del Policlinico di Tor Vergata e presidente di Federsanità Anci, cosa ne pensa della proposta lanciata dal segretario della Cisl Medici Nazionale, Biagio Papotto, di costituirsi parte civile come azienda interessata qualora un dipendente restasse coinvolto in un episodio di violenza durante l’orario di lavoro.

Sono molto d’accordo – ha dichiarato la Frittelli – giuridicamente trovo la proposta molto corretta. Qualunque datore di lavoro veda lesionato il proprio patrimonio più importante, i suoi dipendenti, a prescindere da qualunque altra valutazione etica, può e deve intervenire contro chi ha commesso un atto così vile. All’interno dell’azienda lo scorso anno abbiamo speso 200mila euro per fare dei lavori in Pronto soccorso su segnalazione del nostro risk manager insieme al responsabile per la prevenzione della sicurezza, che ha monitorato tutti gli episodi di violenza intervenuti all’interno dell’azienda; abbiamo notato che uno dei punti deboli era che gli operatori più all’esterno fossero poco protetti e sono stati effettuati dei lavori per metterli in sicurezza. Stiamo inoltre facendo un corso di formazione di difesa personale per i nostri operatori, finalizzato a riconoscere i comportamenti aggressivi e a gestire in sicurezza i comportamenti a rischio. Ho anche istituito una “Unità di benessere psicofisico” diretta da uno psichiatra, che coinvolge altri professionisti per supportare i nostri operatori, anche per il benessere organizzativo.

Come affronta questo stesso tema come presidente di Federsanità?

Con molto impegno. Da sempre mi angoscia la frattura culturale che si sta creando fra il settore pubblico della salute e il cittadino. Sono davvero orgogliosa di lavorare nel nostro sistema salute, che è sicuramente tra i migliori del mondo in termini di risultati rispetto alle risorse utilizzate; ma nonostante questo si è creata questa frattura, che è solamente culturale e incomprensibile. Perché si picchia un medico o un operatore sanitario? Negli ultimi cinquant’anni, una figura sacra come quella del medico, cui ci si rivolgeva come uno dei riferimenti fondamentali della comunità, sembra venuta meno. Oggi la pubblicità parla solo di risarcimenti e malasanità, pagata però dal fondo sanitario che serve per le stesse cure. Morale della favola: l’investimento in comunicazione tra operatori sanitari e cittadini/utenti del servizio mira a dare informazioni sbagliate. Come Federsanità siamo in attesa di una ricognizione che abbiamo chiesto a tutte le nostre aziende associate sui fenomeni di aggressione per prevenirle e per supportare le aziende stesse con una politica comune. Stiamo progettando una iniziativa molto forte a tal riguardo.

Che differenza c’è tra violenza fisica e violenza verbale?

La violenza fisica va da sé che è molto grave, ma quella verbale non è meno grave e a volte non ha un minore impatto. Immagini un ospedale come quello che dirigo che si trova in una zona molto degradata socialmente, seppure parliamo di una struttura bellissima, ben tenuta. Se qualcuno ci guarda male insinua talvolta dei dubbi. In ambito professionale avere su di sé la rabbia, il rancore, la sfiducia, la violenza morale e verbale provoca spesso un irrigidimento in alcuni operatori tale da innescare una spirale che bisogna bloccare prima. Bisogna quindi parlare di buona sanità. I media pongono l’accento in prevalenza sui fatti negativi, mai sul fatto che noi curiamo gratuitamente anche l’ultimo arrivato fra gli extracomunitari. In questo Paese, magari in ritardo, ma tutti si curano. Abbiamo ancora molto da raschiare a livello di ottimizzazione di sprechi, ma nessuno dice mai che in questo Paese c’è un’evasione fiscale tale per cui soltanto una quota fra il 50 e il 60 per cento della popolazione si autogestisce la quota a carico, mentre gli altri stanno a carico di quella parte di popolazione che paga le tasse. Oggi nelle orecchie del cittadino non c’è la percezione di un sistema che è fra i migliori al mondo, che ha portato l’aspettativa di vita media a 82 anni, che il Pronto soccorso è sempre aperto 24 ore su 24 anche quando la richiesta è inappropriata. Non c’è questa percezione. L’idea è solo quella che c’è la malasanità. Allora dobbiamo essere coesi, perché in ballo c’è un servizio fra i migliori del Paese, che è un biglietto da visita.

Perché c’è differenza fra Nord e Sud del paese nella Sanità?

