Disabilità: mobilità e trasporto

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Disabilità: mobilità e trasportoTroppo poco parliamo di disabilità, non ponendo l’attenzione sul modo di vivere disagiato di tanti nostri concittadini, sui luoghi di accoglienza, di terapia e riabilitazione. Ma anche di trasporto dei disabili. Avere la possibilità di viaggiare, di passeggiare per la propria città, di partecipare a eventi autonomamente senza scontrarsi con le numerose barriere architettoniche, è troppo spesso un sogno per chi non è autosufficiente. Ma dover fare la propria terapia quotidianamente nei luoghi deputati a farla è un diritto e non può diventare una gara ad ostacoli o addirittura un incubo.

Il mondo della disabilità è assai complesso e fragile, ha bisogno della dovuta attenzione. Non possiamo limitarci a definirlo un “disagio”, perché viene meno il senso di tutto quello che contiene questa parola, che è fatta di tante persone coinvolte. Oltre all’attore principale, il disabile, chi gli vive intorno nel quotidiano: la famiglia, le professionalità operanti, le istituzioni. Sono molte le figure coinvolte. Per cui sono necessari progetti di avvicinamento e di supporto, dove la comunicazione, innanzitutto e poi l’operatività, con una serie di iniziative per favorire altri percorsi, siano messi in atto.

Noi intendiamo parlare di disabilità un po’ più spesso, per non dimenticare i nostri concittadini più obliati. Per cominciare, raccontiamo di come fanno a raggiungere ogni giorno i luoghi della riabilitazione: ci sono aziende che operano nel settore del trasporto dei disabili, che si impegnano quotidianamente per migliorare la propria offerta e per garantire gli spostamenti di coloro che hanno vari tipi di disabilità. Le persone con disabilità sono costrette a fare uso di sedie a rotelle e necessitano quotidianamente di accompagnamento per poter raggiungere i centri di riabilitazione.

L’articolo 26 delle Legge 104/92 è intitolato “mobilità e trasporti collettivi”. Esso attribuisce alle Regioni la definizione delle modalità con le quali i Comuni dispongono gli interventi per consentire alle persone portatrici di handicap la possibilità di muoversi liberamente sul territorio, usufruendo, alle stesse condizioni degli altri cittadini, dei servizi di trasporto collettivo appositamente adattati o di servizi alternativi. In questo senso le Regioni sono tenute a redigere dei piani regionali di trasporto e dei piani di adeguamento delle infrastrutture urbane.

Sono i Comuni a dover assicurare modalità di trasporto individuali per le persone portatrici di handicap che non sono in grado di servirsi dei mezzi pubblici. Nella sola Capitale, ogni giorno 1250 persone con diverse disabilità, vengono prelevate da circa 200 pulmini dalle loro case, in diversi orari concordati con le famiglie secondo l’esigenza della terapia, per recarsi nei centri di riabilitazione detti semiresidenziali, per seguire un programma riabilitativo personalizzato e finalizzato al recupero funzionale e sociale, per poi essere riportate a casa in tutta sicurezza. A bordo trovano il personale qualificato all’accompagnamento, un autista e un operatore. Su richiesta specifica dell’Asl di competenza può anche esserci un secondo operatore. I mezzi di trasporto devono essere efficienti e in piena regola, altrimenti le Asl applicano specifiche sanzioni economiche ed altre penali, che potrebbero giungere, in particolari casi, anche alla rescissione del contratto con l’azienda di trasporto. A bordo ci sono operatori con anni di esperienza nel settore della disabilità.

Il trasporto è un momento di aggregazione per i disabili, gli utenti interagiscono fra loro al di fuori del contesto familiare e dei centri dove fanno la riabilitazione. Sui mezzi infatti non ci sono familiari. Per fare questo tipo di lavoro bisogna avere una buona dose di empatia e di sensibilità, doti necessarie a creare una relazione umana con coloro che utilizzano il servizio, così come con le famiglie. Poiché si tratta di un settore di attività molto delicato, per essere svolto in totale sicurezza, bisogna seguire precise normative che riguardano le caratteristiche degli automezzi, l’integrità delle persone trasportate e delle sedie a rotelle. I veicoli, sulla cui efficienza abbiamo già accennato, devono essere adeguati al trasporto dei disabili e pertanto sono opportunamente modificati per accogliere pazienti con determinate patologie invalidanti. Sono realizzati con accorgimenti particolari che permettono e facilitano l’accesso nell’abitacolo, il tragitto e l’uscita dal mezzo, salvaguardando quindi l’utente e la sua sedia, lo strumento più caro al disabile.

Possono usufruire dell’assistenza riabilitativa presso centri accreditati, i cittadini minori e adulti con disabilità fisiche, psichiche, sensoriali o mista. Ogni mezzo può trasportare 7 utenti a capienza massima, ma difficilmente si arriva alla capienza massima, perché si va incontro alle esigenze dei familiari, prevalentemente sull’orario. Talvolta richiedono di prendere un ragazzo la mattina presto, altre volte più tardi. Poi bisogna seguire gli orari delle terapie, quindi si seguono in via prioritaria le esigenze personali.

