Reggio C., Genovese risponde a Gratteri

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Duro scontro fra l’Unione delle Camere penali italiane (Ucpi) e il magistrato di Gerace, che pochi giorni fa ha rilasciato un’intervista a Linkiesta sostenendo che nel Tribunale di Reggio Calabria i mafiosi sostano delle ore, quindi “hanno il tempo di incontrarsi, parlare, fare affari, trasmettere attraverso gli avvocati messaggi di morte o richieste di mazzette, minacciare i testimoni”. Sono le parole del procuratore aggiunto Nicola Gratteri, mancato ministro della Giustizia (a bocciarlo fu l’ex Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano), ma recuperato da Matteo Renzi che lo ha posto a capo della Commissione per la revisione della normativa antimafia. L’Ucpi ha inviato immediatamente un documento di protesta al ministro della Giustizia Andrea Orlando, alla Procura Generale presso la Corte di Cassazione, al Csm e all’Anm, “certi di un riscontro atteso come atto dovuto”.

A sollevare la vicenda è stata la Camera Penale di Reggio Calabria, rilevando che il procuratore Gratteri, in una intervista rilasciata al giornale on-line il 17 febbraio scorso, “dopo aver definito l’Onu come il posto degli sfigati si è soffermato sul fenomeno della criminalità organizzata, e sui metodi per combatterla”, ledendo la dignità e l’onorabilità della funzione difensiva. Compatti nella loro reazione, gli avvocati di Reggio Calabria non ci stanno, essendo in prima linea con le forze di polizia e certamente uniti alla magistratura nel ruolo di garanti dei diritti fondamentali dei cittadini.

È possibile che il procuratore Gratteri volesse riferirsi a qualche nome in particolare e non a tutta la categoria degli avvocati, pertanto alla fine si è solo espresso male?

Noi siamo consapevoli del fatto che come in tutte le categorie professionali anche fra noi ci sia qualche mela marcia – risponde per noi il Presidente della Camera Penale reggina, avvocato Emanuele Genovese (nella foto) – se il magistrato avesse fatto riferimento a dei casi concreti del passato che hanno avuto una condotta non consona nell’ambito della nostra professione noi non avremmo detto nulla, anche fra i magistrati ci sono stati gli infedeli, i corrotti, e probabilmente ce ne saranno ancora ma nessuno di noi si è mai permesso di dire che tutta la magistratura è corrotta. Ho letto diversi interventi sui social network e nell’immaginario collettivo a causa di queste esternazioni si è portati a pensare che l’avvocato sia contiguo al malaffare, al cliente, nessuno così pensa che fra noi e loro c’è una scrivania. Chi ha un grande seguito come il procuratore Gratteri, sa di essere un uomo popolare, perché è un magistrato impegnato nella lotta alla ‘ndrangheta, per questo vive blindato, pertanto ha la responsabilità di pesare le parole. Domani un mio nuovo assistito potrà pensare che nel rapportarsi con me sia possibile che come suo difensore possa inviare dei messaggi di morte, possa essere l’autore di mazzette o di minacce nei confronti di testimoni. Abbiamo apprezzato il suo intervento successivo, ma bisognava dire soltanto una cosa: “Chiedo scusa, ho sbagliato”. Ma le scuse, così come il pentimento, sono solo atti sperati, non atti dovuti.

Anche il figlio del procuratore Gratteri vive blindato?

Esatto, e lui i primi attestati di solidarietà per i fatti accaduti al figlio li ha ricevuti proprio da noi.

Nell’immaginario collettivo i magistrati sono una casta molto potente e chiusa, quando sbagliano non si punta il dito contro di loro, questo pensa la maggior parte della gente!

Quando loro sbagliano difficilmente pagano. È vero che l’indipendenza della magistratura passa anche dalla serenità del giudizio che devono affrontare, ma è anche vero che certe volte si fanno esternazioni infelici poiché si sa che non ci saranno delle conseguenze. I magistrati rappresentano un potere dello Stato, noi avvocati siamo tantissimi ma non rappresentiamo alcun potere; l’avvocato può essere tanto più protagonista quanto lo Stato è garantista, noi possiamo intervenire nell’ambito dei poteri naturali dello Stato, nell’ambito del potere legislativo per esempio, laddove si ascoltano le nostre istanze, allora lo Stato diventa propositivo attraverso la legislazione.

Il procuratore Gratteri suggeriva di fare i processi a distanza, anche per risparmiare. È fattibile effettuare le testimonianze per videoconferenza?

Tecnicamente è fattibile, francamente non credo sia così economico come lo si vuol far passare perché da un punto di vista pratico sarebbe la fine del processo penale. La Legge in via ordinaria prevede che l’assistito durante il processo debba stare seduto accanto al suo difensore. Provi ad immaginare se durante l’esame di un collaboratore di giustizia a distanza o di un testimone, il difensore da un lato deve ascoltare la testimonianza e dall’altro deve conferire con l’assistito perché ha qualcosa di importante da dire in base a quello che sta accadendo in quel momento in aula, è ovvio che solo l’assistito può conoscere esattamente i fatti, il proprio vissuto e dare delle indicazioni al suo difensore per porre altre domande al testimone o al collaboratore, fermo restando le opportune valutazioni tecniche del difensore.