Perché al Sud c’è meno controllo sociale. Perché è la parte del Paese più allo sbando, con molti più problemi, più evasione fiscale se possibile, e dove il rispetto delle regole è più basso.

Il Policlinico Tor Vergata ha 500 posti letto. Il primo luglio del 2014, quando la Frittelli vi ha preso servizio come direttore generale, ha trovato un’azienda con un deficit di meno 73 milioni e il 2017 chiuderà verosimilmente con meno 37 milioni. Spendono meno e producono di più, che in un’azienda è ciò che conta.

@vanessaseffer

 

Violenze contro gli operatori sanitari: l’intervista a Papotto (Cisl Medici)

Violenze contro gli operatori sanitari: l’intervista a Papotto (Cisl Medici)Perché rischiare la vita per curare? “Ogni aggressione fisica, comportamento minaccioso o abuso verbale che si verifica sul posto di lavoro è considerato un problema di salute pubblica nel mondo” secondo il National Institute of Occupational Safety and Health. Una cosa che accomuna tutti i Paesi del mondo su questo tema è il fatto che spesso la maggior parte degli avvenimenti di violenza (l’85 per cento delle volte) non viene denunciata da chi li subisce, più che altro per paura, a meno che non vi siano lesioni a documentare i fatti. C’è poi l’annosa questione sulla definizione di cosa o come definire una violenza o “quando” la si possa definire tale, vivendo spesso in una situazione ambientale che propende a sminuire, tesa ad assolvere o, peggio, incapace di riconoscere certi abusi. L’invito è a non minimizzare. Il primo capitale delle Istituzioni è il capitale umano.

Durante il convegno della Cisl Medici, dal titolo “Il benessere lavorativo, definizione e percorsi” svoltosi a Napoli lo scorso fine settimana, il segretario nazionale della Cisl Medici, dottor Biagio Papotto, ha pronunciato parole decise e molto significative sul tema della violenza contro gli operatori sanitari. La categoria più vessata è quella infermieristica, perché più frequentemente a contatto col paziente; le donne medico sono particolarmente a rischio. I medici, è quanto emerso dalle interviste e dalle indagini sugli atti di violenza compiuti in molte città italiane da nord a sud, risultano maggiormente esposti ad atti di aggressione presso i servizi ambulatoriali, nelle guardie mediche, nei Pronto soccorsi o durante i servizi notturni a domicilio.

La violenza verbale interessa tutti gli attori che operano nella sanità: dagli insulti alle minacce, dalle intimidazioni allo stalking. Episodi di varia entità che hanno messo in crisi tutti gli operatori sanitari. Un problema che affonda le sue radici in gravissimi problemi culturali e sociali.

“Questa escalation di avvenimenti ha fatto in modo che noi della Cisl Medici prendessimo una posizione fortissima – ha detto il segretario nazionale Papotto – abbiamo scritto al ministro e abbiamo chiesto e ottenuto un tavolo permanente per quanto riguarda la sicurezza sul posto di lavoro. Abbiamo coinvolto la Fnomceo (Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri) e metteremo in mora i direttori generali che non provvederanno per tutto ciò che riguarda la sicurezza sui posti di lavoro, come telecamere, posti di polizia interni alle strutture, perché il medico che esce tutti i giorni da casa per salvare delle vite, certamente per questo non può perdere la sua. Una delle iniziative che prenderemo tempestivamente sarà che i direttori generali delle aziende sanitarie dovranno immediatamente costituirsi parte civile a fronte di episodi di violenza nei confronti degli operatori sanitari. Il pericolo è che il lavoratore aggredito venga abbandonato senza avere nessuno alle spalle, l’azienda che lo difenda o gli stessi sindacati”.

Alla domanda postagli se la Cisl Medici possa costituirsi parte civile essa stessa insieme all’azienda sanitaria di appartenenza dell’operatore sanitario da difendere, il dottor Papotto risponde: “Non so se il sindacato stesso possa farlo, per questo chiederò agli avvocati se sarà possibile studiare una formula, ma costringeremo le aziende a costituirsi parte civile, e se possiamo anche noi entrare attivamente nella difesa dei lavoratori lo faremo. Speriamo che il nuovo ministro appena insediatosi ci convochi in fretta e che poi predisponga una legge ad hoc a tutela degli operatori sanitari e dei medici in particolare”.