Cerchiamo di dare, con questi approcci al tema della disabilità, l’opportunità di riflettere insieme su tutto quanto ruota intorno ad una persona disabile, a quali sono così i bisogni e le urgenze sui quali attivare percorsi efficaci e le istanze su cui ragionare. Ci imponiamo di parlare di disabilità per porre l’accento sulle differenti esigenze, per condividere le buone prassi così che diventino occasione di confronto e percorsi professionali validi fra i differenti interlocutori e per far sentire sempre più i familiari di una persona con disabilità al centro di una rete di buoni intenti, di capacità e competenza.

@vanessaseffer

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La schiavitù in Mauritania: parla Biram Dah Abeid

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La schiavitù in Mauritania: parla Biram Dah AbeidProseguiamo con la seconda parte dell’intervista esclusiva che ci ha rilasciato il Presidente dell’Ira (qui la prima parte), Iniziativa per la Rinascita del Movimento Abolizionista, Biram Dah Abeid, definito il “Mandela mauritano”, oggi deputato, da sempre impegnato nella lotta alla schiavitù che incombe nel suo Paese. I Beydanes, la casta schiavista costituita dallo Stato, gli Imam, la polizia e i giudici, impediscono agli schiavi di liberarsi. Quando uno schiavo si libera e l’Ira non ne è a conoscenza la polizia e i giudici lo intimidiscono fino a farlo sottomettere nuovamente.

Ci parli del secondo arresto che è avvenuto nel 2012, in seguito alla distruzione dei testi giuridici islamici della scuola di legge islamica che appoggiavano la schiavitù e che lei e i suoi compagni attivisti avete bruciato in una piazza durante una manifestazione a Nouakchott. E’ stato accusato di apostasìa, un reato per cui c’è la pena capitale.

Ho deciso che avrei bruciato i testi sacri che riportavano quelle parole volutamente fraintese dagli Imam per spaventare la povera gente e ridurla in stato di schiavitù. Erano libri giuridici sacri. Per questo reato c’è la pena capitale. Fui arrestato di nuovo. Per Aziz bruciare quei libri era apostasìa, per me no. La mia missione era quella di distruggere quei libri, come promesso a mio padre, perché fanno credere il falso, addebitando a Dio di volere la schiavitù.

Dove ha bruciato fisicamente questi libri?

In una piazza vicino casa mia. Ormai la chiamano l’Avenue de Biram, la Strada di Biram.

Ma se la popolazione ha dato quel nome alla strada significa che avevano capito e che erano con lei.

Sì, l’effetto di aver bruciato questi libri ha provocato una riunione urgente del Consiglio dei Ministri e degli ambasciatori vicini al Presidente. Aziz ha organizzato una manifestazione chiedendo a tutto il Paese di sollevarsi contro di me e di condannarmi a morte. Ma durante una di queste riunioni con i parlamentari, uno di loro si è alzato e ha dichiarato che quella strada si sarebbe formalmente chiamata “La strada dove sono stati bruciati i libri”. Nella stessa notte, la popolazione è andata in quella strada per scrivere sui muri di ogni casa “Via di Biram”. Durante la manifestazione del Presidente Aziz contro di me si è formato un altro gruppo che manifestava per me, la popolazione si sentiva finalmente rappresentata. Mia moglie è stata aggredita e ferita durante quella manifestazione. Per questo non vede più bene con l’occhio sinistro, perché è stata colpita dalle schegge di una granata in faccia. Quando hanno programmato il nostro processo, la popolazione che stava con me ha trascorso tutta la notte sotto al tribunale. La stampa ha chiesto a queste persone che cosa sarebbe successo se io avessi perso questa causa e loro hanno risposto che se mi avessero condannato a morte tutta la gente di Aziz sarebbe morta. Durante il processo c’era una forte tensione. Così il giudice ha annullato il processo “per vizio di forma”. Non c’è stata nessuna grazia da parte di Aziz come si è cercato di far credere, il processo è finito prima di dichiararmi colpevole. Appena il giudice ha dichiarato il processo nullo, il popolo era così felice che ha invaso il tribunale, nemmeno la polizia è riuscita a fermarli. Hanno chiesto a me di fare qualcosa, di parlare con loro per calmare la situazione.

Il suo terzo arresto risale al 2014. Cosa è accaduto?

Nel 2014 si svolsero le elezioni presidenziali. Avevano capito che il mio movimento era molto seguito e potente, per questo volevano distruggermi. Avevamo organizzato un caravan con cui andavamo a sensibilizzare i contadini ancora costretti in schiavitù. Per questo sono stato nuovamente arrestato e condannato a due anni di prigione, scontati fino a diciotto mesi.

L’ultimo arresto invece è dello scorso anno. Non è stato un fatto casuale, poiché quel giorno si teneva una commissione che doveva giudicare la sua candidabilità alla presidenza per le future elezioni presidenziali, con un partito che si chiama Sawab. Il 7 agosto 2018 quindi viene di nuovo arrestato.

Nel 2018, con i fatti accaduti in precedenza, l’Ira non poteva diventare un partito accreditato alle elezioni, ma vietato. Per partecipare alle elezioni bisogna fare parte di un partito, così abbiamo fatto un’alleanza con Sawab per essere nella lista dei deputati. Se fosse stata convalidata la mia candidatura per deputato avrebbero dovuto accettare anche la mia candidatura alle prossime presidenziali. Così a settembre del 2018 sono diventato deputato. Le elezioni presidenziali saranno in giugno 2019. Mi hanno messo in carcere per impedirmi di diventare deputato, perché questo era il presupposto per la mia presentazione a giugno.