Ma in attesa del processo, i boss sostano nella stessa area e ci sono anche gli affiliati negli stessi luoghi dove gli imputati aspettano di essere ascoltati? Possono parlarsi fra loro probabilmente e questo va oltre quindi alle dichiarazioni di Gratteri, che inserisce in questo contesto gli avvocati, sembra essere questo un problema del legislatore!

Può capitare che nell’attesa i detenuti siano presenti in alcuni spazi insieme, ma è stato sempre così.

Forse è questa la prassi che andrebbe modificata?

Infatti, ma non sono gli avvocati che si devono occupare di questo, comunque già fanno molto gli agenti di polizia penitenziaria che hanno un regolamento interno a riguardo e separano i detenuti di un certo spessore criminale isolandoli dai detenuti con un peso minore, che poi sono quelli che potrebbero ricevere delle indicazioni riguardo il malaffare. Questi agenti fanno già una grande azione preventiva, ma dovrebbe essere il legislatore a risolvere questo aspetto. Ove mai si dovesse arrivare ad una riforma del processo o della Giustizia l’imputato di processi di criminalità organizzata non dovrà comunque avere una difesa diversa, altrimenti non si faranno più questo tipo di processi, in tal caso ce ne faremo una ragione, ci sono tanti altri reati da perseguire, come quelli contro il patrimonio o intorno alla Pubblica amministrazione. La tutela del difensore passa attraverso alla considerazione che noi siamo gli ultimi baluardi della libertà in uno Stato di diritto dove il bene principale è la libertà, noi riteniamo di meritare il rispetto necessario.

Come vive un avvocato che si occupa di procedimenti contro la criminalità organizzata, soprattutto a Reggio Calabria?

Dopo aver letto gli atti un convincimento intimo di come possono essere andati i fatti ce lo facciamo. Tante volte è più semplice difendere una persona che sentiamo colpevole perché il nostro è un ruolo che deve garantire un certo tipo di difesa. In realtà noi viviamo malissimo quando pensiamo che una persona sia innocente ma, o per apparenza dei fatti o per altri motivi l’innocenza non viene fuori, non traspare e la persona viene condannata. Quello è il momento in cui un difensore si sente frustrato, impotente, perché ha tentato tutto con l’impegno necessario, pur non potendo garantire il risultato. Il rapporto con i mafiosi è legato all’assistenza. Io amo dire e vorrei che questo linguaggio passasse anche ai miei colleghi, che noi non abbiamo clienti ma “assistiti”, il nostro non è un negozio. Gli assistiti si affidano, affidarsi significa fare in modo che si possa avere una difesa quanto più possibile rispetto al fatto concreto. Per esempio, di fronte ad un soggetto reo confesso per omicidio, che ha pure spiegato il perché ciò è avvenuto, il difensore può far emergere che i fatti sono maturati all’interno di una certa condizione psicologica, può darsi che ci siano attenuanti come la provocazione, ciò comporterebbe una riduzione di pena rispetto a quella prevista. Nell’immaginario collettivo potrà sembrare strano che per un omicidio si possa ricevere una pena di 12/13 anni che sarebbe quanto può prendere un mafioso di bassa lega solo per essere un associato. Spesso ci sentiamo dire ‘ho preso una pena così pesante ma non ho ucciso nessuno’. Quindi trovo che si debbano attuare delle ulteriori sinergie con la magistratura, che noi non vediamo come ostile, e nella figura del dottor Gratteri nello specifico, poiché abbiamo sempre visto in lui un soggetto di riferimento per la sua onestà intellettuale, un sostegno reale. La sua riconosciuta schiettezza, evidente anche in una nota intervista su Report, dove Gratteri parlò della prescrizione, facendo trapelare un messaggio sbagliato per la collettività in realtà, perché la prescrizione non è un fatto che viene ricercato dall’avvocato ma mette al riparo lo Stato dal perseguire fatti che hanno perso d’interesse, per quella proposta di legge dell’abrogazione della prescrizione che imponeva la solidità dal punto di vista del difensore che proponeva il ricorso inammissibile, una sorta di responsabilità economica in realtà, fatto impensabile in un Paese democratico, Gratteri dichiarò che diminuendo i processi in appello e in Cassazione, proprio perché non ci sarebbe stato lo scopo di perseguire la prescrizione, potevano diminuire il numero delle sezioni presso la Corte di Cassazione. Questa cosa è stata intesa come un tentativo di riduzione di potere. A mio avviso questa sua schiettezza gli è costata la nomina a ministro della Giustizia.

A maggior ragione può essere perdonata quella infelice dichiarazione!

Quella dichiarazione ci ha imposto una presa di posizione e ci saremmo aspettati delle scuse più evidenti. Noi esigiamo rispetto per il nostro ruolo, se lui avesse fatto riferimenti a dei fatti isolati sarebbe stata cosa diversa e ne avremmo solo preso atto.

Porterete avanti il documento inviato al ministro Orlando o la faccenda si interrompe qui?

La Camera penale che presiedo si muove all’interno dell’Unione delle Camere penali, il presidente Beniamino Migliucci e l’intera giunta ci sono stati vicini con un documento. Non avremo atteggiamenti persecutori, ma una presa di posizione da parte del Consiglio superiore della magistratura e del ministro sono necessari per evitare che questo sia un precedente che ci porrebbe in una luce sconveniente dinanzi agli assistiti attuali e futuri. Comunque, incontrando il dottor Gratteri ci stringeremo certamente la mano.

@vanessaseffer

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