@vanessaseffer

Rems, presìdi sanitari o prigioni bianche? (seconda parte)

Rems, presìdi sanitari o prigioni bianche? (seconda parte)Nella Asl Roma 5 di Tivoli si è tenuto il primo tavolo italiano di discussione sulle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems), con la significativa partecipazione di una rappresentanza delle persone assistite nelle strutture, oltre che dei sindaci in rappresentanza della cittadinanza ospitante le strutture, degli operatori sanitari e aziendali, del Garante dei detenuti.

Per la prima volta ci si è seduti tutti insieme allo stesso tavolo per valutare le attività in corso e per discutere dei problemi da affrontare. Purtroppo a questo tavolo, per una problematica improvvisa, mancava la Procura che ha un ruolo importante in questa vicenda; non bisogna dimenticare inoltre che sebbene la riunione fosse in una Asl specifica, quella di Tivoli, nelle Rems ci vanno persone provenienti da ogni parte della regione. È importante la partecipazione degli organismi giudiziari, anche quelli che istruiscono i procedimenti, perché uno dei problemi più gravi è di lavorare sempre nella più stretta necessità. Abbiamo chiesto al Garante dei detenuti, Stefano Anastasìa (nella foto), presente alla riunione, una sua opinione sulla situazione obiettivamente anomala che vivono buona parte delle persone ospitate nelle Rems, molte delle quali ancora in attesa di una decisione definitiva da parte della magistratura sulle loro condizioni di salute mentale, sulla loro pericolosità sociale, come se fossero, diciamo, in una sorta di misura cautelare.

“È una situazione effettivamente anomala – spiega Anastasìa – rispetto alla quale c’è una difficoltà degli stessi operatori delle Rems ad avviare un piano terapeutico significativo, perché si tratta di persone che l’indomani potrebbero essere pienamente giudicate responsabili del fatto, tornare nell’istituto penitenziario, oppure addirittura essere prosciolte, assolte ed essere liberate, quindi questa è una difficoltà vera, che incide notevolmente sulla lista d’attesa, e su questo versante è importante una sensibilizzazione da parte della magistratura, quella che istruisce i procedimenti e decide sull’incapacità di intendere e di volere per evitare che troppo facilmente ci sia un’associazione tra malattia mentale e pericolosità sociale. Di fronte al presunto autore di reato che abbia problemi di salute mentale più o meno evidenti, la reazione in qualche modo immediata da parte degli organi giudiziari è quella di predisporre una misura cautelare, in questo modo le Rems si saturano facilmente”.

Ma è una mancanza di sensibilità governativa o degli organi giudiziari?

Secondo me è una preoccupazione da parte della magistratura che quando c’è un reato commesso da un presunto malato mentale ha come naturale propensione di mettere in qualche modo in sicurezza e sotto custodia queste persone e si ricorre con eccessiva facilità all’internamento nelle Rems, quindi è un problema culturale della magistratura; ma anche la società ha questi timori.

Ci sono poche Rems? Come si risolve il problema delle liste d’attesa?

Per un versante riducendo le persone indirizzate alle Rems, che sono immaginate dal legislatore come un’estrema ratio, quindi non tutti i malati di mente e gli autori di reato devono andarci. Bisogna avere una particolare pericolosità sociale, tale per cui non possono essere seguiti attraverso altre forme di cure e terapia o magari altre strutture. Qui si apre un altro versante: accanto alle Rems i dipartimenti di salute mentale devono in qualche modo sostenere una capacità di accoglienza da parte di residenze e strutture terapeutiche sul territorio che non necessariamente devono avere le caratteristiche delle Rems, cioè non necessariamente devono essere delle strutture chiuse. E’ chiaro che in assenza di questa capacità di presa in carico sul territorio tutto finisce sulle Rems e le Rems non reggono.

Perché al Nord non ci sono liste d’attesa?