Cosa c’è per questi uomini e donne quando si sono liberati dalla schiavitù? Ho immaginato questi schiavi come dei ciechi che vengono operati da un grande chirurgo e dopo vengono fasciati per guarire. Poi vengono tolte le fasce, guardano per la prima volta e vedono la luce per la prima volta, però non sanno dove andare e qualcuno deve indicare loro la strada. Sanno riconoscere e usare la libertà o ne hanno paura?

Mio padre, quella volta che venne quello schiavo a rifugiarsi in casa nostra, mi disse che mi mandava a scuola perché io studiassi e leggessi anche i libri religiosi per fare capire perché hanno distorto il messaggio. Non è giusto dire che questo trattamento viene dalla parola di Dio. Quindi per mio padre dovevo leggere e studiare tanto, capire il messaggio e diffondere correttamente il messaggio che viene da Dio e non quello trasformato a piacimento per creare la schiavitù. Mio padre mi ha spiegato il nostro rapporto familiare con la schiavitù, perché sua madre, mia nonna era una schiava. E mi ha raccontato la sua storia. C’è tutto da rifare e una strada da costruire per loro, questo è il mio impegno per il futuro, dare un futuro a queste persone attraverso l’istruzione.

Come candidato presidente vuole mettere un faro sulla questione scuola, educazione per aiutare la popolazione ad aprire la mente attraverso la conoscenza della verità? Per insegnare loro che c’è un altro tipo di vita lontana dalla schiavitù, nella libertà?

Tutte le situazioni che riducono alla schiavitù donne, uomini e bambini sono quello che io ho nel cuore e sono la causa della mia determinazione in un’azione contro la schiavitù. Accanto a me ho mia moglie Leila che mi aiuta in questo percorso verso le donne. Non si può cambiare la Mauritania senza cambiare la situazione della donna, dei bambini che lavorano anche se troppo piccoli e la situazione degli schiavi. Si può contare su di me, perché ci sarà una rivoluzione vera per queste cause fondamentali.

Com’è la condizione reale delle donne in Mauritania?

Le donne non hanno peso nella nostra società. Nelle cause di stupro, quando una donna viene violentata, il giudice ribalta la situazione dando tutte le colpe alle donne. Le viene chiesto perché sei uscita a quell’ora, come eri vestita, è colpa sua che è stata violentata e spesso viene definita una prostituta. Se una donna denuncia un’aggressione o una violenza, l’accusa viene declassificata e valutata come una relazione extraconiugale. Questo è un reato che si può pagare anche con la prigione, con la tortura, la lapidazione o addirittura con la morte. Quindi nessuna donna pensa di denunciare uno stupro. Le bambine subiscono l’infibulazione. Perché per la nostra comunità non è buono che la donna abbia un piacere sessuale, fisico, secondo i principi religiosi e sociali. Se non vengono sottoposte a questa pratica vengono definite impure. Addirittura un uomo non la toccherebbe mai, non mangerebbe il cibo preparato da lei e se la donna non infibulata tocca un oggetto qualsiasi, anche quell’oggetto non va toccato perché impuro, va lavato. È vietato alle donne di esprimere il loro desiderio sessuale anche in camera da letto al proprio marito e quando lui è soddisfatto del rapporto poi se ne va, anche se la donna non ha avuto il suo piacere, che non può neanche chiedere. Sarebbe considerata maleducata e senza rispetto, una cosa inaccettabile. I desideri di una donna non contano niente. Lei deve solo essere disponibile per suo marito quando lui vuole, anche se lui va con altre donne o se le porta in casa. Lei non può divorziare, lui si e può ripudiarla quando vuole, dalla sera alla mattina. L’uomo può sposare quante donne vuole. Anche se la moglie gli ha dato dei figli, lui può andare con un’altra donna e sposarla e non dare alla prima moglie i soldi, può non occuparsene. Questo sempre per un’interpretazione sbagliata del Corano, se la donna rifiuta il rapporto sessuale con il marito è condannata ad andare all’inferno. Il marito invece non andrà mai all’inferno, qualunque cosa faccia. La sofferenza delle donne potrei raccontarla per giorni e giorni. L’unico uomo pubblico che si fa vedere con la moglie pubblicamente sono io. Anche se in tanti, anche dell’Ira, non sono d’accordo con me.

Leila la aiuta a diffondere il suo messaggio di libertà non solo stando al suo fianco nelle occasioni pubbliche, ma anche parlando direttamente con le donne della loro condizione? Perché immagino che lei Biram non potrà avvicinarle direttamente, ma può pensarci Leila. D’altronde è la futura Premiere Dame!

Leila incontra tante donne, ma anche gli uomini. Anche quando io non ci sono. Nella nostra casa vivono tante bambine e bambini che abbiamo salvato insieme dalla schiavitù, infatti abbiamo dovuto ingrandire la nostra casa per poterli accogliere.

Quanti figli vostri avete?

Abbiamo cinque figli.

Mi racconta delle bambine che vengono costrette a sposare uomini anziani?

È un altro dramma. Abbiamo liberato Barca, una bambina di dieci anni che era già incinta. La piccola ha già due bambini, uno dell’ex padrone e uno del figlio del padrone. I mauritani dicono che Maometto aveva sposato Aisha che aveva nove anni. Quindi per loro le bambine di nove anni sono già pronte al matrimonio.

Gli schiavi non hanno alcun valore. Possono essere venduti dal loro padrone, regalati, scambiati. Non c’è tv, nessuno svago, niente soldi. Le donne schiave vengono violentate a piacimento dai padroni e dai loro figli. Come vivono dentro le case dei padroni questi schiavi?

Gli schiavi vivono mangiando i resti di quello che mangiano i padroni, dormono in una stanza fuori della casa dei loro padroni. Si ammazzano di lavoro per un poco di cibo. La colpa di Biram, per l’attuale governo è di avere aperto gli occhi a queste persone, sul loro modo di vivere. Ecco perché mi accusano di essere “colui che divide”, perché insegno ai Mauritani un altro punto di vista che li separa dai loro padroni.

Nel 2007 è stata approvata una legge dal Parlamento mauritano che dichiarava la schiavitù un reato penale. Nel 2014 il Parlamento ha deciso di raddoppiare la pena per i colpevoli di reato di schiavitù fino a 20 anni di carcere, garantendo alle vittime un processo regolare e assistenza legale gratuita. È proprio così o c’è qualcosa sotto?

Sulla carta, ma nella realtà è un’altra cosa. Queste leggi sono state fatte per accontentare il panorama internazionale. Nel 2007 il mio gruppo non era ancora forte. Nel 2014 hanno dovuto fare qualcosa, ma queste leggi valgono solo sulla carta. Paradossalmente chi va in carcere sono quelli che denunciano la schiavitù, non chi pratica la schiavitù. Questo è un modo per proteggere lo stato effettivo delle cose.

Come futuro Presidente della Mauritania dovrà ricostruire da zero un Paese. Noi siamo qui non solo spettatori, ma contiamo su di lei per questo cambiamento radicale e nel nostro piccolo cercheremo di darle una mano.

Grazie infinitamente, un onore per me.

Noi bianchi, europei, occidentali, pieni di contraddizioni, siamo secondo lei schiavi di qualcuno o di qualcosa?

Sì, chi prende le decisioni in Occidente è prigioniero della lettura dei fatti che è solo sua e che cerca di riportare nella sua società, ma non è l’idea giusta. Prigioniero della sua lettura, del modo di vedere le cose, schiavo di un sistema, di un modello tecnologico. Per es. riguardo alla lotta contro l’infibulazione: si fa un progetto per questo, per combatterla insieme e poi non ci sono gli strumenti sufficienti per ottenere il risultato e i soldi non si sa dove siano finiti. Il progetto non è sufficiente, bisogna andare fino in fondo. Un altro esempio a proposito della lotta contro la schiavitù. C’è una legge, ma il governo sa che per gli occidentali è importante che ci sia solo una legge, poi se non vi è applicazione non interessa a nessuno. In Mauritania ci si può rifiutare di applicare la legge.

Cosa si aspetta dal governo italiano e da quelli europei?

Quello che mi aspetto dall’Italia e dall’Europa è che ci si renda conto che terrorismo, immigrazione, riciclaggio dei soldi e droga, possono distruggere l’Occidente e il mondo intero. Se smettessero di aiutare i nostri Paesi spendendo male i propri soldi, facendo soffrire le nostre popolazioni, obbligando i giovani a fuggire e a rifugiarsi nei paesi occidentali, sarebbe una bella cosa. Perché se continuano ad aiutarci come fanno, alimentando terrorismo e droga, alimentano l’immigrazione. La Mauritania è ricchissima di ferro, oro, gas, petrolio e pesce. Ci sono società internazionali che fanno accordi con il nostro governo. Per esempio, una società canadese ha un accordo per cui il 93% dell’oro va alla società e il 7 per cento alle famiglie vicine al presidente. Fanno gli accordi con le famiglie che hanno il potere. Lo stesso anche per gli altri beni e il popolo non ha niente, muore di fame. Altre società prendono il pesce distruggendo l’ecosistema. I giovani non hanno più lavoro e scappano, vengono da voi e sappiamo cosa succede. Poi però i governi occidentali danno soldi per lottare contro il terrorismo, provocato comunque dalla cattiva gestione della politica locale e degli accordi internazionali con questa. Un modo stupido di fare!

Anche la vendita delle armi nei Paesi poveri dell’Africa.

Queste società straniere con questi accordi rubano alla popolazione e peggiorano la situazione del Paese e del popolo. E la politica internazionale attualmente è ancora orientata ad agire in questo modo. Usano i loro soldi per continuare a sfruttare il Paese e il popolo. Senza questa opportunità economica, Aziz sarebbe già scomparso dalla scena politica della Mauritania. Lui è li perché aiutato dai poteri europei che non sostengono i valori democratici al di fuori dell’Europa. I Paesi europei sono difensori dei Diritti umani e hanno gli stessi valori democratici. Fuori dell’Europa non difendono questi valori. Ma difendono gli interessi degli affari, del business.