Questo dipende da una diversa capacità di organizzazione dei servizi sul territorio. Non è che al Nord ci sia una maggiore capienza nelle Rems. La regione Lazio ha 91 posti in Rems sui 600 che ci sono in Italia, parliamo di una regione che non avendo 1/6 della popolazione italiana ha quasi 1/6 dei posti in Rems. Laddove ci sono servizi di salute mentale sul territorio che possono prendere in carico persone che abbiano commesso reati minori, seguirli e se necessario ospitarli in strutture terapeutiche territoriali, le Rems non si affollano. Viceversa, laddove il territorio non offre queste possibilità tutto viene rivolto alle strutture contenitive delle Rems. Si rischia di cadere dalla padella alla brace, in fondo gli ospedali giudiziari che sono stati chiusi erano questo. Se si vuole dare seguito a quella riforma bisogna essere capaci di costruire una capacità di presa in carico del territorio nel suo complesso, che riduca i tempi di permanenza per esempio in Rems. Quando gli operatori della Rems ritengono che il paziente sia maturo per lasciare la struttura in assenza di una struttura familiare solida, di una ospitalità, non si sa dove mandarle queste persone. Dopo 6 mesi-un anno si può rivalutare la pericolosità sociale e riconoscere che la persona può stare in una struttura residenziale terapeutica sul territorio, ma per far questo è necessario che il territorio sia attrezzato, accogliente.

Quanti incontri sono previsti, a quando il prossimo tavolo?

Non abbiamo uno scadenziario preciso, ma realisticamente quattro volte l’anno.

Tra i partecipanti al tavolo tecnico anche una rappresentanza dei pazienti. Si rendono conto dell’importanza data loro in questa circostanza?

Mi è sembrato che fossero ben consapevoli dell’importanza di questa partecipazione, che hanno utilizzato per rappresentare i problemi che hanno dentro. Ci hanno costretto ad ascoltare le loro problematiche di ordine pratico e organizzativo, della possibilità di svolgere attività di studio e di formazione al lavoro. Dopo aver superato i momenti di scompenso ritengono di dover superare anche queste sfide.

La riforma della chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) e la nascita delle Rems non si può esaurire in questo semplice cambiamento, da quei grandi istituti a queste piccole strutture. Ma comporta una diversa modalità di funzionamento di tutti i servizi di salute mentale. Il lavoro è molto lungo e va esteso a tutti i servizi di salute mentale, sul territorio, dentro gli istituti di pena, dentro le Rems. La riforma è a tutto campo, questa è la sfida che abbiamo davanti, con tutta la fatica del caso.

Per adesso il passo del “tavolo del dialogo” delle parti in causa, voluto dal Commissario straordinario della Asl Roma 5, Giuseppe Quintavalle, ha dato stimoli a una nuova forma di collaborazione che certamente porterà maggior chiarezza, obbligando ciascuno degli attori in campo a fare il suo lavoro, al meglio.

@vanessaseffer

Rems, presìdi sanitari o prigioni bianche? (prima parte)

Rems, presìdi sanitari o prigioni bianche? (prima parte)   Dal 2015, le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) hanno sostituito i vecchi ospedali psichiatrici giudiziari (Opg). Queste strutture sanitarie accolgono di fatto autori di reati molto gravi essendo affetti da disturbi mentali ed essendo conseguentemente socialmente pericolosi. La gestione interna delle Rems è di esclusiva competenza sanitaria, quindi delle Asl. Qui le persone vengono curate, non recluse, quindi si tratta di “pazienti”. Il tempo massimo di permanenza nella Rems non può essere superiore al massimo della pena prevista del reato del paziente. Qui, pertanto, dovrebbero intervenire in modo essenzialmente perfetto le parti in causa: i medici, la magistratura, la politica.

Nel Lazio ci sono cinque Rems: due a Palombara Sabina e una a Subiaco dipendenti dalla Asl Roma 5 di Tivoli; due a Pontecorvo e Ceccano dipendenti dalla Asl di Frosinone. 91 posti in tutto con 70 persone in lista d’attesa solo nel Lazio, 400 nel Paese, dal Lazio in giù.

“Questo dipende da tanti fattori – ci spiega il primario psichiatra dottor Giuseppe Nicolò, direttore del Dipartimento di Salute Mentale della Asl Roma 5 – la tempistica nelle Rems dipende in parte dal sanitario e in parte dal giudice. Il paziente rimane da noi 3-4 mesi, abbiamo un tempo di permanenza medio che supera di poco l’anno solare, una media di 380 giorni, oppure tempi molto prolungati che superano gli 800 giorni.

Mentre i pazienti sono in lista d’attesa, nel frattempo dove si trovano?