Una gran fatica lavorare dall’interno del Paese e dall’esterno. Qualcuno deve pur farlo. Molti auguri. Nel frattempo lei ha ricevuto nel maggio del 2013 un Premio dall’Irlanda “Front Line Award for Human Rights Defenders at Risk”; nel dicembre del 2013 un Premio per i Diritti Umani dalle Nazioni Unite; nel 2014 è figurato nell’elenco delle 10 persone che hanno cambiato il mondo di cui potreste non aver sentito parlare, del Time magazine. Io le auguro invece di prendere il premio Nobel per la Pace.

La ringrazio molto. Mi hanno in effetti già contattato. Un avvocato olandese ha fatto la richiesta.

Ci accodiamo anche noi, da italiani grati per quanto sta facendo e per i rischi che si è assunto nello svolgimento del suo ruolo, contatteremo l’avvocato olandese e sosterremo fortemente questa candidatura al Premio Nobel della Pace.

@vanessaseffer

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La schiavitù in Mauritania: parla Biram Dah Abeid

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La schiavitù in Mauritania: parla Biram Dah Abeid Biram Dah Abeid ha un volto sorridente, uno sguardo deciso e una forza incrollabile. Con lui, in questo progetto di ricostruzione del suo Paese, la Mauritania, per sradicare l’analfabetismo, causa principale della schiavitù di un terzo della popolazione del Paese, la sua affettuosa moglie Leila, che contrariamente alle abitudini e alle usanze mauritane, lui porta con sé nelle occasioni pubbliche, nei viaggi, nei suoi incontri con la gente. Leila ha la fortuna di avere accanto a sé un marito che le consente di rappresentare le ingiustizie del suo Paese, pieno di privazioni e con un atteggiamento ben definito nei confronti della donna, parlando lei stessa con loro, con i bambini, ma anche con gli uomini, perché con il suo esempio il lavoro del marito sia più efficace. Una leggenda arabo-berbera del XII secolo ha raggirato il loro popolo e lo ha soggiogato con la paura di andare all’inferno se non avessero servito i loro padroni: “Nella notte dei tempi due musulmani andarono nel deserto portando con loro il Corano. Iniziò a piovere molto forte. Uno dei due strinse forte al petto il libro sacro per proteggerlo. L’altro, l’empio, prese il libro sacro e si protesse la testa con quello, ma la pioggia lo scolorì. Il libro sacro cominciò a perdere l’inchiostro e quell’uomo diventò nero. L’altro invece essendo più santo rimase bianco poiché aveva protetto il libro, nascondendolo dall’acqua, salvando la parola sacra”. Nasce così il mito che i neri per andare in paradiso devono servire i bianchi, altrimenti andranno all’inferno. Questa è la catena mentale che li attanaglia, figlia dell’ignoranza. La missione di Biram sin da quando era molto giovane è di rendere gli schiavi isolati dalla loro condizione di analfabetismo, povertà e mancanza di assistenza, consapevoli della possibilità di una vita libera dalla servitù. Suo avversario in questo durissimo percorso è Mohamed Ould Abdel Aziz, il generale che con un colpo di stato ha assunto la Presidenza del Paese dal 2008, che è appoggiato dalla l’élite arabo-berbera che schiavizza un terzo della popolazione mauritana. Biram Abeid viene da questi definito “colui che divide”, perché insegna con il suo operato ai mauritani un altro punto di vista che li separa dal loro padrone.

L’intervista che mi ha concesso Biram Abeid, si è tenuta a Roma nello studio dell’avvocato Alessandro Gioia, che si occupa di diritti umani e che segue la causa della Mauritania da molti anni. Si sono conosciuti durante un viaggio in Senegal, in occasione di una visita a Dakar, da allora l’avvocato Gioia è uno dei riferimenti italiani del presidente Abeid.

Sua nonna era una schiava, invece suo padre è nato libero. Come mai?

Sì. La religione dice che se la madre è schiava il figlio nasce schiavo, ma io non lo accetto. Il padrone della nonna paterna era molto malato, così chiese al Marabù, la figura religiosa musulmana più alta della comunità, cosa potesse fare per guarire. Lui gli consigliò di fare un’offerta a Dio, un sacrificio per riscattare la sua salute: doveva liberare uno schiavo se avesse voluto guarire. Avrebbe dovuto liberare mia nonna, invece il suo padrone ha deciso di rendere libero il bambino che aveva in grembo, mio padre, che quindi è nato libero. Mentre mia nonna è rimasta schiava fino alla sua morte. Mio padre a vent’anni ha sposato una schiava e da lei ha avuto due figli, un maschio e una femmina. Il padrone della prima moglie di mio padre ha venduto la prima moglie di mio padre e i suoi due primi figli, un maschio e una femmina. Per questo mio padre non si è mai dato pace e per questo più avanti ha deciso di non rifarsi una vita con una schiava ma con una donna libera. Così più avanti ha sposato mia madre, che è morta nel 2004. La prima moglie e il figlio maschio sono morti e la mia prima sorella l’abbiamo ritrovata. Mio padre è stato molto male per ciò che è successo.

Dove ha studiato presidente?

Le prime scuole le ho fatte nel villaggio dove sono cresciuto. Io non conosco con esattezza l’anno della mia nascita perché non sono nato in ospedale o in casa, eravamo nomadi.

Suo padre ha voluto che lei studiasse perché potesse combattere la schiavitù nel suo Paese con la cultura, con la conoscenza e non con atti di forza. Ma lei è stato l’unico fra i suoi fratelli e le sue sorelle ad avere questa opportunità. Come mai?