I pazienti in attesa di Rems sono un problema nazionale. Alcuni essendo stati giudicati incapaci non punibili non possono stare in carcere, ma alcuni sono reclusi. Magari qualcuno di questi mentre si trova in carcere può mettere in atto comportamenti suicidari e questo è un problema gravissimo oltre che una disgrazia, perché si trova in un posto dove non dovrebbe stare. Altri invece sono in libertà e questo crea un altro tipo di problema, perché la misura di sicurezza serve a proteggere la società solo dalle eventuali azioni criminose del soggetto che ha un disturbo mentale. Succede solo in alcuni casi che abbiamo disponibilità per qualche soggetto e che questo sia irrintracciabile. I tempi di attesa possono variare da alcuni mesi all’anno.

Queste strutture sanitarie accolgono persone affette da disturbi mentali gravi, socialmente pericolose. Autori di omicidi, anche efferati. Queste persone vanno curate e poi reinserite nella società, come scritto nella norma. Che vuol dire, che alcuni di questi pazienti spariscono?

Essendo a piede libero, alcuni di questi soggetti che non sono stati inseriti all’interno delle Rems possono darsi alla fuga. Eventi rari ma possono verificarsi. I pazienti che vengono da noi invece intraprendono un trattamento farmacologico, un trattamento riabilitativo e una riabilitazione in senso lavorativo. Così alcuni pazienti possono davvero reinserirsi in un ambito sociale. Ma la realtà vuole che circa il 62 per cento dei pazienti dimessi dalle Rems finiscono in strutture riabilitative meno intensive, come le comunità terapeutiche; ciò significa che quando la situazione è molto grave già aver ottenuto che il soggetto aderisca ad alcune regole e svolga una serie di attività quotidiane è un grosso risultato. Con molta onestà non possiamo pensare a una integrazione totale per questi pazienti con sintomi così gravi.

Come si svolge la vita all’interno di una Rems, i pazienti hanno spazi, uscite autorizzate, attività collettive?

Sì, i pazienti hanno uscite autorizzate due o tre volte alla settimana, fanno attività sportive in strutture vicine e hanno qualche permesso di tornare a casa dai familiari quando è possibile. Tanta psicoterapia, terapie di gruppo, valutazioni testologiche, riabilitazioni.

I cittadini in questo caso di Palombara Sabina o di Subiaco non sono dubbiosi o impauriti di avere queste presenze intorno?

Non è mai successo nulla, i nostri utenti sono ben curati e trattati. Poi ci muoviamo in condizioni di massima sicurezza avendoli osservati per un periodo di circa sei mesi, pertanto i rischi possono essere ritenuti gestibili. In tre anni di attività non abbiamo avuto alcun evento spiacevole.

Un punto fondamentale è anche l’accordo con la Prefettura di competenza nell’area dov’è ubicata la Rems per avere uno standard di sicurezza all’altezza.

Quando usciamo avvertiamo i carabinieri che ormai ci conoscono molto bene, però è fondamentale che le nostre uscite le facciamo da soli, nessuno ci dà la scorta perché sarebbe anti-terapeutico.

Quanti operatori avete, e sono altamente specializzati?

Ottantuno operatori nelle nostre tre strutture Rems, 27 operatori per ciascuna. I pazienti sono solo uomini, perché la normativa penitenziaria non prevede condizioni miste. Hanno tutti una ventina d’anni di storia psichiatrica complessa. Molti sono immigrati, o con bisogni complessi, per cui la situazione si complica perché servono mediatori culturali, o c’è necessità di darli in carico a più operatori che svolgono servizi diversi. I pazienti hanno un basso livello culturale nel senso che il livello di scolarità è molto basso, hanno anche invalidità, la gran parte è singolo o divorziato, hanno sviluppato una resistenza ai trattamenti.

Sarebbe stato opportuno seguire questo tipo di persone già anni prima?

Questo doveva essere già stato fatto, spesso vi è stato un fallimento di un progetto territoriale che non ha retto più di tanto.

Avete da poco costituito un tavolo tecnico, prima esperienza in Italia con il dottor Quintavalle, vostro commissario straordinario, che ama sperimentare.

Riproduce in piccola scala in una condizione diversa il tavolo che sta nelle carceri, che mette a confronto i vari attori di questo scenario: la Procura della Repubblica, il Garante dei detenuti, i sanitari, i sindaci in rappresentanza della popolazione e tutta una serie di componenti che ci possono aiutare a valutare a 360 gradi quale potrebbe essere la migliore offerta per questi pazienti.