Mio padre ha avuto con mia madre altri dodici figli, io sono l’undicesimo. Quando avevo 8 anni mio padre mi ha mandato a scuola. I miei altri due fratelli maschi, più grandi di me, avevano una grave malattia agli occhi e non hanno potuto studiare. Alle figlie femmine non era concessa l’istruzione.

Quella è un’altra guerra da combattere.

Sì, nella nostra società, nella nostra epoca, una famiglia non esiste se solo composta da donne. Questo cinquant’anni fa, ma anche adesso.

Mi racconta il passaggio che ha fatto scattare in lei il bisogno di annientare la schiavitù in Mauritania?

Un fatto preciso ha lasciato un segno profondo dentro di me, è accaduto quando ero piccolo: uno schiavo che viveva col suo padrone vicino casa nostra è venuto a rifugiarsi da noi per un po’, per mangiare qualcosa e poi per riposarsi, aveva molta fame e mia madre lo ha accolto. Ad un certo punto è arrivato il suo padrone ed ha iniziato a bastonarlo perché aveva lasciato il lavoro. Ho chiesto a mia mamma come mai quell’uomo neppure provava a difendersi, lui era molto più alto e grosso dell’uomo che lo stava percuotendo. Mia madre mi disse che questa persona aveva le catene nella sua testa, che era bloccato psicologicamente e non conosceva un altro tipo di vita. Io dissi a mia madre che non le vedevo e lei mi fece segno indicandomi la sua testa. Erano lì dentro le sue catene.

Quindi è stato questo l’elemento scatenante per cui ha deciso di occuparsi del suo Paese e del grave problema che lo affligge, che lo mantiene in uno stato di arretratezza sociale e culturale?

Sì, quando ho saputo questa cosa da mia madre, ho capito che questa era anche la storia della nostra famiglia. Gli uomini religiosi da noi insegnano questo e se gli schiavi non assecondano questi insegnamenti sono convinti di andare all’inferno, per questo si sottomettono. Mio padre in seguito mi disse che mi aveva dato la possibilità di andare a scuola perché potessi essere una persona veramente libera e in grado di aiutare e combattere ogni tipo di ignoranza. Lui ha provato a combattere la schiavitù con la forza, non ha potuto con l’istruzione.

Chi sono i marabù?

Nella nostra religione musulmana abbiamo queste figure sacerdotali che chiamiamo marabù da cui è andata mia madre per sapere se avesse partorito un figlio maschio. Lui le diceva sempre di si, perché mia madre gli portava delle offerte, capretti, del grano, animali che avevamo. Ma mia madre partoriva sempre una o due figlie femmine gemelle. Io sono arrivato come penultimo figlio. E dopo di me un’altra femmina. Mia madre non mi chiama per nome, mi chiama “gli occhi dei miei figli” perché i miei altri due fratelli maggiori non vedono e io invece si e per questo potevo andare a scuola. Mandare a scuola le figlie femmine era impossibile, non era ben visto.

Dopo gli studi è divenuto attivo nell’associazione antischiavista Sos Esclaves, ma poi ha lasciato i suoi compagni per costituire l’Ira, Iniziativa per la Rinascita del Movimento Abolizionista, nel 2008. Come mai?

Non sono rimasto in Sos Esclaves perché essendo una piccola organizzazione, il modo di comunicare era circoscritto ad una élite, come le azioni e i comunicati stampa sono elitari, e indirizzati solo al governo. Invece bisogna attaccare il potere religioso che ha legittimato e sacralizzato la schiavitù. Mohamed, lo schiavo che venne picchiato in casa mia dal suo padrone quando ero piccolo, aveva paura non del potere del governo ma dell’autorità religiosa che diceva che sarebbe andato all’inferno se non avesse servito a vita il suo padrone. Così al presidente di Sos Esclaves, Boubacar, ho proposto di non rimanere un movimento elitario ma civico, per affrontare il vero problema e per far conoscere questa situazione portando alla conoscenza del mondo i fatti come sono nella realtà. Boubacar non se l’è sentita perché troppo pericoloso, così ho lasciato quel movimento per costituirne un altro in grado di mettere a conoscenza il mondo di quanto succede veramente nel nostro Paese e perché. Così ho fondato l’Ira.

In occasione della vostra prima manifestazione come Ira lei viene arrestato per la prima volta.

La prima manifestazione popolare l’abbiamo fatta il 13 dicembre 2010, eravamo circa 80 persone. Ci hanno arrestati lo stesso giorno e torturati per una decina di giorni. Il sei gennaio mi hanno giudicato e condannato ad un anno di prigione. Un noto politico italiano, Marco Pannella, con i suoi compagni di partito, è venuto in Mauritania per sostenermi. È venuto a trovarmi in prigione e poi è andato dal Presidente Aziz per dire che non era giusto tenermi in prigione. Mentre ero agli arresti Pannella è venuto a trovarmi accompagnato dal Procuratore generale della Corte Suprema che rappresentava lo Stato, e io dissi a questo procuratore che era un bugiardo, che mi stavano accusando di cose false. Marco cercava di calmarci, ma io ero veramente arrabbiato. Gli ho detto che il presidente lo aveva mandato da me per dirmi che avevo commesso un crimine inesistente per il quale mi avevano incarcerato, ma loro avevano mentito a tutti, anche a Marco. Pannella era un uomo molto intelligente, ricevevo in carcere i suoi messaggi, sapevo che voleva che uscissi dal carcere prima possibile. Ho capito che Marco aveva discusso animatamente con il Presidente Aziz e che gli aveva chiesto la grazia per me. Ma io non volevo la grazia, l’ho scritto dalla prigione, perché non ero io il criminale ma lui, Aziz. La stampa ha riportato questa notizia, ma quando sono uscito mesi dopo hanno fatto passare questa mia liberazione come una grazia presidenziale. Il giorno dopo della mia liberazione ho ricevuto un biglietto aereo omaggio da parte di Marco che mi invitava al Congresso del suo partito.