@vanessaseffer

Parlamentari in salute

Parlamentari in saluteLa XVIII legislatura ha tagliato il nastro e non vediamo l’ora di vedere come cambierà il vento almeno per quanto riguarda la situazione della sanità. I disservizi del Sistema sanitario nazionale (Ssn) non sono mai diminuiti, anzi, al contrario, sono aumentati. Il Paese è sempre più spaccato, con un Nord dove gli ospedali sembrano funzionare meglio e un Sud dove perlopiù arrancano e in cui le liste d’attesa sono lunghissime e da accettare con rassegnazione, dove se ti dice bene per fare una tac possono passare tre anni.

Ma adesso che la sanità in Parlamento può contare su 59 veri professionisti della salute tra confermati e new entry possiamo pensare di sperare in miglioramenti e non in tagli, sprechi, commissariamenti o incarichi inventati. Possiamo augurarci, ad esempio, che la metà dei pasti delle corsie degli ospedali non finisca nell’immondizia o che il 40 per cento dei farmaci che abbiamo a casa non vada nella spazzatura perché scaduto, oppure che ci siano attese di mesi o anni per gli esami diagnostici.

Adesso abbiamo 37 medici, 8 farmacisti, 4 biologi, 4 psicologi, 2 fisioterapisti, 2 infermieri, un assistente sociale e un operatore sanitario che si occuperanno di legiferare per risolvere gli episodi di corruzione di cui è affetta la sanità nazionale e sappiano mettere ordine a tutto questo. Di questi, 35 siederanno alla Camera dei deputati e 24 al Senato. Il partito più rappresentativo è il Movimento 5 Stelle con 28 parlamentari nei due rami del Parlamento, a seguire Forza Italia con 10 rappresentanti, poi la Lega con 9 e il Partito Democratico con 6.

 

Camera dei deputati

 

I medici: Rossana Boldi (Lega); Fabiola Bologna (M5S); Mario Alejandro Borghese (Maie); Guido De Martini (Lega); Graziano Delrio (Pd); Paolo Ficara (M5S); Giulia Grillo (M5S); Nicola Grimaldi (M5S); Marco Marin (FI); Rosa Menga (M5S); Silvana Nappi (M5S); Nicola Provenza (M5S); Paolo Russo (FI); Doriana Sarli (M5S); Paolo Siani (Pd); Giorgio Trizzino (M5S); Manuel Tuzi (M5S); Leda Volpi (M5S); Alberto Zolezzi (M5S).

I farmacisti: Roberto Bagnasco (FI); Giuseppe Chiazzese (M5S); Marcello Gemmato (FdI); Caterina Licatini (M5S); Andrea Mandelli (FI); Carlo Piastra (Lega);

Altre professioni sanitarie: Massimo Enrico Baroni (M5S), psicologo; Maria Teresa Bellucci, (FdI) psicologa; Elena Carnevali (Pd), fisioterapista; Andrea Cecconi (M5S), infermiere; Giuseppe D’Ambrosio (M5S), fisioterapista; Ilaria Fontana (M5S), biologa; Elena Lucchini (Lega), biologa; Stefania Mammì (M5S), infermiera; Francesca Troiano, (M5S) psicologa; Lorenzo Viviani (Lega), biologo.

 

Senato della Repubblica

 

I medici: Antonio Barboni (FI); Paola Binetti (Ncl); Caterina Biti (Pd); Roberto Calderoli (Lega); Maria Domenica Castellone (M5S); Luigi Di Marzio (M5S); Emilio Floris (FI); Albert Laniece (Autonomie-Psi-Maie); Giuseppe Mangialavori (FI); Gaspare Antonio Marinello (M5S); Raffaele Mautone (M5S); Pino Pisani (M5S); Gianni Pittella (Pd); Maria Rizzotti (FI); Rosellina Sbrana (Lega); Marco Siclari (FI); Pierpaolo Sileri (M5S); Laura Stabile (Forza Italia).

I farmacisti: Elena Cattaneo (Maie); Gianfranco Rufa (Lega).

Altre professioni sanitarie: Elena Fattori (M5S), biologa; Laura Garavini (Pd), assistente sociale; Barbara Guidolin (M5S), operatore socio-sanitario); Raffaella Fiormaria Marin (Lega), psicologa.

Cinquantanove politici che finalmente sappiano che costo abbia un ago nel Lazio, in Campania, in Lombardia o in Sicilia, quanto un lettino operatorio e a quanto ammonta lo smaltimento dei rifiuti ospedalieri. Diamo loro il tempo di ambientarsi, perché nessuno è mai disposto ad aprire bocca e a rispondere su questi temi.

 

@vanessaseffer