Le accuse contro di lei non sono mai state circostanziate. Lei ha subìto molti momenti di tortura, sia fisica che psicologica. Ci racconta qualche particolare?

Sono stati tutti attentati del potere, che volevano fare desistere me e i miei compagni, per non dare valore al nostro operato, volevano assolutamente screditarci. Ho subìto torture sia fisiche che psicologiche. Per esempio, durante il mio primo arresto, sono stato tre giorni senza abiti, direttamente per terra, senza toilette, senza potermi lavare, con altri detenuti che facevano pipì e defecavano tutto intorno lì per terra. Avevo la testa incrostata di sangue per i colpi che avevo ricevuto, così pure le gambe, non riuscivo a stare seduto e per terra era freddo. È stata dura.

Le davano da mangiare?

Non era facile mangiare quel poco che davano, perché con quell’odore nauseabondo e con quel dolore non hai voglia di mangiare. C’era puzza di tutto, facevano pipì accanto a te perché la polizia non faceva uscire mai nessuno da quella stanza.

Poi cosa è successo?

Dopo sono stato spostato e isolato, ma non ricevevo informazioni sulla mia famiglia e sui miei amici. Il capo della polizia mi ha detto che tutti i miei compagni avevano firmato contro di me e che ero rimasto solo perché loro erano stato liberati. Quando hanno visto che stavo resistendo mi hanno detto che pure mia moglie aveva scritto contro di me, e che ormai tutto il mondo era contro di me. Sono rimasto così per sette giorni, con mille dubbi e ho pensato che avendo parlato con il capo della polizia, mi stesse dicendo la verità. Solo la faccenda di mia moglie non mi sembrava possibile, a questo non ho proprio creduto. Il settimo giorno, prima di andare in tribunale, che comincia a lavorare alle 8 di mattina e finisce alle 15, hanno aspettato fino alla chiusura per spostarmi e farmi entrare per processarmi. Così ho capito che le cose che mi avevano detto non erano vere, perché se il popolo non fosse stato con me mi avrebbero preso alle 8 di mattina per andare in tribunale. Invece mi hanno portato lì quando l’orario di apertura al pubblico era finito, cioè alle 15, mi hanno messo su una macchina. Ho capito che la gente era ancora con me, che non volevano farmi vedere da nessuno e che in realtà loro avevano paura di quanto poteva succedere per agire così. C’erano altre macchine oltre alla mia e una davanti alla mia era uguale a quella dove stavo io. Ho capito che su quella c’erano i miei compagni, che erano stati arrestati con me e che non mi avevano mai lasciato. In quel momento ho dimenticato tutte le sofferenze e le torture subìte, perché la gente era con me (fine prima parte).

@vanessaseffer

Da L’Opinione

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Giggino, Zingaretti e lo Zingarelli

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Che i due non fossero accademici della Crusca lo avevamo intuito. D’altra parte anch’io, pur vantando una discreta conoscenza della lingua del “Bel Paese dove ‘l si suona” non ho mai avuto l’ardire di considerarmi socia della prestigiosissima istituzione che annovera eminenti studiosi ed esperti di linguistica e filologia della lingua italiana. È altrettanto vero che non mi sono mai sognata di avanzare la domanda d’ingresso, laddove possa essere questa la modalità di accesso, anche in virtù del ricordo della famigerata matita a colori rossa e blu che ha determinato specifici incubi nel percorso della mia crescita formativa. Quindi l’indulgenza non può che farla da padrona in queste note.

Ma se siamo stati morbidi come una bistecca congelata col Giggino nazionale, non possiamo sottacere la gaffe del neo segretario nazionale del Pd (esiste, esiste ancora ed è una fortuna per la democrazia vedere una moltitudine di persone ai gazebo e non dovere immaginare qualcuno alla tastiera di un computer). Ebbene, il nostro presidente-commissario-segretario, sicuramente stanco per le recenti competizioni elettorali, ha inanellato, neanche fosse una cipolla in pastella, una gaffe lessicale: “I bandi non si interrompino: sarebbe criminale pensare di perdere centinaia di milioni di investimenti e migliaia di posti di lavoro”. Lo ha detto appunto il neo segretario del Pd, Nicola Zingaretti, parlando della Tav, al termine dell’incontro a Torino con il presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino.

La sinistra non può e non deve sbagliare nella vita quotidiana. Non fosse altro per l’immaginario collettivo di una sinistra buona, buonista, altruista ed ormai quasi affrancata dal fiorentino convitato di pietra, in opportuno silenzio durante le recenti primarie. Ma la critica di una cronista può raggiungere vette inesplorate quando si mette di punta, non tanto per attaccare Zingaretti – non avendo alcuna intenzione di arruolarmi in queste truppe d’assalto – ma almeno per rendere l’onore delle armi al Giggino che, molto spiegabilmente e a buon titolo non accademico, stava assurgendo a simbolo dell’italico vizio di confondere il congiuntivo e la congiuntivite magari pretendendo di curare la malattia oculare rispolverando il mitico Zingarelli. Mannaggia, è proprio vero che bastano due consonanti e guarda come ti cambia la prospettiva! E allora ecco saltare fuori nella rete una perla del 2012: “A me hanno imparato che quando si fanno le scelte politiche e personali”. Gaffe di Nicola Zingaretti nel 2012, quando si candidava a guidare il Lazio, speranzoso di riportare a sinistra l’asse politico della Regione. Si diceva del Giggino: onore delle armi, sfilata, squillo di tromba, picchetto d’onore e via, in attesa di una prossima e certa chicca linguistica. Tanto si doveva per riequilibrare ogni eventuale interpretazione malevola sul vicepresidente del Consiglio e magari per riconoscere, alla fin fine, che è proprio la celebrità dei due politici a rendere attento l’ascolto e la lettura delle loro parole. Un suggerimento agli altri attori della politica: abbandonate ogni pretesa, qualora avanzata, di sostenere un linguaggio aulico e forbito perché non farebbe notizia. Quindi un po’ di strafalcioni aiutano, e via per la meritata fama, tanto le matite rossa e blu non le usa più nessuno.

@vanessaseffer

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Peperoni gialli e verdi fritti

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Peperoni gialli e verdi frittiGiuro che non l’avevo mai sentita. Trent’ anni di lavoro a Roma, persa tra ottobrate e ponentino, monumenti spettacolari e tramonti mozzafiato. E poi la cucina, romana, giudea, internazionale, fusion, etnica, fast food e slow food, finger food e food cucinato coi feet.

Eppure quel “i peperoni no, mi si ripropongono” davvero non l’avevo mai sentito. E l’intuito femminile mi ha aiutato a capire subito che il mio commensale, l’uomo che aveva appena finito di cantare le lodi della mostra Ovidio, amori, miti e altre storie, forse non avrebbe avuto una seconda chance.

Ma la curiosità è vezzo molto femminile e tornata a casa in anticipo sulla tabella di marcia – benedetto il mal di testa – ho iniziato a cercare in Rete qualcosa che mi aiutasse a valutare nella tradizione etimologica e culturale romana il riproporsi del peperone, una sorta di “rieccolo” o “ridaje” da dedicare al politico che ritorna, una seconda chance per rinverdire quel “che prendi cara?” che riempie tanto la solitudine dei nostri caffè al bar.

Digita e ridigita mi imbatto finalmente nella purezza accademica del peperone che si ripropone. Ed ecco la definizione compiuta di quella spiacevole sensazione di gonfiore e nausea – addome meteorico direbbero i medici se non fossero sempre più occupati a difendersi da ogni sorta di aggressione, ma questa davvero è un’altra storia causata dall’aver mangiato il lucido e variopinto peperone, vanto della cucina romana e non solo. E allora la memoria corre ai segreti tramandati di nonna e madre in figlia, le nipoti si sa ormai cucinano poco, dove il suggerimento giusto per rendere digeribile l’indigeribile non sarebbe mai stato “e tu non mangiarli” ma si sarebbe concretizzato nella spellatura, nella rimozione della parte bianca e dei semi contenuti all’interno ed in una cottura più lunga.

Peperoni rossi, peperoni verdi o peperoni gialli? Per Giggino e per il Capitano non ho dubbi. Forse peperoni rossi per Nicola Zingaretti considerato che poche settimane fa la Regione Lazio, dopo 4 quattro anni di blocco – si legge in una nota della Coldiretti di Latina – ha dato il via libera alla ripresa della produzione del peperone nel sud della provincia di Latina, nella piana di Fondi, zona fondamentale per il settore ortofrutticolo nazionale.

In Italia si sa quasi tutto finisce in politica ed io, per non sottrarmi alla tentazione e per non fare la parte di chi vuole uscire fuori dal coro, non posso che citare il presidente della Commissione Sanità della Regione Lazio che ha espresso la sua personale soddisfazione per il risultato raggiunto al termine di una lunga battaglia. E allora l’onorevole Giuseppe Simeone, peraltro persona cordiale e assai seria, in onore al simbolo del suo partito raddoppia il colore dei peperoni preferiti, impossessandosi sia del verde che del rosso. Per il bianco bisognerà accontentarsi del gusto culinario del suo presidente perennemente a dieta e, forse, ormai rigorosamente in bianco nelle cene eleganti.

Vabbè la pianto qui, la pianta di peperoni intendo, e anche questa nota e tralascio tutto quello che è ampiamente riportato nelle serre di internet e nelle tivù generaliste sui rapporti fra peperoni e cancro e sui tanti modi golosi di cucinare l’amata bacca utilizzata come gustosa e colorata verdura.

Mi resta un dubbio: il mio commensale si riproporrà?

@vanessaseffer

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